Nell’ambito del ciclo Caring for Art. Restauri in spettacolo è visitabile da martedì scorso fino a sabato 1° novembre il Frammento Vaticano, unico resto del ciclo di pitture murali che Giotto e la sua bottega realizzarono nel primo quarto del Trecento nell’antica Basilica di San Pietro. Opera di eccezionale valore storico e artistico, tornata pienamente apprezzabile dopo il complesso intervento di restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure tra il 2016 e il 2019. Rara testimonianza dell’attività romana di Giotto, si tratta di una porzione di pittura murale staccata, attualmente inglobata in un letto di gesso che ne costituisce il supporto, raffigurante due sobrie e potenti figure di santi a lungo identificate, a torto, con San Pietro e San Paolo.

L’antica Basilica di San Pietro, eretta nei primi secoli del Cristianesimo, fu progressivamente demolita – a partire dal Sedicesimo secolo per far posto al progetto di Bramante e Michelangelo, della decorazione murale affidata al più importante pittore del tempo, e la cui memoria è tramandata nelle fonti, questo frammento resta l’unica testimonianza sopravvissuta il cui valore, testimoniale e devozionale, ha garantito nel tempo gran cura nella conservazione.
Da un’iscrizione sul retro, nel 1610, l’opera fu donata da Pietro Strozzi, canonico della basilica vaticana e segretario di Papa Paolo V, a Matteo Caccini e, quest’ultimo, riconoscendone l’importanza, provvide a farlo ornare per esporlo al culto nel 1625 (non sappiamo in che luogo). Poco visto, e poco studiato, il dipinto è stato esposto nel 2015 in occasione dello spettacolo Giotto, l’Italia (Milano, Palazzo Reale), dove emerse con chiarezza l’urgenza di un restauro che potesse aiutare a comprenderne gli aspetti tecnici e stilistici.
A partire dal 2016 l’Opificio delle Pietre Dure ha intrapreso una minuziosa campagna di indagini diagnostiche, seguita da un attento restauro. L’intervento ha avuto come fulcro la rimozione di ridipinture e patine sovrapposte nel corso dei secoli, che avevano progressivamente compromesso la leggibilità del pezzo, oscurando la raffinatezza della pittura originaria.
La pulitura ha riportato alla luce stesure delicate e finissime e le indagini all’infrarosso hanno evidenziato la costruzione delle figure, caratterizzata da ombreggiature nette e profonde. Gli incarnati sono modellati con piccoli tocchi di pigmento – ocre e ossidi – su una base verdaccio, mentre i tratti dei volti, come nasi e labbra, sono marcati da decisi segni neri e rossi. Questa modalità esecutiva, riconoscibile e coerente con le tecniche giottesche, ha confermato l’attribuzione diretta al maestro stesso, dissipando i dubbi emersi nei decenni precedenti.
L’accurato recupero di questa pittura, ha permesso di inserirla con maggiore certezza nel corpus delle opere giottesche, sollecitando nuove riflessioni cronologiche e stilistiche, nonché confronti con altre prove della sua attività, dalla basilica inferiore di Assisi al Polittico Stefaneschi, fino al Santo Stefano oggi conservato al Museo Horne.
Come scrisse Serena Romano nello studio di presentazione dell’intervento “Nella storia dell’arte medievale le certezze sono rare, le datazioni delle opere viaggiano di decenni se non di secoli, le attribuzioni sono difficili e i nomi d’artista, quando esistono, spesso nebbiosi. Quello che presentiamo oggi, dopo il magistrale restauro effettuato dall’Opificio, è invece un miracolo di storia, di conservazione, di tradizione: un miracolo che restituisce alla conoscenza pubblica quello che senza troppe cautele si può definire un grande inedito pittorico di Giotto e, per altri versi, un concentrato di vicende storiche eccezionali, ed eccezionalmente documentate”.