Nessuno può scrivere un libro. Un libro
perché esista davvero, è necessaria
l’aurora col tramonto, secoli, armi
e il vasto mare che unisce e divide
.
(Jorge Luis Borges: Ariosto e gli Arabi)

Quando fu catturato dai corsari algerini, intorno al 1580, era a bordo di una nave veneziana, forse come preda di una precedente razzia sulla costa tirrenica oppure imbarcato come mozzo: aveva dieci anni e all’epoca la vita lavorativa del marittimo iniziava ancora prima. Del suo nome di battesimo si è perduta la memoria, il nome di famiglia era probabilmente Piccini o Piccinini e proveniva da Mirteto, una frazione di Massa posta nel territorio fra il Tirreno e le Alpi Apuane. Si sa che la nave corsara da cui fu catturato faceva parte della flotta agli ordini di Hassan Veneziano, che conservava nell’appellativo il ricordo della sua origine; Hassan era stato protagonista di una sfolgorante carriera: catturato e venduto come schiavo, era divenuto un ammiraglio della flotta algerina (Raïs), poi governatore e infine re di Algeri.

Come gli altri stati barbareschi della costa nordafricana (designata all’epoca con il nome di Barbaria), nel XVI secolo il regno di Algeri era uno stato vassallo dell’Impero Ottomano, e traeva la principale fonte di reddito dall’esercizio della cosiddetta “guerra di corsa”. La città di Algeri, difesa da un’imponente cinta di fortificazioni, avrebbe resistito a tutti gli attacchi delle potenze europee fino alla conquista da parte dei francesi nel 1830.

I corsari erano l’equivalente marittimo dei capitani di ventura, arruolati con quelle che si chiamavano “lettere di corsa” da potenze nemiche tra loro per svolgere azioni di disturbo agli altrui commerci, che si svolgevano prevalentemente via mare e che dopo la conquista delle Americhe comportavano di frequente il trasporto di carichi di immenso valore. L’esempio più eclatante della loro ambigua posizione è quello del più celebre corsaro del XVI secolo, l’inglese Francis Drake,  che venne insignito del titolo di baronetto dalla regina Elisabetta I per i servigi resi alla corona britannica.

Comprato sul mercato degli schiavi di Algeri dal Raïs Fettah-Allah Ben-Khodja, che ne intuì le potenzialità, il futuro Alì fu da questi iniziato alla vita del corsaro. Intelligente, coraggioso, spregiudicato, con il nome di Alì Bitchin, assunto dopo la conversione all’Islam, si fece ben presto conoscere e apprezzare per le sue doti di navigatore e stratega. Sotto il suo comando, la flotta di Algeri divenne la più potente di tutto il Mediterraneo, mentre Alì ampliava il suo raggio d’azione spingendosi nelle acque dell’Atlantico fino all’Irlanda; le navi leggere e veloci dei corsari apparivano all’improvviso, attaccando il grosso e pesante naviglio da carico, a cui non restava altro che arrendersi.

La ricchezza che Alì Bitchin procurò alla città di Algeri fece sì che divenisse una sorta di “padre della Patria”, e dal 1621 al 1645, anno della sua morte, tenne la carica di capo supremo della corporazione dei Raïs – che aveva sede nel monumentale palazzo di Es’hine, di fronte al porto – e Grande Ammiraglio della flotta algerina. Del suo immenso patrimonio e delle migliaia di schiavi che possedeva, ammassati in un intero quartiere cittadino, rese conto il fiammingo Emmanuel de Aranda, catturato dai corsari e schiavo ad Algeri per due anni – prima di venire riscattato – parte dei quali trascorsi al servizio di Alì Bitchin, che narrò le proprie avventure nella Relation de la captivité du Sieur Emanuel d’Aranda: ou sont descriptes les misères, les ruses et les finesses des esclaves et des corsaires d’Alger, pubblicata a Parigi nel 1657.

