“La ragione per cui non faccio lo scrittore ma l’illustratore è appunto questa:
nelle parole mi ci perdo, nelle figure invece, mi ci trovo“
(Roberto Innocenti)
Unico illustratore italiano ad avere vinto il prestigioso premio internazionale Hans Christian Andersen dedicato alla letteratura per l’infanzia, Roberto Innocenti ha iniziato la sua attività in uno studio di animazione a Roma, dove è giunto con una formazione da autodidatta. Dopo il rientro in Toscana, sua terra di origine – è nato a Bagno a Ripoli, sulle colline fiorentine nel 1940 – si è dedicato anche alla produzione di manifesti per film e spettacoli teatrali. All’illustrazione per i libri è giunto nel 1979 con 1905: bagliori a Oriente, che affronta il tema del conflitto russo-giapponese: lo scontro fra la decadente Russia zarista e l’espansionismo del Sol Levante costituì un punto di svolta nella storia, non solo della Russia, con l’assalto al Palazzo d’Inverno nel gennaio 1905.

L’interesse di Innocenti per la storia del Novecento e le sue grandi tragedie si ripropone nei due volumi dedicati all’Olocausto, Rosa Bianca (testo di Christophe Gallaz), uscito in francese nel 1985 e pubblicato in Italia cinque anni più tardi, e La storia di Erika (2003), su testo di Ruth Vander Zee, che gli valse il Premio Andersen.

In entrambi, la testimonianza degli eventi è resa attraverso lo sguardo dell’infanzia, che riesce ad attraversare l’orrore senza esserne contaminata, con uno spirito analogo a quello del film di Benigni La vita è bella. Scrive Innocenti: “Invidio la Letteratura, che può arrivare più nel profondo, ma l’illustrazione è privilegiata poiché non ha bisogno di traduzioni per passare le frontiere“.

Nella poetica che ispira il mondo di Roberto Innocenti, la Storia non è vista solo attraverso gli occhi dell’infanzia, ma anche nel suo intreccio con la modesta quotidianità delle vite di tutti coloro che concorrono a costruirla. La Casa del tempo (2009) è un esempio illuminante del senso della storia che impronta le illustrazioni di Innocenti: i cambiamenti che subisce attraverso il secolo la casa in cui una famiglia contadina vive dagli inizi del Novecento, condensano e simboleggiano i mutamenti ai quali è andata incontro la società nello stesso arco di tempo, seguendo l’evoluzione del costume e le vicende storiche.

Dal matrimonio sull’aia nei primi decenni del secolo, alla battaglia del grano voluta da regime fascista, fino alla guerra con le sue devastazioni, i profughi, l’avventura partigiana; poi l’abbandono delle campagne e l’inurbamento negli anni del boom economico; negli anni Settanta, i figli dei fiori e la loro ricerca di armonia con la natura, fino a una mistificazione del ritorno alla campagna, del tutto snaturata e divenuta mera cornice per i riti del week end borghese.

Numerosi sono i classici illustrati da Innocenti, che affronta ciascun testo portandovi il contributo della sua vena creativa: il Canto di Natale di Dickens, dove i personaggi si muovono in una cupa Londra di fine Ottocento; lo Schiaccianoci, tratto dal racconto di Hoffman, in cui giocattoli d’altri tempi inscenano un’intensa commedia delle umane passioni; Cenerentola, trasportata nel mondo artificioso dell’alta società britannica degli anni Venti, si muove in un clima sospeso tra età del jazz e fiaba senza tempo.

Dall’interpretazione che Innocenti dà delle Avventure di Pinocchio, collocandole nella Toscana ottocentesca, dove visse Carlo Lorenzini (Collodi) che ne fu l’autore, trasse spunto Roberto Benigni per il suo film. Il paesaggio assume qui un ruolo fondamentale, e il contesto in cui il burattino prende vita fa da comprimario alle sue avventure; emblematica in questo senso appare la tavola in cui il Gran teatro dei burattini è collocato in una piazza che ricorda le foto Alinari dell’antico centro di Firenze, prima delle demolizioni di fine Ottocento.

Ne L’ultima spiaggia la creatività di Innocenti spazia liberamente, con il supporto di un testo nato in funzione delle immagini. Per la prima volta qui l’autore entra personalmente in scena come protagonista di una storia straordinaria: in una locanda affacciata sull’Atlantico presso il capo Finisterre si incontrano scrittori e personaggi della letteratura, ciascuno dei quali – come l’autore stesso – è alla ricerca di una parte della propria memoria, andata dispersa.

Così, accanto al pirata Long John Silver dell’Isola del tesoro (il cui pappagallo funge da portiere della locanda), troviamo il capitano Achab di Moby Dick, l’aviatore caduto con il suo biplano, che è un personaggio e allo stesso tempo il suo autore (Il piccolo principe e Antoine de Saint-Exupéry), Emily Dickinson; la fanciulla avvolta in bianchi veli su una sedia a rotelle, spinta da un infermiere che improvvisamente la scaraventa giù dalla sedia e dal pontile – in una scena apparentemente brutale – si rivela come la Sirenetta della fiaba di Andersen, che spogliata degli abiti ritrova la sua acquatica felicità, illuminata dal chiarore lunare.

Nelle tavole illustrate da Innocenti, lo studio della documentazione storica, che è alla base della cura nella ricostruzione di oggetti, edifici, ambientazioni – i cui dettagli sono resi con estrema precisione – si contrappone al modo personalissimo di interpretare le scene, nelle quali il punto di vista e la prospettiva sono usati in funzione antinaturalistica: il taglio delle immagini è raramente frontale e le vedute dall’alto (a volo d’uccello) o di scorcio dal basso, forniscono un andamento dinamico alle scene rappresentate, analogo a quello dei fotogrammi di una pellicola, così come le distorsioni prospettiche delle architetture sono quelle proprie degli scatti fotografici con un grandangolo.

Anche gli spazi si modificano in funzione narrativa, con una percezione e descrizione delle dimensioni di tipo onirico. La locanda de L’ultima spiaggia, che all’esterno appare come una piccola costruzione in pietra, si dilata all’interno rivelando verande e ambienti disposti su più piani, funzionali alla narrazione ma del tutto svincolati dall’aspetto esterno dell’edificio. E proprio nel contrasto tra “iperrealismo” dei dettagli e libera articolazione degli spazi e dei rapporti – anche temporali – tra personaggi, reinventati secondo un estro creativo del tutto personale, sta la chiave dell’incanto che prende lo spettatore-lettore.