Per cominciare (quasi come antipasto!) mi viene in mente un frammento di una poesia del greco Anacreonte 570-485 a.C. tradotto con un certo impegno al liceo, in cui si parlava di una focaccia, di una coppa di vino e d’amore cantato con dolcezza, ad una tenera fanciulla.

Cenai con un piccolo pezzo di focaccia
e bevvi avidamente un’anfora di vino,
Ora l’amata cetra tocco con dolcezza e canto amore alla mia tenera fanciulla

(da M. Rinaldi Pane vino e poesia Ed. Golosia Mursia Milano 2002)

Anacreonte 570-485 a.C.

Questo mi fece capire che cibo e amore vanno bene insieme e che sono tanta parte della nostra vita, ma anche che, una semplice focaccia e un po’ di vino, possono diventare poesia.
La curiosità, anch’essa è buon cibo per l’anima, mi ha fatto, poi, inciampare in tanti “buon appetito” diventati appassionate rime nel grande “menu” della letteratura italiana.
Se per il poeta è bello, sublime, alto, nobile cantar amor patrio, dolore, illusione e delusione, pene d’amore, vita e morte… però, in qualche ghiotta occasione, come un buon piatto di tortellini, un risotto ben condito, uno spaghettino cotto al dente, un saporito arrostino, una croccante fresca insalata appena colta, un gelato… possono essere altrettanto degni di ispirazione da meritare un posto nell’aulico mondo di Calliope, musa della poesia.

Raffaele Minotto, Scorcio di tavola imbandita, 2016, olio su tavola, cm 50 x 60

Invece un grande come Giacomo Leopardi (1798-1837) con inattesi versi sdegnati (che immagino scritti da giovanissimo!) si ribella contro “la minestrina” salutare che (forse per la sua cagionevole salute) i genitori ritenevano indispensabile fargli “trangugiare” quotidianamente. Così invita la musa ad aiutarlo a “denigrare” in versi, questo detestabile suo piatto di tutti i santi giorni.

Non già d’eroi tu devi, o gli Dei cantare
Ma solo la minestrina di ingiurie caricare
Or tu sei, minestra, dei versi miei l’oggetto e dirti abominevole mi apporta gran diletto

O cibo invan gradito dal genere umano!
Cibo negletto e vile, degno di umil veleno!
Si dice che resusciti, quando sei buona, i morti:
Or dunque esser bisogna morti per goder poi di questi benefici che sol si dicon tuoi?
Piccola seccatura vi sembra ogni mattina dover trangugiare la “cara minestrina”?
(da A. Pescio nel 1937)

Giacomo Leopardi

La “cara minestrina”, che immaginiamo servita da un cameriere in polpe, ci porta nelle cupe solitarie stanze del palazzo avito nella piazza di Recanati, dalle cui finestre, Giacomo aspettava il momento di intravedere Silvia.
Intristiti dalla leopardiana “minestrina” che pensiamo acquosa e sciapa, ci sollevano lo spirito i versi scherzosi, saporiti, un po’ sfacciatelli di Giuseppe Ceri (1839-1926) poeta (ma anche architetto, scrittore) bolognese, ma di origine toscana, con cui attribuisce l’invenzione dei tortellini, gloria emiliana del palato, ad un immaginario oste che avrebbe spiato Venere (o una sua venere) che, in un disinibito deshabillé, gli avrebbe fatto ammirare il suo perfetto ombelico.
spirato da tanta bellezza, sceso in cucina:

Da una sfoglia che la vecchia Fantesca stava stendendo sopra un tagliere, un piccolo rotondo pezzo tolse che poi sul dito avvolse in mille forme tentando di imitare quel bellico divino e singolare.
L’oste che, come dice il poeta era:
guercio e bolognese
imitando di Venere il bellico
l’arte di fare il tortellino apprese

(da M. Rinaldi Pane vino e poesia Ed. Golosia Mursia Milano 2002)