Ma, come in una fiaba delle Mille e una notte, il potente, ricchissimo, spregiudicato e crudele Alì Bitchin, fu vinto dalla bellezza della principessa di stirpe berbera Lalla Lallahum, figlia del sultano dei Kabili – apprezzabile in tutto il suo fulgore, dal momento che le donne berbere non si velano. Facendosi accompagnare dalla vedova di Fettah-Allah Ben-Khodja, il Raïs che oltre quaranta anni prima lo aveva comprato come schiavo, e che era stato per lui una sorta di padre putativo, Alì si recò dal sultano a chiedere ufficialmente la mano della principessa, portando in dono quanto di più prezioso si potesse trovare nel mondo intero, dai tappeti di Persia alle sete orientali, dai diamanti dell’India all’oro del Perù.

Ma Lalla Lahum non si fece impressionare, rifiutò i doni e chiese invece che Alì facesse costruire una moschea per dare prova della propria fede. Di lì a poco, il 4 marzo 1622 veniva inaugurata la moschea di Alì Bitchin, eretta nei pressi del palazzo dei Raïs: la sala di preghiera, di forma quadrata, è sormontata da una cupola ottagonale, ed è circondata su tre lati da una galleria, coperta da una ventina di piccole cupole sul modello di Santa Sofia a Istanbul.

Alì Bitchin segnò il proprio destino quando entrò in conflitto con il sultano ottomano, che non aveva tenuto fede agli impegni presi nei confronti di Algeri; la flotta algerina non appoggiò le navi ottomane schierate contro Venezia e i Cavalieri di Malta, e per questo “ammutinamento”, considerato un gesto di alto tradimento, il sultano, che non osava sfidare apertamente il celebre e temuto “leone del mare“, lo fece avvelenare per mano di uno dei suoi servi. Correva l’anno 1645 e la figura di Alì Bitchin entrava nella leggenda.

Lo scrittore Riccardo Nicolai, nato come Alì a Mirteto, ha dedicato alla sua straordinaria storia il romanzo Alì Piccinin. Un mortegiano pascià di Algeri, che, tradotto, ha riscosso in Algeria grande successo, tanto che ne è stata tratta anche una pièce teatrale. La pubblicazione del romanzo ha fornito lo spunto per bandire un concorso fra gli studenti del Liceo Artistico Felice Palma di Massa, destinato all’elaborazione di un bozzetto per una statua di Alì Bitchin. I quarantacinque progetti partecipanti sono stati esposti nelle sale del Palazzo Ducale di Massa nel mese di giugno, e l’opera risultata vincitrice, dal titolo “L’abbraccio”, di Giulia Vatteroni, fornirà il modello per una statua in marmo bianco che sarà collocata ad Algeri, nel Palazzo dei Raïs (oggi polo museale ed espositivo dal nome Bastion 23), in occasione del quarto centenario dall’inaugurazione della moschea di Alì Bitchin,  il 4 marzo 2022.



Dettagli

Didascalie immagini

  1. La città di Algeri con la sua cinta di mura in una incisione del 1646
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  2. Veduta di Algeri
    (© Donata Brugioni)
  3. La casbah di Algeri, la più grande al mondo, dichiarata patrimonio dell’Umanità, è arroccata sui fianchi delle alture che sovrastano il porto
    (© Donata Brugioni)
  4. Cortile del palazzo dei Raïs (Es’hine)
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  5. Il faro dell’Ammiragliato (XVI secolo) segna l’ingresso al porto antico di Algeri
    (© Donata Brugioni)
  6. La moschea di Alì Bitchin nel quartiere di Zoudj-Aïoun nella casbah di Algeri
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  7. L’ingresso della moschea di Alì Bitchin nel quartiere di Zoudj-Aïoun nella casbah di Algeri
    (fonte)

in prima pagina:
Il faro dell’Ammiragliato (XVI secolo) ad Algeri segna l’ingresso all’antico porto fortificato
(© Donata Brugioni)
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