“L’anno scorso, in questi stessi luoghi, ho seguito spesso Claude Monet alla ricerca d’impressioni. Non era più un pittore, in verità, ma un cacciatore. Andava, seguito da ragazzini che portavano le sue tele, cinque o sei tele con lo stesso soggetto in ore diverse e con effetti differenti. Le prendeva e le lasciava di volta in volta, seguendo i cambiamenti del cielo. E il pittore, di fronte al soggetto, attendeva, sorvegliava il sole e le ombre, coglieva con qualche colpo di pennello il raggio che cade o la nube che passa e, disdegnando il falso e il convenzionale, li posava sulla tela con rapidità“. Così Guy de Maupassant, in una corrispondenza da Étretat, sulla costa normanna non lontano da Le Havre, descriveva nel settembre 1886 i suoi incontri con Claude Monet nell’articolo “La vie d’un paysagiste” per la rivista “Gil Blas”.

Erano stati alcuni artisti inglesi, primo fra tutti William Turner, a scoprire verso la metà del XVIII secolo il fascino della Normandia, la sua natura forte e selvaggia, le scogliere affacciate sull’oceano e i paesaggi velati dalla bruma o modellati dal vento, con le luci mutevoli vibranti di riflessi marini. Luoghi come l’estuario della Senna, Le Havre, la spiaggia di Trouville, il litorale da Honfleur a Deauville, ispirarono espressioni figurative di grande suggestione, e nel corso dell’Ottocento gli artisti francesi trovarono qui sempre nuovi stimoli per quella pittura en plein air che avrebbe costituito una delle caratteristiche fondanti dell’Impressionismo.

Ancora Maupassant, nello stesso articolo, narra l’incontro avuto in gioventù nel cortile di una fattoria con un grande pittore, che dell’interesse per il paesaggio dipinto all’aria aperta fu uno degli iniziatori e maestri: “Il cortile era in discesa, circondato da grandi alberi che il sole, prossimo a tramontare, illuminava con raggi obliqui. La luce gialla colava sulle foglie, le attraversava e cadeva sull’erba in una pioggia chiara e minuta. L’uomo non mi vide. Dipingeva su una piccola tela quadrata, dolcemente, tranquillamente, quasi senza muoversi. Aveva lunghi capelli bianchi, l’aria dolce e un’espressione sorridente. Lo rividi il giorno dopo a Étretat. Quel vecchio pittore si chiamava Corot“.

Da Théodore Géricault a Jean-Baptiste Corot, da Eugène Boudin a Claude Monet, da Charles Daubigny a Jacques Villon, da Auguste Renoir a Pierre Bonnard: una serie di grandi artisti che, per più di un secolo, hanno conferito alla Normandia, accanto alla Provenza e all’Ile-de-France, l’immagine emblematica della felicità del dipingere, trovando innumerevoli soggetti in un territorio fortemente caratterizzato dal clima dell’oceano e dalla sua mutevole luminosità, di cui i pittori hanno colto le mille sfumature.

Era nato a Honfleur, sull’estuario della Senna, Eugène Boudin (1824-1898), che fu il maestro di Monet. Un incontro determinante per il giovane Claude: insofferente nei confronti dell’insegnamento accademico trovò in Boudin, quasi completamente autodidatta, una felice corrispondenza di caratteri. Ricorderà Monet: “Boudin, con instancabile gentilezza, intraprese la sua opera d’insegnamento. I miei occhi finalmente si aprirono e compresi veramente la natura; imparai al tempo stesso ad amarla. L’analizzai con una matita nelle sue forme, la studiai nelle sue colorazioni“. Boudin, del resto, veniva da un percorso analogo: aveva infatti trovato durante la giovinezza un nume tutelare in Courbet che, riconoscendone il talento, lo aveva incoraggiato, aiutandolo a liberarsi dalla sua timidezza e a perseverare.

