Questo Papa fiorentino, mecenate, colto, amante del bello e dell’arte, che ha lasciato esaltante traccia di sé nella Roma barocca del Bernini, sulle fontane trionfanti di marmi e di acqua, nei coinvolgenti colonnati di S. Pietro, nei palazzi imponenti ornati di stemmi, sarà ricordato anche come quello che, per poter regalare ai posteri tanta gloriosa memoria, adoprò i Giubilei, come “bancomat”. Infatti, nei suoi vent’anni di pontificato, ne indisse ben 9 (di cui uno…a distanza). Per coprire le spese di marmi, bronzi, manovalanza, architetti e artisti, attinse beatamente ai soldi delle offerte dei pellegrini che, da tutta Europa, arrivavano a Roma col desiderio della pontificia perdonanza.
Ritratto di papa urbano viii-caravaggio maffeo barberini
Urbano VIII era nato in una famiglia di mercanti fiorentini di stoffe, sete e mercanzie varie che aveva fatto una grossa fortuna e che aspettava il momento giusto per fare il salto di classe, come del resto, avevano fatto altri loro concittadini. Il giovane Maffeo, vispo, astuto, prestante, sembrava la pedina giusta. Affidato ad un potente alto prelato che gli insegnò a seguire “la vocazione”, dopo la laurea all’Università di Pisa, si distinse come nunzio apostolico a Parigi. Infine Cardinale, per volontà di Papa Pio V, si avviava così a salire al Soglio di Pietro. In realtà Maffeo non si chiamava Barberini ma …. Tafani. Ohimè, il nome di famiglia, non rimandava a “magnanimi lombi” ma a un “insetto pungente simile ad una grossa mosca che succhia il sangue degli animali”, non certamente adatto a tanto alte aspirazioni. Perciò, si decise di cambiarlo in…Barberini, alludendo al paesino di Barberino val di Pesa, tra Firenze e Siena, di cui gli avi erano originari. Nello stemma, che ormai doveva diventare nobiliare, cacciati gli orridi tafani, si dispiegarono operose melliflue api, disposte a mo di gigli di Francia, souvenir degli apostolici trascorsi parigini.
Dunque, con tutte le carte in regola, comprese la armi di famiglia, pronte ad essere scolpite, incise, dipinte, ricamate ovunque Maffeo ormai Barberini, si preparò, con un conclave, falcidiato dalla malaria, in cui morirono 5 cardinali e 40 conclavisti, sia pur febbricitante, a diventare, il 26 settembre 1632, 253º successore di Pietro. A questo punto, come uno sciame di api, i familiari, che tanto lo avevano sostenuto in questa papale avventura, arrivarono famelici a Roma, pronti ad accaparrarsi cardinalati, feudi, titoli nobiliari e soldi…tanti soldi. Gli storici definiranno tutto questo “nepotismo”. Appena rimesso in salute, Urbano VIII dette il via a tanti goderecci festeggiamenti da richiamare alla memoria dei romani, i bei tempi di altri due gaudenti Papi fiorentini Leone X e Clemente VII. Come i suoi due predecessori concittadini, Urbano amava le feste e i conviti, le baldorie e la buona tavola a cui, però, aggiungeva un alone di intellettuale godimento con la lettura delle sue rime, ispirate allo stile dei grandi classici come Píndaro, Catullo e Ovidio, purgati degli erotici contenuti e sostituiti da ecclesiastici messaggi di valore morale.
Stemma-famiglia barberini
Si circondò di poeti amici, come Chiabrera e Ciampali che con lui condividevano anche i beati vizi delle purghe che due volte all’anno, faceva godere loro la salutare verde quiete di Castel Gandolfo. E sono proprio gli appunti buttati giù, senza pretese di un attento credenziere a lasciarci le memorie di come e di quando si mangiava alla corte di Papa Barberini, in vacanza nella campagna romana. Lasciato il festante clima estivo di Roma, il papa e la sua corte, si avviarono verso Castel Gandolfo, con un viaggio che durava 2 giorni, con varie soste in cui ci si rifocillava con ampie bevute di vino dei Castelli. Intanto, a Castel Gandolfo erano da giorni arrivati, il maestro di casa, i cuochi, lo scalco, i bottiglieri, i panettieri, i coppieri, l’elemosiniere ma anche il confessore e il medico segreto, affinché tutto fosse in ordine per accogliere il Santo Padre ed il suo poetico seguito. L’arrivo della corte pontificia era annunciato dallo scampanio a festa di tutte le chiese dei dintorni e dallo scoppio di mortaretti. Finalmente, preceduta dalle guardie svizzere impennacchiate, arrivava la carrozza del Papa tirata da ben 6 cavalli!. 
