“Aprili gli occhi e guarda il mondo, osserva i colori e le forme e impara a riconoscere nella natura il senso dell’armonia”

(Lucio Andrich nei ricordi del nipote Paolo)

I volti bonari dei menadàs allineati sul piano del focolare si trasformano in ghigni ironici e smorfie sarcastiche nello specchio che si trova alle loro spalle. A queste figurette esili, scolpite nel legno durante gli anni trascorsi sull’isola di Torcello, l’artista Lucio Andrich (1927-2003) attribuì il nome che rievoca un duro e pericoloso lavoro, quello dei boscaioli bellunesi, soprannominati menadàs, che avviavano dalle montagne verso i cantieri veneziani i tronchi degli alberi tagliati, facendoli flottare lungo torrenti e fiumi, operazione denominata menada. Agli amici e conoscenti che andavano a trovarlo nel suo atelier di Torcello Andrich dedicava una statuetta bifronte, nella quale la faccia anteriore rappresentava l’immagine che ciascun personaggio aveva di sé, la faccia nascosta esprimeva il pensiero dell’artista nei confronti del soggetto ritratto; un bel modo per collaudare le amicizie, che in alcuni casi vennero irrimediabilmente troncate.

Anche Andrich era arrivato in laguna dalle montagne natie dell’Agordino, approdato al sanatorio veneziano di Sacca Sessola dopo essere stato gravemente ferito ai polmoni nella lotta partigiana, affrontata quando era ancora un adolescente. A Venezia il giovane Lucio frequentò l’Accademia di Belle Arti, dove avrebbe in seguito tenuto la cattedra di Mosaico; e a Venezia avvenne l’incontro con  la storica dell’Arte Clementina De Luca, che sarebbe divenuta sua moglie.

Quello con Clementina fu non solo un amore appassionato e turbolento, ma anche un sodalizio artistico, che si sviluppò quando da Venezia la coppia si trasferì a Torcello, abitando dapprima in quella che era stata la sagrestia della vecchia chiesa di San Tommaso dei Borgognoni,  e in seguito nella casa che dopo la morte di Lucio fu trasformata in museo dal nipote, Paolo Andrich.

Torcello era stata in passato ricca e popolata: nel VII secolo qui e in altre isole della laguna nord si insediarono i cittadini di Altino, in fuga dalla terraferma invasa dai longobardi, trasferendo sull’isola anche le istituzioni religiose, compresa la sede vescovile; la decadenza di Torcello ebbe inizio a partire dal XV secolo, in parte a causa del progressivo interramento dei fiumi, specie il Sile, che rese la zona insalubre, ma anche per lo sviluppo di Venezia, divenuta sempre più ricca e potente. Nel XVII secolo, dopo mille anni, la sede vescovile fu trasferita a Murano; in epoca napoleonica, la soppressione degli ordini religiosi e dei monasteri segnò il progressivo spopolamento dell’isola fino alla situazione attuale, in cui sono rimasti sull’isola appena dieci residenti.

Vicinissima al passaggio dei visitatori – ormai oltre un milione l’anno – diretti al complesso monumentale dominato dalla maestosa mole della cattedrale, ma al tempo stesso appartata, nascosta in fondo a uno stretto sentiero immerso tra cespugli di rovi ed erbe palustri, casa Andrich sorge sulle sponde della Palude della Rosa, dominio incontrastato di grandi stormi di fenicotteri. L’ampia visione delle barene lagunari si chiude sullo sfondo con le cime delle Dolomiti, spesso avvolte nella bruma come un lontano miraggio e un’evocazione di quel mondo montano da cui provenivano sia Lucio che Clementina (nata a Borca di Cadore).

Nella casa-laboratorio di Torcello, Andrich sperimentava tecniche e materiali, passando dal vetro alla ceramica, dalla pittura a olio alle incisioni: tutto ciò che si trova nelle stanze, mobili, quadri, oggetti d’uso quotidiano, è scaturito dalla multiforme vena creativa di Andrich e concorre a fare della casa stessa un’opera d’arte, in un insieme eterogeneo e al tempo stesso armonioso e affascinante che richiama la Casa del Mago di Fortunato Depero a Rovereto.

E come nella Casa del Mago risalta l’apporto di Rosetta Amadori, consorte di Depero, nella realizzazione dei “mosaici” di panno ideati dall’artista, lungo le pareti della casa di Torcello risplendono i colori della serie di arazzi ricamati dalle abili mani di Clementina su disegno di Lucio; il pezzo più importante e significativo, Gli innamorati della laguna “Clementina e Lucio”, è appeso su una parete della camera da letto e raffigura Clementina intenta al ricamo accanto a Lucio, rappresentato con il piglio e la posa di una divinità marina; i loro corpi si confondono e si dissolvono in un intreccio di elementi marini e vegetali, evocando quella natura e quel paesaggio lagunari che diffondono la loro luce perlacea attraverso le finestre affacciate sul basso orizzonte.

Le suggestioni di luci e trasparenze d’aria e d’acqua appaiono la matrice primigenia dalla quale scaturisce l’invenzione ed elaborazione di una particolare tecnica, assolutamente originale, quella delle StratiGrafiche, un termine coniato dall’artista stesso. La “tecnica Andrich” consiste in una “sovrapposizione di strati di tessuto di seta, di cotone più o meno preziosi, tagliati … in modo da … mostrare le parti sottostanti o interne. …. Questi assemblaggi consentono alle sovrapposizioni e ai tagli di tessuto di interagire con la luce che li attraversa o meno, definendo così un nuovo spazio dinamico…” (testo per gentile concessione di Paolo Andrich).

Di grande suggestione evocativa la StratiGrafica Venezia, marea alta, marea bassa, in cui il mutevole aspetto delle due facce del pannello, osservato con diverse modalità di illuminazione (diretta e in controluce), appare una poetica sublimazione degli effetti prodotti dall’incessante moto della marea sul paesaggio lagunare. Sono oltre ottanta le Stratigrafiche che Paolo Andrich custodisce e mostra ai visitatori, aprendole e offrendole agli effetti di luce in tutta la loro smagliante e fragile bellezza.
Si realizza una sorta di danza, uno spettacolo che affascina, unico e irripetibile: appare praticamente impossibile riprodurre in un’esposizione su supporti fissi i riflessi che si sprigionano offrendo e muovendo i tessuti intarsiati e ricamati alla mutevole luminosità della luce lagunare; in questo, le sete di Casa Andrich, realizzate con l’attenta e costruttiva collaborazione di Clementina utilizzando la tradizionale, antica arte del ricamo, appartengono al tempo stesso alla modernità, dotate come sono di quella caratteristica propria dell’Arte Cinetica, l’introduzione nell’opera della dimensione spazio-temporale come imprescindibile elemento estetico, espressivo e compositivo.

La Porta del Paradiso – due stipiti di marmo sormontati da un architrave – che Lucio innalzò usando materiale archeologico di recupero e collocò davanti alla casa sullo sfondo della laguna, è il tema di una StratiGrafica di straordinario fascino, che si rivela in quattro diverse figurazioni al variare della luce – che l’accarezza o l’attraversa – assumendo valenze cosmiche nel traslucido fulgore di un’inusitata Via Lattea. Vi aleggia la memoria delle sublimi trasparenze delle vetrate nella cattedrale di Chartres, al cui restauro Lucio fu chiamato a collaborare negli anni Settanta: d’improvviso si apre il manto della notte, suscitato dal molle ondeggiare della seta, pronta a riaccendersi di mille colori al minimo soffio di vento, al semplice gesto di una mano sapiente.