Pittore soprattutto di paesaggi marini, Boudin fu definito da Corot “il re dei cieli” per la resa straordinaria delle luci e delle nubi, che occupano gran parte delle sue tele. E Monet ne riconosceva il ruolo determinante per la propria formazione: “È a lui che devo l’educazione definitiva del mio occhio“. Grazie a un lascito del fratello di Boudin, Louis, il Musée d’Art Moderne André Malraux (MuMa) di Le Havre conserva un ricchissimo corpus di opere dell’artista, che trovava nel porto di quella città una fonte infinita d’ispirazione, continuando per tutta la vita a dipingere l’andirivieni di navi e battelli e le infinite variazioni atmosferiche sull’estuario della Senna.

Affacciato sul porto, immerso nella luce marina che entra dalle grandi superfici vetrate, la stessa che si ritrova nei dipinti esposti, il MuMa offre la cornice ideale per apprezzare non solo l’opera di Boudin, ma anche quelle dei suoi contemporanei. Nella collezione del museo domina la pittura moderna: Delacroix, Courbet, Monet, Sisley, Pissarro, Renoir, Degas, ai quali fanno seguito i Nabis, come Vallotton, e i Fauves, da Derain a Matisse.

Il museo è intitolato allo scrittore André Malraux, che come ministro della Cultura volle fortemente la realizzazione di questa nuova sede e la inaugurò nel 1961. Si tratta di un edificio che presenta soluzioni museografiche ancora oggi d’avanguardia, privilegiando la luce naturale e curando le possibilità di fruizione degli spazi per una programmazione che comprende anche concerti, conferenze e spettacoli.

Accanto alla rappresentazione di una natura possente, i pittori che frequentavano la Normandia fissavano sulle loro tele immagini e volti della mondanità, una panoramica sulla società che popolò le più suggestive località della costa normanna a partire dalla metà dell’Ottocento. Si diffonde in quest’epoca, tra l’aristocrazia e l’alta borghesia parigina, la moda della “villeggiatura”: è il momento di massimo fulgore dei Grand Hotel, con l’eleganza mondana e cosmopolita della loro clientela esclusiva, che compare come frequente soggetto nelle scene marine.

La spiaggia di Trouville compare più volte nelle tele di Monet e Boudin: il “bel mondo” che frequentava questa località alla moda aveva come punto di riferimento l’Hotel des Roches Noires, scelto ripetutamente come soggetto da Claude Monet. Nel 1870, anno in cui si era trasferito a Trouville assieme alla moglie Camille e al figlio Jean, dipinge Spiaggia a Trouville, un’opera sicuramente realizzata dal vero: un’indagine al microscopio ha infatti individuato, mescolati al colore, granelli di sabbia che il vento ha fatto aderire alla tela. In Normandia è situata anche l’immaginaria Balbec di All’ombra delle fanciulle in fiore (secondo volume de Alla ricerca del tempo perduto), alla quale Marcel Proust attribuisce molte caratteristiche della località di Cabourg, dove soggiornò ripetutamente e dove il microcosmo del Grand Hotel gli offriva un modello, concentrato e intensificato, dell’intera società.

Lo sguardo attento di questi pittori, che ci hanno lasciato uno straordinario patrimonio di testimonianze visive, offre il filo conduttore per un viaggio attraverso una regione che con le sue mutevoli luci e la ricchezza dei paesaggi campestri ha offerto un’infinita varietà di spunti e suggestioni. Del resto, tutto ebbe inizio qui, con la tela Impression, soleil levant che Monet espose esattamente un secolo e mezzo fa, nel 1874, presso lo studio del fotografo Nadar a Parigi: sul porto di Le Havre, il giovane artista cattura sulla tela una visione istantanea del sole, che scompone a colpi di pennellate, così che la sensazione immediata e la vibrazione del colore divengono il vero soggetto.

Il rapporto di Monet con la natura che lo circonda è, analogamente a quello di Boudin e Courbet, caratterizzato da una fisicità che si distacca nettamente dall’idealismo della pittura romantica. Ne rese in pieno lo spirito lo scrittore Guy de Maupassant in un passaggio, divenuto celebre, dell’articolo già citato: “Un’altra volta prese a piene mani un temporale abbattutosi sul mare e lo gettò sulla tela. Ed era davvero pioggia quella che aveva dipinto, nient’altro che la pioggia che penetrava le onde, le rocce e il cielo appena individuabili sotto quel diluvio”.