Dalla lunga collaborazione con il direttore artistico della “Compagnia Teatrale Attori & Convenuti“, avvocato Gaetano Pacchi, ho imparato numerose cose, tra cui conoscere tanti professionisti del diritto al di fuori della loro professione scoprendo, e restando sorpresa, di quanta perizia venga posta anche nelle attività del tempo libero, ma è la personalissima digital art dell’avvocato Donato Nitti a stupirmi ogni volta.
Chi ci segue costantemente, ha avuto modo di osservare cinque sue opere all’interno di altrettante locandine per eventi, appunto, della “Compagnia Teatrale Attori e Convenuti“, per questo ho chiesto all’avvocato Donato Nitti se fosse disponibile per un’intervista nel suo studio che, in realtà, somiglia a una galleria d’arte moderna piena di luce e colori.
Ciao Donato e grazie di dedicarmi tanto tempo per far scoprire, ai lettori del Magazine, il pittore Donato Nitti; vorrei iniziare da Toghe soffocate (opera del 2024) che mi ha profondamente catturata dal primo istante che l’ho vista.
Devo ringraziare Gaetano Pacchi non solo per le opportunità che mi offre con le locandine di Attori e Convenuti, ma anche perché spesso mi stimola a lavorare su alcune opere che si evolvono grazie al nostro dialogo. Quella alla quale ti riferisci era Altrove, pubblicata su uno dei miei due profili Instagram il 30 novembre 2024, @donato_nitti, una riflessione sui momenti di passaggio nella nostra vita. Un’opera che parlava di assenza, di attraversamenti invisibili, di soglie. Nel confronto con Gaetano Pacchi si è arricchita di alcuni elementi che hanno dato corpo a una tensione più esplicita, a un grido trattenuto. È diventata così una delle opere più emblematiche della mia serie ‘dark‘, che pubblico soprattutto sul mio secondo account IG, @ph_donato_nitti. Questa serie esplora la tensione tra identità e dissoluzione, spesso in ambienti liminali, dove la forma umana si disgrega o si nasconde tra le ombre.
Raccontaci quando e come è iniziata questa che è molto più di una passione.
Ho iniziato a dipingere tardi, tre anni fa, per rappresentare con i colori le poesie che avevo appena pubblicato nella mia prima raccolta, Altri universi imprevisti (2010–2022). L’avevo sottoposta ad una grande poeta, Mariella Bettarini, che mi ha pubblicato con la sua casa editrice, Gazebo, e accolto nella redazione della sua rivista, L’Area di Broca. Era il giugno 2022, e nel luglio ho iniziato a dipingere. All’inizio con gli acquerelli, poi gli acrilici, e infine sono passato all’arte digitale e alla videoarte. È stato come se alcune poesie non potessero più restare solo parole: cercavano un corpo, un colore, una materia. Così ho iniziato a dipingere.
Cosa, o chi, ti ispira maggiormente?
I maestri del Novecento e qualche contemporaneo: filosofi e pittori, grafici e artisti digitali, sono i miei riferimenti. Leggendoli, guardandoli, studiandoli ogni tanto un’idea, una frase, un’immagine toccano un tasto profondo, sconosciuto, e nasce qualcosa.
Opere tanto diverse, hanno un nucleo comune?
Il tempo, forse, e il viaggio. Ieri leggevo che il tempo è uno dei temi che attraversano l’opera di Javier Marías, uno dei miei scrittori preferiti. E leggendo questo commento ho capito perché, in questi anni, torno spesso alle sue opere. Così come sono affascinato da Heidegger e dagli esistenzialisti francesi. E da Aspettando Godot, alla quale è ispirata la mia opera preferita, Estragon, e la sua compagna, Vladimir.

Uno dei passaggi che preferisco è quando nel secondo atto Vladimir dice: “Non perdiamo tempo in chiacchiere inutili. Facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta! Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero, non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene, per lui, se non meglio. L’invocazione che abbiamo sentita è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi, ci piaccia o non ci piaccia. Approfittiamone, prima che sia troppo tardi.” Il tempo, nelle mie opere, si mostra come stratificazione visiva: trasparenze, sovrapposizioni, dissolvenze, come se l’immagine fosse attraversata da un prima e da un dopo. Il viaggio è reale e metaforico, e una serie delle mie opere di videoarte, ha proprio questo titolo Voyages métaphoriques.
Pur in presenza di un messaggio forte e netto, una peculiarità delle tue opere è l’apertura alle più diverse interpretazioni secondo la sensibilità, e il vissuto, di chi osserva.
Amo le opere che evocano e non descrivono, nell’arte visiva e nella poesia. La mia prima raccolta di versi è stata definita “un libretto delicato e fatto di sabiana onesta poesia” da un maestro che mi onora della sua amicizia, Luigi Fontanella. Forse è per questo che amo la poesia ermetica: un modello letterario che sento irraggiungibile. Nell’arte visiva, invece, penso di riuscire a non essere didascalico. L’ambiguità, il non detto, per me, è una forma di rispetto per chi guarda: non voglio imporre un significato, ma aprire uno spazio dove l’osservatore possa riconoscersi o perdersi. Pongo domande, non ho risposte.
Quando lavori, segui un progetto preciso oppure l’opera si definisce incoming?
Spesso lavoro senza un progetto preciso, parto da un’idea ma percorro strade che portano a bivi, a sentieri interrotti. Alla fine può nascere qualcosa. La creazione è imprevisto, la maggior parte delle volte. In altre occasioni l’idea è un progetto. Ma credo che i miei lavori migliori, o almeno quelli che sento più profondamente, appartengano alla prima categoria. È come se l’opera emergesse a poco a poco dalla nebbia, e il mio compito fosse non interrompere la sua nascita mentre cerca la propria forma.
Ti capita di “modificare in corsa” un’idea iniziale?
Sì, spesso, ogni volta che il progetto non è chiaro, quindi forse la maggior parte delle volte che lavoro. E questo vale sia per l’arte digitale che per la pittura.

