Sconosciuta ai più, dopo oltre due secoli, l’ex Chiesa di San Francesco ad Alessandria è stata restituita alla comunità grazie al completamento delle campagne conservative condotte negli ultimi venticinque anni e, in particolare, al restauro architettonico avviato nel 2023, che ha reso nuovamente leggibile la monumentalità e l’importanza storico-artistica dell’antico edificio. Realizzati anche i necessari adeguamenti impiantistici, in vista della sua futura destinazione a museo della città e polo culturale. Testimonianza di architettura religiosa tra le più insigni del medioevo alessandrino (insieme a Santa Maria di Castello a Santa Maria del Carmine), rappresenta il nucleo più antico e di maggior pregio (l’unico di età medievale superstite) di un complesso conventuale che occupa un intero isolato del centro storico: in origine uno dei maggiori centri francescani dell’Italia settentrionale.

Secondo una tradizione locale Francesco sarebbe passato in città nel secondo decennio del Duecento e qui avrebbe operato alcuni miracoli, come ricordano un bassorilievo in piazza del Duomo, riferito a una lupa ammansita, e uno dei primi biografi del santo a lui contemporaneo, Tommaso da Celano, che parla di un “pezzo di cappone… cambiato in pesci”. Per gli storici appare improbabile tale presenza, ma le narrazioni sono l’evidente testimonianza dell’esistenza in loco di una devozione francescana molto antica e radicata.

La costruzione è attestata a partire dal 1268 – data della Bolla papale del pontefice Clemente IV che invitava i fedeli a partecipare con le elemosine all’impresa – e, di lì a poco, vennero concessi cento giorni di indulgenza ai frati Minori conventuali per dare inizio alla costruzione, mentre, nel dicembre del 1290, Papa Nicolò IV proclamò l’indulgenza per coloro che vi sarebbero recati in visita di preghiera. Anche la costruzione del convento prese avvio e, a sostenerne la realizzazione non casualmente saranno anche gli Angiò, conti di Provenza e futuri re di Sicilia, che per brevi periodi ressero la città: in particolare nel 1310 Roberto II e la moglie Sancia di Maiorca che, devoti al santo di Assisi (la chiesa venne consacrata nel 1314), dopo l’impegno ad Alessandria fondarono la chiesa e il monastero di Santa Chiara a Napoli.

Le sorti successive della chiesa alessandrina non furono fortunate: le caratteristiche architettoniche originarie e le testimonianze artistiche del tempo sono oggi tornate leggibili e capaci di stupire, nonostante la pesante trasformazione subita dal complesso nell’Ottocento – prima destinato a caserma militare negli anni della campagna napoleonica, con la suddivisione della chiesa in due livelli tramite la realizzazione di un solaio poggiante su ampie volte – poi, per volontà di Carlo Alberto di Savoia, con la conversione a Ospedale divisionario militare nel 1833, anno in cui venne realizzato un ampio cavedio interno. Tutti interventi che hanno profondamente modificato l’assetto complessivo della chiesa e tolto alla facciata le sue connotazioni sacre. Non solo, per ben due volte – nel 1893/94 e nel 1952 – parti della chiesa e del convento rischiarono di esser abbattute per realizzare un’arteria diretta di collegamento tra le piazze Garibaldi e della Libertà. Pericoli fortunatamente fugati. La Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte aveva già notificato in realtà nel 1919 l’interesse archeologico dell’edificio e nel novembre del 1989 il Comune di Alessandria acquista la proprietà dell’immobile dalla direzione del Genio Militare. Finalmente l’inversione di rotta e così, dalla fine degli anni Novanta prendono il via gli scavi archeologici e i primi interventi di consolidamento delle strutture dell’edificio, allo svelamento e al recupero delle decorazioni affrescate del sistema delle volte e della cappella alla base del campanile.

L’ultimo fondamentale cantiere è quello iniziato a marzo del 2023, promosso dall’Amministrazione Comunale di Alessandria nell’ambito della programmazione Territoriale POR FESR 2014-2020 Asse VI “Sviluppo urbano sostenibile – Strategia Urbana Integrata denominata Alessandria torna al centro”: un restauro architettonico volto a recuperare questo straordinario bene culturale per moltissimi anni dimenticato, salvandone ed evidenziandone per quanto possibile le caratteristiche originali.

Oggi l’antico edificio si sviluppa su una superficie di milleduecentocinquanta metri quadrati e si presenta a tre navate – quella principale a sei campate è larga il doppio delle laterali a cinque campate ciascuna – con pilastri polistili, volte a crociera definite da possenti costoloni e capitelli cubici, purtroppo in parte sottoposti alla furia iconoclasta napoleonica. La navata centrale, realizzata in omaggio alla ricerca di una sobrietà francescana dell’impianto. In origine, oltre alla cappella maior, dovevano essere presenti altre cappelle laterali, probabilmente sette secondo alcuni, addirittura quindici secondo un documento dell’Archivio di Stato di Milano presumibilmente di fine Quattrocento.

Il solaio ottocentesco posto a metà altezza, che si è mantenuto in vista della futura destinazione museale, oltre che per motivi strutturali consente di apprezzare da vicino la ricchezza e finezza del motivo decorativo sulla volta e sui costoloni, con tracce della decorazione originale a bicromia bianca e nera, i capitelli d’imposta delle volte delle navate e i bellissimi lacerti delle chiavi di volta: l’Agnus Dei, l’Aquila, il Santo di Assisi benedicente e Giglio di Francia, probabile richiamo alla presenza angioina. Indubbiamente un’immagine nell’insieme grandiosa e di forte suggestione.
Infine, il progetto di rifunzionalizzazione ha previsto anche l’inserimento di nuovi ambienti, come il cosiddetto giardino d’inverno: un volume di circa centottanta metri quadrati completamente vetrato, realizzato ex novo sopra il parallelepipedo che costituiva l’ingresso dell’ex ospedale militare e che riprende l’articolarsi delle arcate del cortile.

Un tesoro ritrovato (visite guidate gratuite sabato e domenica fino al 28 giugno), grazie a un percorso complesso e non facile, frutto della sinergia di tante istituzioni e professionalità e di un importante impegno finanziario per il cantiere da poco concluso, con fondi provenienti prevalentemente dal bilancio del Comune di Alessandria (4,520 milioni di euro), dal POR-FESR/POC (3,909 milioni di euro) per il tramite della Regione Piemonte, e dal Ministero della Cultura (400.000 euro); un risultato che assume ancor più valore in concomitanza con le celebrazioni per l’ottavo centenario dalla morte del Santo di Assisi: unica architettura francescana nel Paese di cui si siano completati, nell’occasione, il restauro e lo straordinario recupero.

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(courtesy Ufficio stampa Villaggio Globale International – Antonella Lacchin – foto © 2026 Gianluca Talento)

scatti relativi a particolari dopo il grandioso restauro dell’ex Chiesa di San Francesco ad Alessandria