A Verbania, lo scorso anno, ha riaperto il primo piano di Palazzo Viani Dugnani, sede del Museo del Paesaggio, chiuso per lavori di manutenzione dal 2013. Nel 2016, invece, era stato riaperto il piano terra con la monografica dello scultore Paolo Troubetzkoy (Intra, 5 febbraio 1866 – Verbania 12 febbraio 1938) proprio in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita. Per desiderio dell’artista stesso, gli eredi donarono al Museo del Paesaggio tutte le opere in gesso lasciate sia nella residenza verbanese che nello studio di Neuilly sur Seine, in Francia. La collezione di gessi, trecentoquaranta in tutto, costituisce la punta di diamante del museo essendo l’unica possibilità di studiare e indagare con precisione lo stile e l’opera dell’artista (figlio del diplomatico Pierre Troubetzkoy, un principe di origine russa e della cantante statunitense Ada Winans). Per questo l’esposizione è divenuta permanente per consentire al pubblico e agli studiosi di conoscere e approfondirne la figura. 

Paolo Troubetzkoy, definito scultore impressionista dalla critica a lui contemporanea, sfalda la forma per ottenere l’effetto raggiunto sulla tela dai pittori scapigliati, ovvero la compenetrazione tra il soggetto e l’atmosfera circostante, donando alla rappresentazione un’indeterminatezza che appartiene all’incessante mutevolezza della vita reale. Durante il periodo russo (dal dicembre 1898 al 1905) le sue opere si fanno più vigorose e realistiche, mentre in quello parigino (dal 1905 al 1914) si avvicinano, per influenza degli esteti, alla ritrattistica raffinata ed elegante di Boldini e Sargent.
Dal 2017 il Museo del Paesaggio ha riacquistato la sua completezza e la pinacoteca, costituita da pezzi unici e di importanza non solo per il territorio, annovera alcuni rappresentanti dei maggiori movimenti artistici, dalla Scapigliatura di Daniele Ranzoni al romanticismo del pittore di montagna Federico Ashton; dal naturalismo lombardo di Achille Tominetti, Eugenio Gignous, Guido Boggiani, al verismo di Arnaldo Ferraguti; dal simbolismo di Sophie Browne della Valle di Casanova al divisionismo di Vittore Grubicy De Dragon, Carlo Fornara, Cesare Maggi e Guido Cinotti. Di rilevanza anche il più contenuto nucleo Novecentesco costituito da opere di Mario Tozzi e dello scultore Arturo Martini.

Se da tempo meditate una visita alla sponda occidentale del Lago Maggiore, la deliziosa mostra temporanea Armonie verdi. Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento potrebbe essere l’occasione per organizzare la partenza. Curata dalla storica dell’arte Elena Pontiggia e da Lucia Molino, responsabile della Collezione Cariplo, è divisa in tre sezioni:  Scapigliatura, divisionismo, naturalismo; Artisti del Novecento Italiano; Oltre il Novecento. 
Una cinquantina di opere per un tuffo tra capolavori di fine Ottocento alla prima metà del Novecento lungo scenari di bellezza e colori, per indagare il rapporto senza tempo tra uomo e natura.

Come spiegano i curatori nel bel catalogo edito da Silvana Editoriale, la panoramica delle opere scelte declina  le variazioni interpretative del paesaggio, dalla centralità ancora di origine romantica che il tema occupa nella pittura di fine Ottocento, alle volumetre degli anni Venti, dove il paesaggio è costruito come un’architettura e suggerisce un senso di solidità e di durata, fino al nuovo senso di precarietà espresso a partire dagli anni Trenta. La percezione nettissima di come quegli anni, così infuenti al profondo mutamento della vita umana, si riflettano sulla tela.

Di Ranzoni sono esposte tre opere tra cui lo Studio di paesaggio fluviale (1872), un acquerello colmo di luce, simile a un’apparizione. Di Lorenzo Gignouscon la Veduta del Lago Maggiore (1885-1890), di Mosé Bianchi, l’Interno rustico (1889-1895), di Federico Ashton la Cascata del Toce in Valle Formazza (1890), di Carlo Cressini Le gelide acque del lago di Märjelen (1908 ca), di Francesco Gnecchi Fondo Toce – Lago Maggiore (1884).

