Nel 1966 l’alluvione devastò la città di Firenze danneggiando severamente, come è noto, un numero considerevole di opere d’arte. Tra queste il Crocifisso del Cimabue, conservato presso la basilica di Santa Croce, fu definito da papa Paolo VI “la vittima più illustre dell’alluvione” in occasione della visita alla città la notte di Natale dello stesso anno. 

Infatti il crocifisso duecentesco, investito in pieno dall’acqua e fango straripati dall’Arno a pochi metri di distanza, subì danni ingenti: gran parte della superficie pittorica – circa il 70% – era andata distrutta e lo stesso supporto ligneo era stato compromesso. Il Crocifisso di Cimabue rimane ad oggi il simbolo dell’alluvione, mentre il suo restauro rappresenta al meglio la rinascita della città dopo il disastro.

Restauratori al lavoro sul Cristo del Cimabue presso il Gabinetto di Restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Foto: Paolo Mariani, Francesco Chimenti. Courtesy of: Opera di Santa Croce

Il restauro dell’opera di Cimabue in effetti fu epico e il crocifisso fu restituito alla basilica di Santa Croce e ai fiorentini solo il 15 Dicembre del 1976, a 10 anni dall’alluvione. Il restauro, lungo e complesso, fu portato avanti dagli specialisti dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, guidato allora da Umberto Baldini.

Oltre alla superficie pittorica anche il supporto ligneo era stato fortemente danneggiato, e fu necessario restaurarlo separatamente dalla pittura. Foto: Paolo Mariani, Francesco Chimenti. Courtesy of: Opera di Santa Croce

In quell’occasione, come per altri restauri di opere alluvionate, furono messe a punto tecniche innovative per l’epoca, divenute solo successivamente prassi consolidate nell’ambito del restauro; una tra queste fu l’integrazione delle superfici pittoriche mancanti con la tecnica dell’astrazione cromatica (il riempimento delle aree mancanti con la stesura a fasi di un tratteggio di colori giallo, rosso, verde e nero che crea una campitura omogenea e in armonia con i valori cromatici del dipinto) sperimentata proprio in quell’occasione.

Particolare del Cristo del Cimabue dopo il restauro effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Si notano in particolare le campiture effettuate con la tecnica dell’astrazione cromatica. Foto: Paolo Mariani, Francesco Chimenti. Courtesy of: Opera di Santa Croce

Fu Umberto Baldini a commissionare a due fotografi fiorentini, Paolo Mariani e Francesco Chimenti, la documentazione fotografica del restauro. Una scelta non banale: “allora la tecnologia fotografica non era evoluta come quella di oggi – spiega Mariani – e con Francesco Chimenti abbiamo organizzato modalità fotografiche originali e realizzato attrezzature artigianali per documentare al meglio l’immane lavoro condotto dai restauratori”.

Restauratori al lavoro sul Cristo del Cimabue presso il Gabinetto di Restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Foto: Paolo Mariani, Francesco Chimenti. Courtesy of: Opera di Santa Croce

La documentazione finale comprendeva ben 589 diapositive di formato 6×6 a colori. L’intero corpus di immagini fu mostrato in pubblico il giorno della restituzione dell’opera alla basilica, il 15 Dicembre del 1976, alla presenza di circa cinquemila persone. Il materiale fotografico era stato montato in una proiezione multimediale che integrava le immagini in dissolvenza incrociata con brani di musica classica; una soluzione che oggi potrebbe essere realizzata con qualunque computer, ma che all’epoca richiese soluzioni inedite e una buona dose di creatività. “Ancora mi viene la pelle d’oca a raccontarlo, tutti in silenzio di fronte alle nostre immagini che venivano proiettate in dissolvenza e poi l’applauso infinito”, ricorda emozionato Mariani.

Oggi, grazie alla donazione all’Opera di Santa Croce delle 589 diapositive da parte di Paolo Mariani e di Maria Grazia Seroni (erede di Francesco Chimenti scomparso alcuni anni fa) questa straordinaria documentazione torna ad essere disponibile. 

L’Opera di Santa Croce esprime profonda gratitudine a Paolo Mariani e a Maria Grazia Seroni per questa generosa donazione che nasce dall’appassionata consapevolezza dell’eccezionalità del restauro e dalla necessità di condividerne il valore – sottolinea Cristina Acidini, presidente dell’Opera – si tratta di una documentazione, per certi versi emozionante, che ricostruisce egregiamente la complessità dell’intervento di recupero”.

Tutte le diapositive saranno acquisite in formato digitale, con un progetto a cura di Eleonora Mazzocchi, conservatrice dell’Opera di Santa Croce, e saranno messe a disposizione della comunità scientifica. In questo modo non solo saranno fissati gesti e volti di tutti i professionisti che hanno partecipato al restauro, ma sarà possibile per i restauratori di domani attingere in caso di un futuro intervento a un patrimonio documentale minuzioso e completo.