Urbano-viii-ritratto
Grazie all’intenzione di Urbano VIII che provvedette al restauro di questa vecchia residenza nobiliare e tutt’oggi, Castel Gandolfo è la meta delle vacanze estive dei pontefici. I menu che ci racconta il nostro credenziere erano ricchi e vari e non prevedevano mai meno di 10 portate! Dunque, pranzi all’insegna di poetiche ispirazioni ma anche di vigorosi appetiti e stomaci a prova di bomba. La tavola di Urbano VIII era quella di un nobile di antica schiatta, abituato ai piatti d’argento siglati dalle api (ex tafani) di famiglia, pronti ad accogliere saporiti antipasti di salami, fichi, melone, burro e ricotta freschissima. Poi come sulle tavole toscane, appariva una buona sostanziosa minestra di pane o verdure col riso o legata con uova appena scodellate delle galline del pollaio papale. Seguirono i pasticci caldi, i colli di cappone ripieni, con vari intingoli. Arrivarono poi i lessi con capponi in bianco e fette di salame e foglie di lattuga, ma anche petto di vitello guarnito di fiori freschi. Finiti i lessi, si dava il via agli arrosti che potevano variare, dal cappone alla mongana (vitella di latte) confettati con arance amare e limoncello. Qualche volta, perché non rimanesse un languorino, si ricominciava con, lessi e poi con del vitello “stufato”, accompagnato dai carciofi. Con una buona torta bianca, qualche volta ripiena di formaggio provolone, ci si avviava alla conclusione del pranzo. Frutta di stagione, con un tocco di cacio, segnavano il termine della golosa tenzone! Naturalmente gli appunti fanno notare come si rispettassero, nella mensa papale, rigorosamente, le vigilie ed i giorni di magro. La carne era sostituita dal pesce, prima lesso, poi grigliato ed infine fritto. Sua Santità gradiva molto anche le uova. Le preferiva “al piatto alla francese” o “sperdute”.
Anche il pane per Sua Santità era quello speciale detto “papalino” bianco e soffice. Per gli altri bastava quello “basso” o “casereccio”. Questa era l’aurea quotidianità a tavola dove il brindisi era fatto con l’ottimo vino dei Castelli. Ma l’eccezionalità di un evento che segnò anche un balzo avanti nell’escalation della famiglia Barberini ex Tafani, per il matrimonio tra Taddeo, nipote del Papa con Anna Colonna. Con questa unione i Barberini ex Tafani si imparentarono con la più antica progenie dell’aristocrazia romana. La cerimonia, celebrata con grande pompa a Castel Gandolfo, permise agli augusti ospiti di gustare il meglio delle cucine papali, con vini sceltissimi, musiche ed epistolami letti con ispirati sentimenti dai poeti amici del papa. Dunque tra un Giubileo e l’altro , le “purghe” a Castel Santangelo ingentilite dalle poetiche letture, il desiderio di completare il suo marmoreo sogno urbanistico, e le beghe dei parenti sempre a caccia di soldi e potere,
Bernini monumento funebre di urbano viii
Urbano VIII trascorse i suoi vent’anni di pontificato, mentre l’Europa era scossa dalla Guerra dei Trent’anni. Il 23 luglio 1644 rese l’anima a Dio, non rrimpianto dai Romani che vessati dalle ben 63 tasse (sul pane…sul vino…) quando non bastavano i soldi del Giubileo, per bocca di Pasquino dissero: “Urbano VIII dalla barba bella. Finito il Giubileo, impone la gabella“. Forse morì con sulla coscienza il peso della condanna inflitta al concittadino Galileo Galilei, di cui all’inizio fu un grande estimatore. Dopo un lungo interrogatorio in cui pare che il Papa, per il nervosismo ed il disagio si mangiasse le unghie, lo costrinse, con un “rigoroso esame” (tortura) ad abiurare! 

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