Oggigiorno, quando chiediamo ai bambini di indicarci un animale fantastico che li incanta particolarmente, una larga parte di loro ci indica… l’unicorno. Un animale affascinante, mitico, bello da vedersi, assolutamente non pericoloso, tanto che i negozi di giocattoli sono zeppi di morbidi e soffici pelosi pupazzi a forma di unicorno. Ma se chiediamo agli stessi bambini di che colore è un unicorno secondo loro, in coro oggi ci rispondono: di colore rosa e farcito di paillettes! Ebbene sì, rosa, con sfumature a volte cangianti, con parecchi brillantini e anche, perché no, ad effetto arcobaleno! Con i manga e gli anime giapponesi la realizzazione grafica dell’unicorno ha guadagnato effetti spettacolari, pur rimanendo legato all’idea di animale purificatore. Quando uscì negli anni Ottanta del secolo scorso il film Unico il piccolo unicorno, del disegnatore nipponico Osamu Tezuka, il corpo del piccolo quadrupede era già composto come un pony con criniera rosa shocking.
L’amore per l’unicorno era vivo anche in personaggi importanti, che hanno bramato avere qualcosa di questo favoloso animale.
Considerati animali veri ma quasi scomparsi, l’oggetto che ne rendeva credibile l’esistenza era la miracolosa protuberanza nel mezzo della loro testa. Trafficanti di denti di narvalo hanno fatto notevoli fortune spacciando per corno di unicorno il dente, simile ad una vite, di questo cetaceo marino che vive solitamente nel Mare Artico.

Un’incredibile dente di questo cetaceo è conservato al museo chiamato The Cloisters, una delle tre sezioni del Metropolitan Museum di New York. Un museo surreale per un visitatore europeo, perché è formato da interi pezzi di architetture, absidi e chiostri, da cui il nome, letteralmente smontati da Spagna e Francia e ricomposti in una zona boscosa della periferia di Manhattan. Posto su un terreno all’interno di Fort Tryon Park, è il distaccamento del dipartimento di arte medievale del più famoso Metropolitan Museum. 
All’interno di una struttura costruita per rievocare quella di una abbazia europea, questo antico reperto è posto in un angolo di una vasta stanza, dedicata all’animale magico; alle pareti sono appesi sette famosi arazzi rinascimentali che rappresentano la caccia all’unicorno. Il ciclo è stato realizzato fra il 1495 e i primi anni del Cinquecento, probabilmente in Francia, ma non esistono documenti che ci possano dire con certezza chi sia stato l’autore o la manifattura dalla quale sono stati prodotti. 

Gli arazzi raccontano la mitica caccia dell’Unicorno, con una flora e una fauna sontuosamente descritti. Il primo arazzo mostra numerosi cavalieri che entrano in un bosco, abbigliati con eleganti calzamaglie e cappelli piumati ma armati di lance aguzze e accompagnati da cani. Il bianco unicorno viene poi scoperto nei pressi di una fonte in compagnia di molti altri animali selvatici ed uccelli. Il magico animale tenta invano di scappare dalle grinfie di cavalieri e mute di cani, che lo inseguono e lo braccano fino a catturarlo dopo averlo ferito. Il successivo arazzo rappresenta l’arrivo dell’animale catturato al castello, accolto da una ricca corte aristocratica composta di eleganti dame e signori paludati. Le architetture di sfondo sono ricche di particolari che ci riportano al quattrocento franco-fiammingo. La scena finale lo mostra all’interno di un recinto circolare, vestito con un alto collare-gioiello e seduto regalmente sotto un alto albero ricco di melagrane, in un prato fitto di fiori colorati dalle foglie cangianti. Fra le centouno piante e fiori rappresentati ne sono state identificate ottantacinque, fra cui la Calendula officinale, usata sin dall’antichità per curare infiammazioni e ferite.