Anzi direi che le due opere di pittura che amo di più, Di sogni perduti e Noah’s Ark, sono per larga parte creazioni automatiche, surrealiste, che ho creato – soprattutto Di sogni perduti – chiudendo gli occhi e lasciando andare la mano seguendo la musica. Era jazz, non ricordo di quale artista. In quei momenti, l’opera nasce senza filtri, come se fosse lei a guidare la mano. È un gesto più vicino alla trance che al disegno. Forse una reazione al pensiero calcolante. Certo è strano che lo dica chi usa strumenti digitali per creare. Ma forse è parte della complessità che racconto in una delle mie poesie: “Gettato nel mondo tra infinite possibilità / cerco il senso di esistere / sento il desiderio di essere. / Viaggio leggero, in cerca di segni”.
Puoi spiegare ai nostri lettori le tecniche di realizzazione della tua digital art?
Uso soprattutto il mio iPhone con il quale scatto fotografie che sovrappongo utilizzando una app molto comune. Sempre più spesso utilizzo l’iPad come una tavoletta grafica, a volte per ritoccare le opere, per creare disegni digitali che sono le opere stesse o ne fanno parte. È un lavoro molto lungo, se sommiamo il tempo dedicato a ogni fotografia. Ma per fortuna posso riutilizzarle. Ad esempio, molti dei colori delle mie opere sono colori di fiori: papaveri, margherite, rose, fiori di campo. E amo usare anche fotografie di stazioni e treni, di edifici, di alberi. Il mezzo digitale non è per me una scorciatoia, ma uno strumento per scavare nella realtà, per trasformare il reale in possibilità, dando forma al tempo.
Suppongo che il pittore trovi il tempo di lavorare la notte…
Mi sveglio presto, e mi piace lavorare all’alba, o la notte. Prima che il mondo cominci, o quando tutto tace. Il giorno è dedicato alla professione e allo sport.
Vivo di numeri, quindi questa domanda non poteva mancare. A oggi, quante opere hai realizzato?
Non le ho contate, ma sono molte, soprattutto di arte digitale. La pittura e il disegno richiedono più tempo. Prima o poi dovrò organizzarle, sistemare il mio sito web, ripulire i due profili Instagram, come una pulizia di primavera. Forse un giorno le conterò, ma nel frattempo ne saranno nate altre.
Tra queste c’è quella che ti rappresenta o ancora deve arrivare?
Alcune mi rappresentano, dovessi sceglierne una di arte digitale e una di pittura oggi direi Estragon e Di sogni perduti.

Ma siamo in continuo divenire, so già che presto altre prenderanno il loro posto. Mi rappresentano non tanto perché raccontano qualcosa di me, quanto perché riflettono uno sguardo sul mondo: inquieto, provvisorio, carico di domande. E entrambe piene di fiori e colori.
Delle mostre passate, dove hai provato maggiore soddisfazione?
Il 2025 è stato entusiasmante, grazie anche al supporto di Veronica Triolo, curatrice delle mie personali e prezioso specchio che mi aiuta a guardare il mio pensiero artistico da prospettive diverse. A gennaio la personale alla galleria della Società degli Artisti Casa di Dante, a primavera ho partecipato con due opere ad una collettiva a Milano in occasione della Design Week ed una delle due opere è stata pubblicata su La Lettura del Corriere della Sera nel numero del 13 aprile.

La stessa opera, Estragon, è stata esposta a giugno al Palazzo delle Nazioni Unite a New York nella mostra One Time One Future organizzata per celebrare la costituzione della International Alliance for Sustainable Development of Arts.
Svelaci qualcosa della prossima mostra, quella che inaugurerà martedì 16 settembre…
È un grande onore. Il direttore del NIKI Florence, l’Istituto Universitario Olandese di Storia dell’Arte, Michael Kwakkelstein, ha visitato la mia personale alle Giubbe Rosse, nel novembre 2024, e mi ha invitato ad esporre al NIKI da metà settembre a metà ottobre. Porterò undici opere di arte digitale e sei di pittura. Porterò anche un’opera ibrida, scultura o installazione o ready made, lascerò decidere al pubblico come classificarla. Sarà una riflessione su che cos’è l’arte oggi, in un percorso che va da Duchamp a Cattelan passando per Manzoni, Warhol e Ai Weiwei, seguendo fili tracciati da Danto e Ortega y Gasset. Una mostra che si interroga sul confine tra soggetto e oggetto, gesto e pensiero. Sul rapporto tra uomo e natura, che costruisce uno dei sentieri della mia poetica.
Quale è la risposta alla domanda che non ti è mai stata posta?
“Perché viviamo in un mondo digitale che dobbiamo riempire di arte e cultura e non lasciarlo in mano a chi lo distorce“. La domanda era, o sarà: “Perché i tuoi lavori sono digitali, una forma di espressione che molti non considerano una vera arte?” Viviamo in un’epoca in cui lo spazio digitale è occupato da rumore e manipolazione, da certezze. Io credo che l’arte e la cultura debbano occuparlo, attraversarlo, redimerlo. Porre domande. Per questo faccio arte digitale. Per questo la diffondo anche, soprattutto, sui social network. È una forma di resistenza creativa.