Dal punto di vista di chi crea tutto è una scommessa, un salto nell’ignoto.
                                                                                                              Yayoi Kusama

Molte le figure che nella storia dell’arte hanno combattuto il disagio esistenziale, sovente aggravato da disturbi mentali, con l’esercizio della loro creatività – da Séraphine de Senlis al nostro Antonio Ligabue – grandi artisti incompresi portatori di speciale sensibilità, spesso protagonisti di parabole umane sfociate nel dramma, come nel caso di Vincent van Gogh, la cui fama di artista maledetto è stata amplificata dal marketing per creare la superstar mediatica moderna che oggi assicura importanti riscontri ovunque ne venga utilizzato il nome. Partendo da tali considerazioni è perciò ancor più bello vedere il riconoscimento ottenuto nel panorama contemporaneo da un’artista dalla biografia travagliata – ancora vivente – come Yayoi Kusama, rasserenata dal consenso unanime raccolto intorno alla sua opera, che alla soglia dei novant’anni continua a esprimersi portando avanti l’integrità della sua arte senza compromessi; nel 2017 ha inaugurato un suo personale museo a Tokyo, dove raccogliere i frutti multiformi della sua vena creativa, tra pittura e scultura, arte performativa e stanze di specchi, opere letterarie e poesie, oggetti di moda e design.

Nata nella città di Matsumoto, prefettura di Nagano, il 22 marzo 1929, Yayoi risente subito fin dall’infanzia dei conflitti che attraversano il suo nucleo familiare d’origine; ultima di quattro figli, la madre la inviava a pedinare il padre nelle sue infedeltà e la bimba ha sviluppato un rapporto problematico con la sessualità, scaturito dal trauma di vedere il genitore, figura maschile di riferimento, in intimità con altre donne. Inerme davanti al tradimento la madre sfogava sui figli tutta la rabbia della sua impotenza, strappando alla piccola Yayoi i disegni precoci che realizzava e innescando il furore creativo con cui ancora oggi l’artista realizza i suoi lavori.

Folgorata dalle tele di Georgia O’Keeffe la giovane intraprendente Yayoi intrattiene una breve corrispondenza con la pittrice americana, prima di fuggire da casa lasciando il Giappone e approdando a New York nel 1958. Determinata a inseguire una carriera da artista Kusama inizia ad allestire piccole personali, ma sperimenta ben presto la discriminazione dell’ambiente newyorkese – doppia nel suo caso, essendo donna e giapponese – vivendo la frustrazione di vedere le sue idee copiate con successo da Andy Warhol e Claes Oldenburg, scivolando nello stato depressivo che provocherà il suo primo tentativo di suicidio.

Estremamente all’avanguardia nella sua idea di voler trattare l’arte come qualsiasi altro bene di consumo – una prima partecipazione ‘abusiva’ alla Biennale d’Arte di Venezia del 1966, con mille e cinquecento sfere a specchio vendute al pubblico ne è prova eloquente – Kusama è in prima linea come attivista contro la guerra del Vietnam; le sue azioni performative attirano l’attenzione, ma le procurano una fama degradante di donna in cerca di notorietà svilendo il valore della sua protesta. Le è precluso l’accesso a musei e gallerie, un vero e proprio muro le è eretto contro, perciò nel 1973 Yayoi torna in Giappone decisa a ricominciare da zero.

L’arte di Kusama affonda le radici nelle allucinazioni e nei traumi ormai indissolubili dalla sua anima, l’esercizio creativo è diventato nel tempo anche una sorta di terapia personale per la fragile mente dell’artista incline a pensieri ossessivi. Negli anni ’80 le sue opere iniziarono a essere rivalutate e nel 1993 fu la prima donna a rappresentare il Giappone alla Biennale di Venezia, grazie alla lungimiranza di chi nascose alle autorità politiche del Sol Levante il fatto che ormai da anni Yayoi aveva fissa dimora in un ospedale psichiatrico non lontano dal suo studio. Oggi le sue sculture e le sue tele piene di colore sono il sintomo tangibile di una raggiunta serenità.

Negli ultimi anni è stata fatta una valutazione in base al successo delle mostre di Kusama e, con oltre cinque milioni di visitatori, è ritenuta tra le artiste viventi più influenti nell’arte contemporanea. Per approfondire la conoscenza di questa signora così vitale e del suo spirito indomabile, in questi giorni è nei cinema il documentario Kusama infinity di Heather Lenz distribuito da Wanted Cinema.

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana del documentario Kusama infinity
  2. Yayoi Kusama e i suoi universi in una stanza
  3. La piccola Yayoi con i genitori Kamon e Shigero / I Kusama nella piantagione di sementi della famiglia / Yayoi bambina di rara sensibilità
  4. Un acquerello giovanile di Kusama / Gli anni difficili di New York / Particolare di un collage
  5. La natura nelle opere di Kusama / Biennale d’Arte di Venezia 1966 / Sperimentazione e colore
  6. I colori e l’annullamento dello spazio nell’arte contemporanea di Kusama

© 2018 Tokyo Lee Productions Inc / Submarine Entertainment Llc

IN COPERTINA
Yayoi Kusama, Tutto l’amore eterno che ho per le zucche, 2016, zucche di acrilico, luci al led, vetro nero, specchi, legno, metallo, 292 x 415 x 415 cm
© Yayoi Kusama
[particolare]
(fonte)

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Kusama infinity
  • Regia: Heather Lenz
  • Sceneggiatura: Heather Lenz, Keita Ideno
  • Fotografia: Hart Perry, Hideaki Itaya
  • Musica: Allyson Newman
  • Montaggio: Keita Ideno, Shinpei Takeda, Carl Pfirman con Heather Lenz, Sam Karp, Nora Tennessen, John Northrup
  • Produzione: Heather Lenz, Karen Johnson, David Koh e Dan Braun in coproduzione con Anna Godas, Ryosuke Oka e Robert Profusek in associazione Shinpei Takeda, Reina Higashitani, Norichika Okada, Lorraine Kahn, Eriko Ueno, Lisa Yesko, Amanda Ferrand e Alden E. Stoner per Tokyo Lee Productions, Goodmovies Entertainment, Lenz Films e Submarine Entertainment in associazione con Octopus Llc, Dogwoof Ltd, Dakota Group Ltd e Parco Ltd
  • Genere: Documentario
  • Origine: USA, 2018
  • Durata: 80′ minuti

Dove e quando