Quel 6 luglio 1439 era una luminosa giornata d’ inizio dell’estate fiorentina. Cielo azzurrissimo, come sfondo per una luce trasparente che faceva brillare i marmi colorati della nuova bellissima cattedrale di Santa Maria del Fiore, orgoglio cittadino, stupore e meraviglia delle centinaia di forestieri, tutti illustri, alti prelati della Chiesa, che qui si erano radunati per dibattere, risolvere, l’annoso faticoso problema dell’unione della Chiesa Occidentale (Roma) con quella Orientale (Costantinopoli) minacciata dagli Ottomani. L’idea del Concilio l’aveva avuta Papa Martino V, ma la messa in opera era toccata al suo successore Eugenio IV. Come sede per questo evento era stata scelta Ferrara e non Firenze. Ma un improvvisa, falcidiante, epidemia del morbo del tempo, la peste, aveva indotto i tanti notabili ecclesiasti (più di 700) qui riuniti, a cercare di cambiare luogo. L’ospitalità generosa offerta da Cosimo de Medici che non voleva perdere una simile buona occasione per accrescere il suo prestigio, poter mostrare al sua splendida città, che poteva con questa opportunità, diventare centro della cultura e dell’attenzione del mondo di allora, fece accettare il cambiamento.

Ecco come un cartolaio fiorentino dell’epoca, certo Vespasiano Bisticci (1422-1498), diventato cronista dell’evento, ci racconta: “La città di Firenze risulta libera, sicura, tranquilla, pacifica, allietata da un clima salubre, essendo essa situata com’è tra il mare Tirreno e Adriatico, possono accedervi agevolmente sia gli orientali che gli occidentali”. Quindi Firenze, con tutta la sua bellezza, accoglienza e buon clima, divenne la sede di quel fondamentale Concilio che sanzionò la fine della divisione delle chiese, posizionandosi così al centro di un avvenimento, per il mondo occidentale veramente eccezionale e stupefacente.

Qui fu siglata la Bolla “Laetantur coeli” (si rallegrino i cieli) che (anche se poi non ebbe un grande effetto) in quel momento segnò una vera ecclesiastica generale esaltazione. Si erano mossi, per questo motivo, i massimi rappresentanti della religione, il Papa Eugenio IV, l’imperatore di Bisenzio Giovanni VIII Paleologo, il Patriarca di Costantinopoli, tutti con il loro seguito, ma anche uno stuolo di teologi, vescovi, grandi sapienti, dell’epoca, come Basilio Bessarione, Giovanni Argiropolus, Isidoro di Kiev. Insomma, il mondo della cultura, della religione, della filosofia, delle lettere con i propri big, era arrivato sulle rive dell’Arno, facendo della città del giglio, un vero e proprio crogiolo delle sapienze con la sua ricca e variegata umanità.

Ma anche centinaia di curiosi si erano mossi dalle città vicine per non perdersi un tale momento anche di….mondanità. Ancora il nostro cartolaio/cronista ci introduce, con le sue vivissime descrizioni, nel clima eccitante di quei giorni “et venne il Pontefice con tutta la sua curia di Roma et collo Imperatore dei Greci Giovanni VIII Paleologo e tutto e Vescovi et prelati latini in Sancta Maria del Fiore dov’era fatto un degno apparato” E qui comincia la bella e divertente descrizione di quanto poterono, i fiorentini, tra meraviglia e stupore godere dello spettacolo della teoria fantasmagorica di questi personaggi colorati ed aristocratici, tra le vie della città. Comincia subito il nostro reporter dicendo che i prelati greci (orientali) erano vestiti in modo “più degno”, più eleganti di quelli latini. “Eranvi concorso tutto il mondo in Firenze per vedere questo atto si degno… Lo imperatore con una veste alla greca di brocato damaschino molto ricco, con capeletto alla greca che v’era sulla punta una bellissima gemma……molti uomini in sua compagnia vestiti pure alla greca molto riccamente sendo gli abiti pieni di gioie. Mirabile cosa era a vedere…
Sbalorditi i fiorentini bevevano con gli occhi tanta esibizione di lusso e tanto sfarzo, ma c’era anche chi come il giovane Benozzo Gozzoli fissava nella mente queste preziosità per raccontarcele, poi, nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi!

Dunque spettacolo eccezionale ed ammaliante, ma anche tanto studio, dibattito e preghiera in tante lingue, in latino, greco, in un tripudio di voci, in una specie di babele divina, che fa dire al cronista: “era mirabile cosa vedere con molte cerimonie come i vangeli si dicevano in tute dua le lingue greca et latina”. Naturalmente a questi momenti di alta preghiera, riflessioni, discussioni, dibattiti, funzioni religiose, seguirono però anche quelli di altrettanto alta convivialità. Così le cucine delle più importanti famiglie nobili fiorentine, ma anche quelle dei conventi della città dettero prova di essere all’altezza di tanto eccezionale situazione. Si arrostirono sui legni profumati, scelti tra quelli più stagionati dei boschi dell’Appennino, le più tenere carni chianine e i più grossi lombi di cinta senese, e i più gustosi animali da penna come fagiani e pavoni, ma anche saporiti piccioncini, come quelli che gradì moltissimo l’imperatore Paleologo, durante la sua occasionale tappa a Peretola. E poi verdure freschissime appena colte dagli orti dei dintorni. Su tutto il lauto menù, le spezie più rare profuse a piene mani, come si conveniva al rango dei convitati.

E poi torte di ogni sorta, pani mielati, morselletti, bericuocoli, confortini e tutti i tipi di delizie che potevano sortire dalle candide mani delle, espertissime dell’arte culinaria, suore di clausura. Ma fu l’apparire sulle mense di un vino dolce dal colore dell’ambra, alla fine di una di queste laute imbandigioni che suscitò il particolare entusiasmo del Cardinale Basilio Bessarione, Vescovo di Nicea, umanista di grande fama. Assaggiando questo nettare toscano, soddisfatto, esclamò: “Ma questo è vino è di Xantos” (Isola greca oggi Zante, famosa per le produzioni di vino di uva passita). I coppieri che subito tornarono a riempire le coppe d’oro e argento degli illustri ospiti, intesero il termine “Xantos” come parola latina “Sanctus” quale commento molto positivo all’eccellenza del vino. Dunque da quel momento lo battezzarono “Santo”. Tutto questo lungo discorso per raccontare un vino dolce e familiare che non manca mai nelle case toscane e che si è sempre pronti ad offrire e condividere con gli amici. Ma la tradizione che è amore per la storia e per le nostre radici, ha bisogno qualche volta, anche di un goccio di leggenda.