“... ogni trionfo di un uomo su un altro uomo ha di per sé un gusto di sconfitta, un sapore di morte. Non ci sono differenze sostanziali tra i vari gruppi umani, tra creature le cui ossa, il cui cervello e la cui carne sono costituiti dalla stessa materia; ogni ferita che ci infliggiamo è una forma di mutilazione, come se le dita della mano sinistra venissero amputate dalla destra. Non c’è in questo nessun piacere, nessun senso di conquista né pace.”
                                                                                                                                                          (Freya Stark)

Il Museo Civico di Asolo ha dedicato uno spazio, La stanza di Freya, alla viaggiatrice e scrittrice britannica Freya Madeleine Stark, che nella cittadina veneta concluse, ormai centenaria, la sua movimentata esistenza. In gioventù, Freya aveva soggiornato ad Asolo con la madre Flora ospiti nella villa del pittore e fotografo inglese Herbert Young, che alla sua morte nel 1941 lasciò la villa in eredità a entrambe. Asolo offriva all’indomita viaggiatrice un luogo di tranquilla serenità, circondata dai ricordi e dalla mole di taccuini, fotografie, schizzi e rilievi topografici accumulati in una vita trascorsa percorrendo tutto il Medio Oriente, dalla Turchia all’Afghanistan, e poi fino in Egitto; una scelta di vita che veniva dopo il lungo vagabondare negli anni tra infanzia e adolescenza al seguito dei genitori prima, e della sola madre dopo la loro separazione.

Pittore e scultore il padre, pittrice e pianista la madre, gli Stark conducevano una vita nomade spostandosi fra l’Inghilterra e l’Italia, e Freya nacque innanzi tempo nel gennaio del 1893 a Parigi, dove i genitori si trovavano di passaggio. Dopo la fine del matrimonio, la madre di Freya iniziò a vagare per l’Italia portandosi dietro le due figlie, che in questo modo non ebbero la possibilità di compiere studi regolari. Dovunque si trovassero, Freya cercò prima di tutto di imparare le lingue, dal latino che affrontò come autodidatta, al francese presso un convento di suore a Ventimiglia, dove iniziò anche a prendere lezioni di arabo da un missionario siriano, fino ad arrivare a conoscere una decina di lingue europee e mediorientali, dall’arabo al farsi, parlato in Persia, fino al turco. Dichiarerà: “Anche il paese più spento ha una sua anima se sei in grado di capire cosa dicono le persone; e non solo le parole, ma i pensieri che le formano.”

La madre si trasferisce in Piemonte presso il suo nuovo compagno, proprietario di una filanda, e qui all’età di tredici anni Freya rimane vittima di un incidente che la segnerà per la vita: avvicinatasi troppo a una delle macchine, i suoi lunghi capelli restano impigliati negli ingranaggi che le asportano parte del cuoio capelluto, un orecchio e una palpebra. Nonostante i mesi di degenza in ospedale e i ripetuti interventi, resterà sfigurata in modo permanente e cercherà sempre di nascondere le cicatrici con acconciature opportunamente studiate e con cappelli e copricapo di vario genere.

Il Medio Oriente aveva affascinato Freya fino dall’infanzia; all’età di nove anni legge Le mille e una notte, e considererà l’incontro con questo favoloso mondo una sorta di rivelazione: “la piccola scintilla accesa in questo modo cominciò in segreto a nutrirsi di sogni. Il Caso, cioè un missionario siriano che abitava vicino a noi, la attizzò; il Destino, sotto forma di lunghi mesi di malattia e di inedia, la ingrandì trasformandola in fiamma viva tanto da illuminare il mio percorso nei meandri del mondo arabo fino a farmi approdare, più tardi, sulle coste siriane, nel 1927.” Un viaggio che la portò dapprima in Libano, dove si fermò per perfezionare la conoscenza dell’arabo che studiava già da tempo, e poi in Siria. Per sua scelta, e per le limitate disponibilità economiche, Freya viaggiava da sola affidandosi alle guide che trovava sul posto, condividendo cibo e alloggio con i locali, e ammalandosi spesso a causa delle condizioni igieniche ambientali, fino a dover interrompere alcuni viaggi, senza però mai perdersi d’animo: “Viaggiare, significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. È questo il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando“.

