La Fondazione CR Firenze ha regalato, ai residenti in città e nei comuni della Città Metropolitana di Firenze, la possibilità di visitare in anteprima il cantiere di restauro della Cappella Bardi nella Basilica di Santa Croce. Fino al prossimo luglio, visite guidate gratuite si svolgono nei fine settimana permettendo di salire sui ponteggi a gruppi, di massimo cinque persone, accompagnati da personale dedicato a questa unica occasione. In effetti, è esperienza imperdibile vivere il restauro “in diretta” al capolavoro giottesco scoprendo prospettive diverse di quello straordinario racconto per immagini delle “Storie di San Francesco d’Assisi” attraverso sei episodi che narrano i momenti più significativi della vita del Santo e che decorano le pareti laterali della cappella. 

Emozionante ricostruire le fasi operative, le scelte di cantiere e immaginare l’originaria ricchezza di colori ed effetti di questo capolavoro maturo (fu realizzato sicuramente dopo il 1317), in cui Giotto piegò tecniche e materiali della pittura, al servizio di un racconto ricco di intensità, ispirato alla narrazione della vita di Francesco secondo la biografia di Bonaventura da Bagnoregio. L’intervento di restauro, preceduto e accompagnato da un’approfondita campagna diagnostica e affidato a Manuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, costituisce un’irripetibile occasione di conoscenza del maestro fiorentino, accostandoci anche al quotidiano operare di un innovatore.

Le motivazioni di questo impegno lungo e complesso sono da ricercare nelle precarie condizioni conservative del ciclo, che arrivavano anche a occultarne una corretta leggibilità. Sono già numerose le informazioni raccolte a conclusione della prima fase del restauro avviato nel giugno 2022, e nato dalla determinazione di Marco Ciatti, già Soprintendente dell’Opificio, che mise a punto e firmò il primo accordo tra OPD, Opera di Santa Croce e ARPAI per il sostegno all’intervento.
Numerose le sorprese e tante anche le conferme riguardanti le modalità di lavoro dell’artista. È venuta alla luce una decorazione precedente, probabilmente geometrica; grazie alla termovisione sono state individuate le buche pontaie ed è stato possibile precisare l’andamento e la struttura dei palchi del cantiere giottesco: realizzati a partire dalla metà delle lunette per poter dipingere la volta e poi portati alla base di ciascuna scena. Altre tracce sono riconducibili alle sinopie e al disegno preparatorio, passaggi fondamentali per studiare la composizione pittorica delle scene sulle pareti. 

Come nella prassi consolidata Giotto tracciava l’abbozzo di ciascuna scena per pianificare le “giornate” del tonachino, cioè dell’intonaco sottile su cui i pittori avrebbero steso i colori. Questa modalità permette di riscostruire il succedersi nel tempo del lavoro pittorico. La Cappella Bardi porta avanti le sperimentazioni circa l’utilizzo misto di pittura a fresco e a secco, gestito da Giotto con straordinaria capacità progettuale e tecnica. Tale tecnica, infatti, e ce lo conferma la presenza delle giornate, era programmaticamente quella dell’affresco, ma il pittore su questa base interviene ampiamente con colori stesi con un legante organico, probabilmente uovo. Può così contare su una gamma di colori più ampia, ottenere effetti chiaroscurali e di tono più intensi, con esiti di accentuato realismo. Tali aree, in parte perdute, si possono ‘rivedere’ e apprezzare grazie alla nuova campagna fotografica in UV che può valersi oggi di una strumentazione molto raffinata.
Il contatto ravvicinato con le pareti rivela poi particolari che ci riportano accanto a Giotto e ai suoi aiuti, nel vivo del lavoro, come le pennellate di prova destinate a valutare il cambiamento di tono prodotto dall’asciugatura dell’intonaco, che sarebbero poi scomparse alla vista con la stesura cromatica a secco, e sono oggi visibili proprio per la perdita di queste campiture (vengono rivelate, a esempio, ne Il transito di San Francesco).

Quella della Cappella Bardi è una vicenda conservativa tormentata in quanto, le pitture murali di Giotto, considerato non più alla moda, vennero addirittura nascoste nel 1730 da uno “scialbo”, cioè un’imbiancatura a calce. All’inizio dell’Ottocento vengono poi inseriti due monumenti funerari all’altezza del registro inferiore delle pareti laterali che producono perdite irrimediabili. Ci vorranno centoventi anni per riscoprire la magnificenza solenne e la forza comunicativa di Giotto e del suo Francesco fiorentino: solo nel 1851, mentre si pensa a una nuova decorazione, riemergono infatti porzioni della pittura trecentesca e uno tra i più celebri restauratori del tempo, Gaetano Bianchi, riporta alla luce le pitture di Giotto. Molte tra le diffuse abrasioni, graffi e perdite che segnano oggi in maniera tanto evidente le pareti dipinte, oltre che agli inevitabili danni prodotti dallo scorrere dei secoli, sono dovute proprio all’azione meccanica di rimozione dell’imbiancatura, mentre le grandi lacune che rendono le scene frammentarie derivano dalla rimozione dei due cenotafi. In quell’occasione tutte le mancanze vengono colmate con integrazioni in stile.

L’assetto con cui i professionisti dell’Opificio si sono confrontati e su cui sono intervenuti è però quello conseguente al restauro condotto, tra 1957 e 1958, da Leonetto Tintori che, con la guida del Soprintendente Ugo Procacci, scelse di rimuovere le aggiunte di Gaetano Bianchi per rivelare un Giotto il più possibile ‘autentico’, limitando al minimo le integrazioni pittoriche. Tintori aveva fatto un ampio utilizzo di fissativi sintetici, soprattutto a base vinilica, la cui alterazione offuscava la cromia giottesca, così come profondamente alterate apparivano le stuccature, realizzate anch’esse con materiali sintetici, non compatibili con quelli originari. A ciò si deve aggiungere una consistente quantità di depositi di polvere, aree a rischio per distacchi tra gli strati di intonaco, fratture, sollevamenti e cadute di colore con una preoccupante presenza di sali.
La Conclusione del restauro è prevista entro l’estate 2025.

