Come ogni anno, nel solito vecchio cestino di giunco, glieli avevano portati adagiati su morbide foglie, stillanti rugiada, con la goccia mielosa che invitava al peccato di gola. Sotto la pergola d’uva, seduto nella sua poltrona di vimini, affondato tra lisi cuscini forati, lasciava scorrere le ore della giornata della sua lunga e avventurosa vita, ormai condensata in poche piccole-grandi gioie, come quel cesto di fichi appena colti da mano amica, offerti con affetto o come il consueto bicchiere di Chianti d’annata da sorseggiare con gusto lentamente o il sigaro toscano da fumare in santa pace, ricordando.
Cesto-di-fichi
I novanta li aveva compiuti da un pezzo. Non ne sentiva poi tanto il peso non fosse stato per quella fitta pungente e costante al ginocchio destro diventato duro e pesante…eroica memoria della ferita del 9 novembre 1860 a Mentana. Qui con l’Eroe dei Due Mondi, aveva condiviso uno dei momenti più alti del suo giovanile sogno di patria. Ma (raccontava) cosa avrebbero potuto fare loro, poveri garibaldini con fucili vecchi, avanzi dell’esercito piemontese, contro i moderni chassepots a retrocarica dell’esercito francese, di cui anche Garibaldi aveva provato il morso? Quel suo ginocchio malandato diventava dunque, testimonianza viva di eroici momenti vissuti con pura intensità di sentimenti e coraggio. Si era imbarcato insieme a tanti altri toscani, a Talamone, con stetto nel cuore l’addio della famiglia in ansia per quel colpo di testa dei più giovani dei ragazzi. Ma poi c’era stata l’emozione grandissima dello sbarco a Marsala, dove aveva vissuto con i Mille la certezza di fare la storia d’Italia a fianco dell’eroe degli eroi Giuseppe Garibaldi. Anche all’Eroe dei Due Mondi i fichi piacevano, lo sapeva. Tutti insieme ne avevano colti e mangiati, dolcissimi, nelle soste di avvicinamento a Palermo.
Incontro-di-teano
Poi, anche nella solitudine di Caprera, gliel’avevano raccontato questo frutto faceva parte del Suo parco menu quotidiano di zuppe di verdura ed erbe dell’orto, pesce cotto appena pescato o addirittura mangiato crudo per non dimenticare il sapore del mare….con le gallette del marinaio. I fichi secchi concludevano qualche volta il Suo rigoroso pasto. Intanto, un fico tira l’altro e il secondo è piu dolce del primo. Così di fico in fico…di ricordo in ricordo…come quando….. “Era il 26 ottobre 1860, compiuta l’inimmaginabile impresa dei Mille che aveva scosso, sorpreso, e fatto tremare l’Europa, lui in sella al suo Said avvolto in un ruvido poncho, insieme alle sue camice rosse sporche e rattoppate a Tano, si incontra con il Savoia (Vittorio Emanuele II) lucente e gallonato nella sua tenuta da sovrano insieme ai suoi, radiosi nelle uniformi blu lustre e stirate e dice: “Ecco il Re d’Italia”. Indimenticabile quella voce! Il tono, la forza, il vigore, la dolcezza! Insomma, la voce di un eroe! I garibaldini, sempre a corto di cibo, e con tanta fame arretrata sperano di consolare le pance vuote con il pranzo che, si sapeva, da giorni si stava preparando nella vicina tenuta dei principi Caracciolo, per solennizzare come di consueto con un abbuffata tale evento storico, ma Garibaldi rifiuta l’invito.
Giuseppe garibaldi a palermo nel 1860
Se lo ricorda proprio bene mentre gusta l’ennesimo fico. L’Eroe, prosegue per la sua strada con le affamate camice rosse. Si ferma in una stalla, da un barrocciaio, per dare da bere e un po di biada a Said. Seduto su un barile divide con i suoi pane e cacio. Un sorso d’acqua dal pozzo…la sputa disgustato sentenziando:”qui dentro c’è una bestia morta”. Un ultimo fico ancora, squisito…nel ricordo di un inedito indimenticabile Garibaldi, pane e cacio, fuori dalle righe della storia e della retorica. Quello rimasto nel suo cuore: un po Sandokan, un po Corsaro Nero, un po Cincinnato e Robinhood, ma anche San Giorgio, come lo avevano invocato e ricamato su un improvvisato tricolore, le suorine di un convento palermitano. Insomma il suo Garibaldi era il Garibaldi della gente, quello che tutti, in fondo, abbiamo nel cuore, anche di chi scrive perché il protagonista di questa storica indigestione di fichi era il mio bis bis bis nonno. Dopo l’epica avventura garibaldina tornò alla vita di sempre. Morì vecchissimo per quell’indigestione di fichi settembrini e di ricordi. In famiglia questa storia si raccontava, si racconta e si racconterà.
Dal necrologio in “The Times” Londra 5 giugno 1882:
“In Garibaldi l’amore prevaleva largamente sull’odio. Quali siano le follie ed anche i delitti commessi in suo nome, si può tranquillamente sfidare il mondo a trovare un solo gesto meschino, una sola azione crudele o anche una sola parola deliberatamente scortese, che possano venire imputati a lui personalmente”.

Dettagli

Cesto di fichi (fonte) Una delle tante raffigurazioni dell’Incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II (26 ottobre 1860) (fonte) Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) a Palermo nel 1860 (fonte) Giuseppe Garibaldi a Palermo nel 1860 (particolare) (fonte)