Il suo sincero interesse nei confronti di culture e costumi così diversi da quelli europei, insieme all’atteggiamento rispettoso verso l’Altro, le guadagnano la stima di coloro che incontra, sicuramente sconcertati da una donna (per giunta europea) che se ne va da sola per il mondo, parlando le lingue dei paesi che attraversa e cercando di capire, prima di porsi in atteggiamento critico, tutto ciò che incontra. Inizialmente le sue corrispondenze di viaggio, corredate dalle foto che continua a scattare, compaiono su riviste in patria; in seguito, l’accordo con l’editore John Murray – che pubblicherà tutti i suoi oltre trenta libri – le permette di rendersi economicamente indipendente e continuare ad approfondire la conoscenza di un mondo del quale diverrà uno dei maggiori esperti del suo tempo.

Le Lettere dalla Siria, che Freya scrisse all’editore Murray durante il suo primo viaggio rimasero a lungo una corrispondenza privata e furono pubblicate solo nel 1942. Costituiscono la testimonianza del suo incontro con il mondo arabo e rendono in pieno l’emozione e l’entusiasmo con cui Freya affrontò questa esperienza così a lungo desiderata e sognata.

Dopo la prima guerra mondiale, con la fine dell’impero ottomano e la spartizione del Medio Oriente fra le grandi potenze, l’area aveva assunto una notevole importanza strategica ed economica e gli scritti di Freya, uno dei primi europei ad attraversare i deserti d’Arabia, e sicuramente la prima donna, suscitarono notevole interesse anche negli ambienti politici. Inoltre, nel corso dei tre viaggi che durante il 1931 compie nel nord dell’Iran, esegue personalmente la mappatura di alcune zone, come le Valli degli Assassini, di cui non esistevano rilievi cartografici.

Le sue narrazioni più affascinanti sono quelle che riguardano mondi ancora oggi difficili da penetrare, come Le porte dell’Arabia e gli altri due volumi in cui Freya narra il viaggio che intraprese attraverso la penisola Araba nel corso del 1934: partendo dal porto di Aden (oggi in Yemen) si diresse verso Shabwa, l’antica capitale dell’Hadramaut, attraversando il deserto sulle tracce della via dell’incenso e del mitico regno della Regina di Saba. A Shabwa Freya non sarebbe arrivata: ammalatasi gravemente, dovette rientrare ad Aden. Negli anni seguenti tornò due volte a percorrere le vie carovaniere che attraversavano il deserto d’Arabia, e per i resoconti di questi viaggi le fu assegnata la medaglia d’oro della Royal Geographical Society.

Nel 1939, mentre l’Europa si preparava alla guerra, la Stark fu assunta dal Ministero Britannico dell’Informazione come osservatrice e mediatrice nei confronti del mondo arabo grazie alla sua conoscenza della lingua e dell’ambiente; una missione durata quattro anni e narrata nel libro Effendi, che offre un’acuta analisi della situazione geopolitica dell’epoca e un quadro complessivo dell’area durante la seconda guerra mondiale.

Stabilitasi ad Asolo dopo la fine della guerra, il deserto le rimarrà nel cuore; è nel deserto siriano attorno ad Aleppo che all’età di novanta anni Freya compirà il suo ultimo viaggio, con la passione e l’emozione di sempre. Aveva scritto: “Se mi si chiedesse di elencare i piaceri del viaggio, direi che questo è uno dei più importanti: che così spesso e inaspettatamente si incontra il meglio della natura umana, e a vederlo così, di sorpresa e spesso in situazioni talmente improbabili, si arriva, con un piacevole senso di gratitudine, a realizzare quanto ampiamente siano sparse nel mondo la bontà e la cortesia e l’amore per le cose immateriali, che fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno.”

Didascalie immagini

  1. Ritratto di Freya Madeleine Stark (1923)
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  2. Alcuni oggetti appartenuti a Freya Stark esposti nel Museo Civico di Asolo
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  3. Damasco: il cortile della grande moschea degli Omayyadi (VII sec.) prima delle recenti distruzioni belliche
    (© Donata Brugioni)
  4. Maalula (Siria): Il monastero di Mar Teqla, distrutto nel 2013 durante la guerra in Siria
    (© Donata Brugioni)
  5. Oasi di montagna nella Penisola Araba
    (© Donata Brugioni)
  6. La valle dell’Uadi Hadramaut (Yemen)
    (© Donata Brugioni)
  7. Le rovine di Shabwa, antica capitale dell’Hadramaut; distrutta nel III secolo d.C. è oggi una città morta nel deserto yemenita
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  8. Villaggio di montagna nel sud dello Yemen
    (© Donata Brugioni)
  9. Tenda di beduini nel deserto di Wadi Rum (Giordania)
    (© Donata Brugioni)

in prima pagina:
Villaggio di montagna nel sud dello Yemen
(© Donata Brugioni)