Dettagli

La Cappella Bardi, luogo emblematico nella storia del restauro

(courtesy Opera di Santa Croce)

A lungo atteso, date le complesse condizioni conservative del ciclo, il progetto di studio e restauro delle pitture murali di Giotto raffiguranti le Storie di San Francesco è partito nel giugno del 2022. La durata complessiva prevista per lo svolgimento dell’intervento di restauro è di trentasei mesi.

L’attuale restauro è anche l’ideale proseguimento delle attività avviate dall’Opera di Santa Croce e dall’Opificio delle Pietre Dure già nel 2010, quando, beneficiando di un finanziamento della Fondazione Getty, era stata condotta una campagna diagnostica finalizzata alla conoscenza della tecnica giottesca e dello stato di conservazione sia della Cappella Bardi che dell’attigua Cappella Peruzzi. Dal 2011 al 2013 era stato inoltre restaurato dal Settore Pitture murali e stucchi dell’OPD l’episodio delle Stigmate di San Francesco, dipinto sull’arco di ingresso della stessa Cappella Bardi.

Commissionata con tutta probabilità da Ridolfo dei Bardi, membro della potente famiglia di banchieri fiorentini, è sulla destra della Cappella Maggiore e ha uno sviluppo di circa centottanta metri quadrati, uno spazio su cui Giotto e la sua bottega hanno rappresentato sei scene con i momenti cruciali della vita del fondatore dell’Ordine Francescano. La lettura delle storie si dispiega dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra, dalla Rinuncia ai beni alla Prima apparizione post mortem.

La cronologia del ciclo è una questione tuttora molto dibattuta negli studi: fermo restando il termine post quem rappresentato dalla canonizzazione di San Ludovico di Tolosa, raffigurato nella parete di fondo, oscilla infatti tra il 1317-1321 e un momento vicino al ritorno dell’artista a Firenze da Napoli, nel 1333.

Le vicende di questo tardo capolavoro giottesco sono state travagliate: le sue tracce e la sua memoria si persero infatti sotto un’imbiancatura a calce probabilmente già nella prima metà del XVIII secolo. Nel 1812 e poi nel 1818, all’altezza del registro inferiore delle pareti laterali, vennero inseriti i due cenotafi degli architetti granducali Giuseppe Salvetti e Niccolò Gaspero Maria Paoletti.

Nel 1851 il progetto di una nuova decorazione della cappella fu l’occasione di un primo ritrovamento sotto l’imbiancatura di porzioni della pittura trecentesca.

L’incarico di procedere con la riscoperta dei dipinti di Giotto venne affidato a uno tra i più celebri restauratori del tempo, Gaetano Bianchi, che condusse a termine le operazioni in circa un anno (tra 1852-53), avvalendosi anche dell’aiuto di alcuni frati, per provvedere poi al restauro vero e proprio dei dipinti. Molte tra le numerose diffuse abrasioni, graffi e perdite che segnano in maniera tanto evidente le pareti dipinte sono dovute proprio alle procedure meccaniche di rimozione dell’imbiancatura, mentre sempre in occasione della riscoperta ottocentesca vennero rimossi i due monumenti funerari, sotto i quali la pittura giottesca era completamente perduta e le cui sagome segnano oggi profondamente l’immagine di un testo tanto potente quanto frammentato.

L’assetto della decorazione dipinta della cappella precedente l’intervento in corso era dovuto infine al lavoro che si svolse tra l’estate del 1957 e la fine del 1958, condotto da due protagonisti del restauro fiorentino del Novecento, il soprintendente Ugo Procacci e il restauratore Leonetto Tintori, del quale è stato possibile precisare le tappe grazie alle ricerche d’archivio condotte a supporto del restauro.

I diversi principi, che guidarono il lavoro di Bianchi prima e di Tintori poi, costituiscono il nucleo di un dibattito cruciale per la storia del restauro negli ultimi centocinquant’anni, per questo la Cappella Bardi è un luogo emblematico. Se infatti l’intervento di Bianchi fu un vero e proprio ripristino in stile medievale, tipico dell’approccio ottocentesco, comprendente il rifacimento di tutte le parti mancanti, un secolo dopo Tintori e Procacci impostarono invece un discorso pienamente in linea con il dibattito sul restauro moderno, fondato sul recupero di quella “grande luce di autenticità” – nelle parole di Tintori – che ancora le pitture di Giotto occultate dalle ridipinture di Bianchi erano in grado di rivelare.

La scelta, sostenuta e orientata tra gli altri da Cesare Brandi, fu quindi quella di rimuovere integralmente le ridipinture ottocentesche (conservandole per il loro valore documentario) e di non intervenire con alcuna forma di integrazione pittorica, per quanto improntata a criteri di riconoscibilità, lasciando quindi parlare soltanto quello che rimaneva della pittura di Giotto.

Oggi, a distanza di oltre settant’anni, possiamo valutare con rinnovato spirito critico quelle scelte, come dai loro promotori a suo tempo auspicato, contemperando lo stato di conservazione dell’opera, l’istanza storica e la possibilità di una migliore lettura unitaria di un testo figurativo di tale importanza.

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio Comunicazione di Fondazione CR Firenze)

  1. locandina
  2. una fase del restauro
  3. ancora fasi del restauro
  4. ancora fasi del restauro
  5. ancora fasi del restauro
    foto © Stefano Casati