Probabilmente disegnati a Parigi e prodotti nelle manifatture di Brussels, sono documentati solo a partire dal 1680, dove erano appesi alle pareti della residenza parigina del Duca di Rochefoucauld. Vittime del saccheggio del palazzo durante la rivoluzione francese, sono fortunatamente sopravvissuti quasi intatti e tornati nelle mani dei De Rochefoucauld nel 1850 e sei di questi, i meglio conservati, acquistati da John D. Rockefeller nel 1922 per un milione di dollari. Sarà lui in persona, grande amante d’arte, a donarli nel 1937 alla sezione del Met chiamata The Cloister, che era stata appena fondata. Del settimo arazzo rimangono solo due grandi frammenti che sono stati successivamente acquistati dal museo stesso nel 1938, a completamento del ciclo.
Il tema di questi arazzi è stato spesso interpretato come un’allegoria cristiana, ma anche un racconto romantico sull’amore e il matrimonio, o forse una combinazione di entrambi. 

L’unicorno, infatti, animale prodigioso, era simbolo di saggezza e personificazione della purezza. La leggenda dell’animale dal corno purificatore e taumaturgico si è arricchita, sin dal medioevo, dell’idea che solo una vergine potesse catturarlo, perciò venne fatta propria dalla chiesa cristiana. Per questa ragione molte importanti chiese europee conservavano denti di narvalo con la convinzione che fossero di questo animale fantastico dal bianco manto che le avrebbe protette. La chiesa di Saint Denis a Parigi possedeva quello che era stato regalato nel IX secolo a Carlo Magno dal califfo abbaside Harun al-Rashid, mentre a Venezia la chiesa di San Marco ne aveva uno acquistato da Solimano il Magnifico. Anche un altro Magnifico aveva fra i suoi oggetti preziosi un unicorno. L’inventario di palazzo Medici a Firenze del 1492, redatto alla morte di Lorenzo de’ Medici, lo riporta descrivendolo come uno degli oggetti più preziosi e valutato seimila fiorini. Non sappiamo se questo particolare osso sia poi quello passato, durante il Cinquecento, nelle mani di un altro membro della famiglia Medici, il duca Francesco, figlio di Cosimo I.

Appassionato alchimista, nello studiolo che aveva dentro palazzo Vecchio conservava, come riportano molti documenti, un cosiddetto corno di unicorno, da poter usare per curare avvelenamenti e malattie incurabili. E forse proprio per lui è stato realizzato un dipinto, oggi conservato nelle nuove sale verdi del primo piano della Galleria degli Uffizi, che rappresenta una scena tratta dall’Odissea di Omero, con al centro un bellissimo unicorno posto a catalizzare l’attenzione. Realizzato da uno sconosciuto pittore fiammingo, tratta il tema della trasformazione dell’uomo grazie alle arti magiche di Circe, tema caro a Francesco de’ Medici, Duca ma, soprattutto, appassionato alchimista.
Dall’alto Medioevo fino all’Illuminismo, l’unicorno non ha mai cessato di esercitare il suo fascino sull’uomo. E ancora oggi, dai fantasy ai fumetti, il desiderio – o il bisogno? – di magia ci spinge a cercarlo e a rappresentarlo in tutte le salse e colori. Mai belli e preziosi, però, come i colori del ciclo di arazzi conservato a New York, che hanno ancora così tanto da dire e da scoprire.

Didascalie immagini

  1. ChiostroCuxa, esterno, The Cloisters, New York
  2. Dente di Narvalo, The Cloisters, New York
  3. La Cattura dell’unicorno, arazzo, Francia XV-XVI sec., The Cloisters, New York
  4. L’unicorno imprigionato, arazzo, Francia, XV-XVI sec., The Cloisters, New York
  5. ChiostroCuxa, interno, The Cloisters, New York
     

In copertina un particolare di:
L’unicorno imprigionato, arazzo, Francia, XV-XVI sec., The Cloisters, New York