Un altro poeta bolognese Olindo Guerrini (1845-1916) autore di molti audaci versi, criticatissimo all’epoca, si inchina davanti a un bel piatto di tagliatelle, altro rito trionfale della cucina emiliana di cui in rima vuol darci la ricetta:

fate una pasta d’ova e di farina e riducete rimestando il tutto in una sfoglia, ma non troppo fine, uguale, soda e sul tagliere pulito fatene tagliatelle larghe un dito che farete bollire allegramente in molt’acqua salata, avendo cura che, come si suol dire, restino al dente, perché se si passa il punto di cottura diventeranno pappa molle, poi chiariva, insomma roba da buttar via
Conditele come vi pare! Comunque…
Questa minestra che onora Bologna detta “la grassa” non inutilmente carezza l’uomo dove gli bisogna, dà molta forza ai muscoli e alla mente, fa prendere tutto con filosofia, piace, nutre, consola e così sia”.
(da M. Rinaldi Pane vino e poesia Ed. Golosia Mursia Milano 2002)

A colpi di risotto, invece, Giovanni Pascoli (1855-1912) cantore delle piccole cose e dei versi struggenti, sfida l’amico milanese A.G. Bianchi: qual è il migliore?

Il “romagnolesco, che per lui prepara la sorella Mariù o quello alla milanese?

“E ella ha tritato un po’ di cipollina, in un tegame puro
V’ha messo burro del color del croco
A lungo, quindi ha lasciato il suo cibreo sul fuoco
Tu mi dirai burro e cipolla?
Aggiungo che v’era ancor qualche fegatino di pollo, qualche buzzo e qualche fungo
Che buon odor veniva dal camino!
Poi v’ha spremuto qualche pomodoro
L’ha lasciato covare chiotto chiotto
Infin che ha preso un chiaro color d’oro
Soltanto allora, ella v’ha dentro cotto il riso crudo come dici tu.
Già suona mezzogiorno… ecco il risotto romagnolesco che mi fa Mariù”
(da Nuovi poemetti Zanichelli Bologna 1909)

Giovanni Pascoli

Invece, quello alla “milanese” dove trionfa zafferano e burro, cotto lentamente con il brodo che

graduar ben tu saprai perchè denso sia allor ch’è cotto.
Di grattugiato ce ne vuole assai così avrai di Milano pronto il risotto
”.

Chi tra i due sfidanti ha vinto questo gastronomico duello, all’ultimo risotto, non si è mai saputo! Nel dubbio assaggiamo, invece, dei sicuri spaghetti all’amatriciana, nei versi del romano Aldo Fabrizi (1905-1990) grandissimo attore, eccellente buongustaio e piacevolissimo poeta dialettale. Anche lui ci ha lasciato una sua ricetta in rima:

Sofrigete in padella stagionata cipolla ojo, zenzero, infocato mezz’etto di guanciale affumicato e mezz’etto di pancetta arotolata. Ar punto che sta robba è rosolata schizzateco d’aceto profumato e a fiamma viva, quanno è evaporato mettete la conserva concentrata”…

Poi ci dice di aggiungere pomodori freschi che siano quelli San Marzano e un bel ciuffo di basilico fresco e profumato

Ammalapena il sugo fa l’occhietti assieme a pecorino e parmigiano conditece de prescia gli spaghetti.
Che gusteremo con devoto appetito!

 (da La pastasciutta Mondadori Milano 1971)

Amatriciana

Abbiamo, con poetica fantasia, assaggiato ottimi primi piatti, capolavori della nostra cucina, pieni di storia, amore della tradizione, della buona tavola e della gioia del convitto. A questo punto si continua il poetico menu con un piatto di grande valore, non solo per la sua golosità ma anche per chi ce la racconta. Si tratta di un saporitissimo arrostino di tordi, delicati, squisiti uccelletti preda ambita dai cacciatori, ma anche dai buongustai. Autore di questi versi è il grande politico, letterario, scrittore fiorentino Niccolò Macchiavelli (1469-1527) da cui non ci saremmo attesi una tale vena gastronomica, ispirata da

Un Arrosto di tordi
io vi mando Giuliano, alquanti tordi
Non perché questo don sia buono e bello ma perché del pover Macchiavello vostra Magnificenza si ricordi.
E se d’intorno avete alcun che mordi, li possiate ne denti dar con ello a ciò che mentre mangia questo uccello di laniar altri si dicordi
”.

