“…Qui non ha loco il Santo Volto: / Qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, XXI, 48-49
Nell’Inferno, per indicare l’origine lucchese di alcuni dannati, sprofondati nella pece bollente insieme agli altri barattieri, Dante Alighieri cita due simboli della città universalmente noti nella sua epoca, il Volto Santo e il fiume Serchio: quest’ultimo per le piene devastanti che più volte spazzarono via uomini e cose, e il Volto Santo come una delle reliquie più celebri del suo tempo, tappa imprescindibile per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena provenienti da tutta Europa e diretti a Roma.

Il grande Crocifisso – la croce raggiunge quasi quattro metri e mezzo di altezza – è uno dei più antichi al mondo, e presenta un’iconografia inconsueta. La figura di Cristo è infatti abbigliata con una lunga tunica ed ha solo i palmi delle mani trafitti dai chiodi, mentre i piedi appaiono intatti. La Leggenda, narrata dal diacono Leboino (o Leobino), riportata su una pergamena del XIV secolo conservata a Lucca presso l’Archivio di Stato, attribuisce la scultura a Nicodemo, uno dei seguaci di Gesù. Quando per completare l’opera mancava solo il volto, Nicodemo si fermò, non trovando il coraggio di scolpire l’effigie di Cristo, un gesto che gli appariva quasi sacrilego, e di cui non si riteneva degno. Durante la notte, furono gli angeli a dare il volto di Cristo alla scultura, e proprio a questo evento miracoloso si deve il nome di Volto Santo.

Secondo la Leggenda la reliquia, arrivata nel 742 dalla Terra Santa al porto di Luni e da qui trasportata a Lucca, fu collocata nella chiesa di S. Frediano, ma scomparve nottetempo per poi riapparire presso la cattedrale di San Martino, dove da allora è conservata. A rievocare l’evento, ogni anno lo stesso percorso viene seguito dalla solenne processione che si tiene la sera del 13 settembre, vigilia della festività dedicata alla Santa Croce, occasione in cui i lucchesi recano omaggio al Volto Santo. Infatti, solo in questo giorno vengono aperte le porte della cappella poligonale realizzata nel 1484 da Matteo Civitali per custodire la reliquia, situata nella navata sinistra della chiesa.

L’iconografia è quella del Christus Triumphans, ovvero Gesù vivo sulla croce che trionfa sulla morte, una raffigurazione che esalta la regalità del Salvatore senza mostrarne l’umana sofferenza sulla croce. Un’iconografia caratteristica dell’Alto Medioevo, fino a quando, nel XII secolo, comincia ad affermarsi la raffigurazione del Christus Patiens, che finirà per sostituire definitivamente l’immagine gloriosa propria del periodo precedente. La lunga tunica blu, fermata da una cintola dorata annodata in vita, nasconde con le sue pieghe le forme corporee, che perdono così la loro materica fisicità, mentre tutta l’attenzione dei fedeli si concentra sul volto.

I lunghi capelli ricadono sulle spalle, mentre i baffi si collegano alla folta barba incorniciando il volto. Tutta l’attenzione è richiamata dallo sguardo, che i commentatori antichi definirono “terribilis”, uno sguardo che sembra accompagnare il fluire dei pellegrini raccolti in preghiera e indagare a fondo nell’animo di ciascuno, grazie all’intensa espressività dei grandi occhi, realizzati con pasta vitrea bianca per le cornee e vetri blu scuro per le pupille.

Il restauro, a cura del Settore di Restauro Sculture lignee policrome dell’Opificio delle Pietre Dure, si è reso necessario per lo stato di degrado dell’opera, e ha richiesto una serie di operazioni durate oltre tre anni, iniziando con un accurato studio diagnostico che ha consentito di programmare l’intervento di restauro vero e proprio, fornendo indicazioni per le scelte più impegnative: la separazione del Cristo dalla croce per consentire di operare sulle parti interne della scultura e la rimozione dello strato superficiale in cera colorata e della sottostante ridipintura, nera sulla veste e color mattone sugli incarnati, effettuata a partire dal XVII secolo.

Con questa operazione, sono tornati visibili gli incarnati del volto, delle mani e dei piedi del Cristo e le decorazioni in foglia oro del bordo delle maniche e dell’orlo della veste, che è apparsa di colore blu scuro, ottenuto da lapislazzuli purissimi e in buono stato di conservazione. Sulla croce, antica come il Cristo e anch’essa sottoposta nel tempo a ridipinture, è stato recuperato un prezioso “alfa e omega” in foglia oro su fondo azzurro.

L’intervento, che ha permesso di restituire allo sguardo del Volto Santo la sua intensità, ha riservato anche una scoperta: la pasta vitrea di cui sono fatti gli occhi fu realizzata rifondendo vetri di epoca romana. Il Volto Santo, unica scultura lignea della sua epoca ancora esistente, presenta questa caratteristica frequente nella statuaria antica, soprattutto nei bronzi, che si troverà ancora in alcuni casi fino agli inizi del Trecento: celebre la maestosa Madonna dagli occhi di vetro (1300-1305), che Arnolfo di Cambio scolpì per la facciata del Duomo di Firenze, oggi custodita nel Museo dell’Opera del Duomo del capoluogo toscano.

Anche il grande nimbo a forma di semicerchio (la cui datazione è ancora in corso di studio) che circonda il Volto Santo, era ricoperto da uno spesso strato di colore scuro e solo adesso è possibile ammirarlo in tutta la sua bellezza: su un supporto di legno sono fissate lamine d’argento sbalzato e cesellato raffiguranti cherubini, racchiuse entro nervature a rilievo dorate, con incastonate quasi quattrocento gemme in pasta vitrea nei colori verde smeraldo e rosso rubino. Le estremità del semicerchio sono ornate da due gigli in lamina di rame dorata.

Il Volto Santo è diventato il simbolo stesso di Lucca, che dal XIII secolo lo rappresentava anche sulle monete. Era tale la sua fama in tutta Europa che a metà del XIII secolo entro le mura cittadine si trovavano tredici ospedali destinati ad accogliere i pellegrini e la cattedrale di San Martino, la cui facciata risale al secolo precedente, è l’unica chiesa lucchese ad avere un porticato nel quale, all’occorrenza, i pellegrini potevano sostare e ripararsi. Sul pilastro a ridosso del campanile è inciso un labirinto, simbolo legato al tema del pellegrinaggio, presente anche in altre chiese lungo il percorso della la via Francigena, un labirinto nel quale non ci si può perdere, perché esiste un unico percorso obbligato, quello della Fede.