Nel suo intrico di calli, canali, campielli, ponti e fondamenta che si affastellano e intersecano in spazi spesso angusti, Venezia appare una città dove le aree verdi sono rare. A maggior ragione, la presenza di un giardino a due passi da piazza San Marco è una gemma preziosa, rimasta però a lungo soffocata dietro una barricata di bancarelle di souvenir che ne facevano dimenticare perfino l’esistenza: i Giardini Reali, collocati tra le Procuratie Nuove e il bacino di San Marco sono tornati a rivivere nel loro fascino ottocentesco alla fine del 2019, grazie a una lunga opera di restauro da parte di Venice Gardens Foundation che li ha ottenuti in concessione dal Demanio.

Inizia nel 1807 la storia dei Giardini Reali veneziani, quando Napoleone decise di destinare le Procuratie Nuove a Palazzo della Corona affidando il progetto all’architetto Giovanni Antonio Antolini, che per conto dell’imperatore aveva già realizzato il Foro Bonaparte a Milano. In origine, Antolini prevedeva la costruzione di un nuovo edificio prospiciente il bacino di San Marco, scomparso nel progetto definitivo.

Come residenza imperiale fu invece edificata la cosiddetta Ala napoleonica, posta di fronte alla basilica di San Marco a collegare le Procuratie Vecchie a quelle Nuove; per far posto all’Ala napoleonica venne demolita la cinquecentesca chiesa di San Geminiano, opera del Sansovino. Del progetto originario di Antolini restava il giardino, posto tra le Procuratie Nuove e la laguna, nello spazio ricavato dalle demolizione del complesso dei Granéri publici de Tera Nova, l’enorme granaio composto da quattro edifici fatto costruire dalla Repubblica di Venezia dopo la grande carestia del 1322.

Uscito definitivamente di scena Napoleone, il ritorno degli Austriaci a Venezia segnò per il giardino un momento di splendore: su consiglio di Canova, l’architetto Luigi Santi venne incaricato di dare un assetto definitivo allo spazio verde, realizzando un viale alberato affacciato sul bacino di San Marco; in fondo al viale fu costruito un padiglione neoclassico che chiudeva la prospettiva del giardino fronteggiando la serra posta sul ponte della Zecca. Destinato a offrire ombroso refrigerio alla Corte nei giorni di afa estiva, il padiglione fu più tardi trasformato in caffè, funzione che è stata ripristinata in occasione del restauro. Per accedere al giardino dalla residenza imperiale venne costruito un piccolo ponte levatoio sul rio della Zecca, dal quale si poteva approdare direttamente al palazzo.

Per riparare l’approdo dalle intemperie, fu realizzata una tettoia di vetro sorretta da mensole in ghisa artisticamente lavorate: una caratteristica che si ritrova in tutti gli elementi di arredo del giardino, dall’elegante pergolato che ne costituisce l’asse centrale, attraversandolo quasi tutto, ai lampioni, dagli elaborati sostegni su cui posano le panchine in legno fino all’aereo disegno del cancello di accesso.

Nel 1920 il giardino venne ceduto al Demanio e da questo assegnato in gestione al Comune di Venezia, che lo aprì al pubblico. In seguito l’unico, invasivo, intervento di rilievo fu la costruzione di un bunker di cemento armato durante la seconda guerra mondiale; per il giardino era iniziata un’epoca di decadenza e degrado, mentre il viale lungo il bacino di San Marco si riempiva di chioschi che nascondevano la cancellata di ghisa e ferro battuto di recinzione del giardino.

Nel tempo, i Giardini Reali veneziani hanno mantenuto sostanzialmente la loro struttura originaria, che il recente restauro ha rispettato, demolendo il bunker e due brutte fontane di cemento armato, mentre sono stati ripristinati il pergolato e la fontana al centro, realizzando agli estremi del pergolato stesso due boschetti dall’aspetto volutamente naturale. La novità di maggior rilievo nella progettazione, affidata al celebre architetto di giardini, Paolo Pejrone, è rappresentata da un boschetto di bambù, nota esotica che nell’Ottocento costituiva una presenza frequente nei giardini delle ville.

Le siepi sempreverdi lungo le Fondamenta sono state mantenute e infoltite: allori e pitosfori formano una barriera grazie alla quale nel giardino i suoni giungono ovattati e non sovrastano lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia dei viali; piccole esedre raccolte invitano alla sosta e alla meditazione mentre in alto, sopra il tetto delle Procuratie Nuove, domina la scena il campanile di San Marco.

Didascalie immagini

  1. Progetto per il restauro dei Giardini Reali
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  2. Anonimo veneto: Veduta verso i granai di Terranova a San Marco (XVIII secolo) – Venezia, Museo Correr
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  3. Il padiglione neoclassico di Lorenzo Santi (1816-1817), utilizzato in origine dalla Corte durante l’estate, è oggi un caffè
    (© Donata Brugioni)
  4. Il ponte levatoio sul rio della Zecca, tra l’edificio delle Procuratie Nuove e i Giardini Reali
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  5. Il rio della Zecca visto dal ponte levatoio con la tettoia in vetro dagli elaborati sostegni in ghisa
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  6. Il pergolato che costituisce l’asse del giardino, termina con un gazebo di ghisa e ferro battuto
    (© Donata Brugioni)
  7. Il campanile di San Marco visto dai Giardini Reali
    (© Donata Brugioni)

in prima pagina:
Progetto per il restauro dei Giardini Reali
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