Finissimo politico, ancora una volta, con questi versi tra il serio e il faceto, invita il figlio del Magnifico a destreggiarsi con astuzia nel mondo aggrovigliato della politica. Del resto, i tordi, questa piccola cacciagione, fin dall’antichità era apprezzata da grandi poeti come Orazio (8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.) che diceva “Quod melius tordus?” [cosa c’è meglio di un tordo?]. Quindi, saporito, nutriente digeribile adatto ad un aureo banchetto mediceo, si presta però, anche al rustico spiedo di un’osteria toscana dove aromatizzato con bacche di ginepro, salvia, alloro, fettine di pane casereccio e in lieta compagnia di qualche salsiccia, diventa un piatto… da re da gustare con un coinvolgente bicchiere di Chianti!
(da M. Rinaldi Pane vino e poesia Ed. Golosia Mursia Milano 2002)

Niccolò Machiavelli

Un altro poeta fiorentino allievo del Berni, Matteo Francesi, così ci descrive le “virtù” della salsiccia.

L’è buona calda e fredda e lessa e arsiccia
Innanzi pasto e dopo, a la vernata giova più che un buon fuoco e la pelliccia.
Per un bisogno sta sempre attaccata perché l’è degna d’esser coronata.

(da M. Rinaldi Pane vino e poesia Ed. Golosia Mursia Milano 2002)

Per completare il nostro immaginario pranzetto, un bel piatto fresco e croccante di misticanza appena colta dall’orto di Augusto Jandolo (1873-1952), poeta dialettale romano.

Misticanza di invidia
D’erba noce e de riccetta
Caccialepre e lattughella
Co’du fronne de rughetta
Misticanza delicata saporita e profumata

(da Poesie RomanescheMisticanza 1933)

Misticanza

Per finire un perfetto di tre dessert, ce lo indica il Parini (1729-1799)

Un gelato? A che gusto?
Quello che sceglierà il suo giovin signore che si sta arrovellando nel dubbio per offrire il migliore alla sua gentilissima dama.
Ma d’ambrosia e di nettare gelato
Anzi i vostri palati almo conforto,
terrestri dei tadi ecco s’en viene: e cento ganimedi in vaga pompa e di vesti e di crin, lucide tazze ne recan taciturni…
Ivi è raccolta in neve la fragola gentil, che di lontano pur col soave odor tradì se stessa; v’è il salubre limo, v’è il molle latte
”.
(da Il Giorno, a cura di Dante Isella, Parma, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, 1996).

Poi ci sono il caffè e la cioccolata, conturbanti gusti stranieri che “uspurpan loco a i pomi nativi”.

Sorgi tu dunque e a la tua dama intendi a porger di tua mano scelto tra molti
Il sapor più gradito…

Ma…

Il Gelato
Per un attimo se ne sta impettito
Poi s’è squagliato

(N. Orengo 1944-2009)
(da Spiaggia, sdraio e solleone Nico Orengo Giulio Einaudi 2000)

Buon appetito

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Anacreonte
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  2. Raffaele Minotto, Scorcio di tavola imbandita, 2016, olio su tavola, cm 50 x 60
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  3. Giacomo Leopardi
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  4. Tortellini
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  5. Tagliatelle
  6. Giovanni Pascoli
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  7. Amatriciana
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  8. Niccolò Machiavelli
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  9. Misticanza
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  10. Coni gelato
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IN COPERTINA

Raffaele Minotto, Scorcio di tavola imbandita, 2016, olio su tavola, cm 50 x 60
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