Dalla fine dell’Ottocento al tempo della Grande Guerra a tener viva una pittura di paesaggio furono i Divisionisti e, nel percorso espositivo, lo dimostrano Vittore Grubicy con Cimitero di Ganna (1894), Cesare Maggi con il trittico Neve (1908) e Nevicata (1908 e 1911), Carlo Fornara con lo scenario campestre de I due noci (1921) a cui sono accostate le opere di: Guido Cinotti (Marina, 1910-1915), Clemente Pugliese Levi (Cave di Alzo, 1920). La sezione si conclude con i paesaggi brianzoli di Emilio Gola e le vedute di Pietro Fragiacomo (il cui Armonie verdi dà il titolo alla mostra), Teodoro Wolf Ferrari, Antonio Pasinetti.

I Futuristi amavano la macchina, la città industriale e poco consideravano il paesaggio che si riafferma in pittura con il ‘Ritorno all’ordine’ e il ‘Novecento Italiano’ a cui è dedicata la seconda sezione che si avvale anche di due prestigiosi nuclei in deposito al Museo: Il lago (1926) di Sironi e un’ importante serie di paesaggi di Mario Tosi che, per il Novecento Italiano, rappresenta l’ala più vicina alla tradizione lombarda ottocentesca. Con pennellata fluida e pastosa si riallaccia a una scuola pittorica che dal Fontanesi e dal Piccio giunge alla Scapigliatura e a Gola. Con il Novecento condivide però il senso della sintesi e di una salda struttura architettonica, mutuata soprattutto da Cézanne. Esposte tutte le opere del nucleo: Cipresso a Zoagli, Le tre betulle, Fuori dallo studio, Ulivi a Montisola, Il piantone e Lago di Como, dipinte tra il 1923 e il 1940.

Proseguendo, di Mario Tozzi, emblematiche del passaggio dall’impressionismo ai valori classici: la Casetta a Suna, oggi Verbania (1914), Cimitero di Suna e La passeggiata (datate 1915), Neve a Lignorelles (1921) e Paesaggio di Borgogna (1922) entrambe ormai novecentiste, dipinte con forme più dense e volumi più definiti. Anselmo Bucci con Il governo dei cavalli (1916) documenta un momento di transizione. Infatti, col Novecento Italiano, alla volatilità dei paesaggi precedenti, subentrano opere caratterizzate da forza costruttiva e solidità. Ne sono esempi Paesaggio (1922) di Rosai; Ornavasso (1923) e Guardando in alto (1925) di Carpi; Pioppi (1930) di Michele Cascella; Paesaggio invernale (1930) e Piazza Santo Stefano a Milano (1935) di Penagini. Emblematico di questa sezione è Il lago (1926) di Sironi, un frammento del mondo senza tempo, immobile, incastonato in una chiostra anch’essa immobile di montagne.

Con gli anni Trenta le cose cambiano nuovamente, si abbandonano le forme volumetriche e la pittura torna a esprimere un senso di finitezza e precarietà. Lo si vede nel tremante Temporale (1933) di De Pisis; in Paesaggio di Lavagna (1934) di Lilloni, o in opere del secondo dopoguerra di Dudreville (Case a Feriolo, 1945) e Soffici (Veduta serale del poggio,1952).

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Una sala della gipsoteca Troubetzkoy al pian terreno del Museo del Paesaggio di Verbania con in primo piano la scultura in gesso 'Mia moglie' realizzata dall'artista intorno al 1911.
  2. Emilio Gola, Paesaggio brianzolo, 1915, olio su cartone, cm 93 x 69, Fondazione Cariplo
  3. Carlo Fornara, I due noci, 1920, olio su tela, cm 44 x 56, Museo del Paesaggio 
  4. Aldo Carpi, Guardando in alto, 1925, olio su tela, cm 55,3 x 70, Fondazione Cariplo
  5. Francesco Gnecchi, Fondo Toce (Lago Maggiore) o Il Sempione dal Lago Maggiore, 1884,  olio su tela, cm 75,5 x 149, Gallerie d'Italia
  6. Pietro Fragiacomo, Armonie Verdi, 1920, olio su tela, cm 78,5 x 117,5, Fondazione Cariplo
  7. Ottone Rosai, Paesaggio, 1922, olio su tela, cm 100 x 135, Fondazione Cariplo
  8. Mario Sironi, Il lago, 1926, olio su tela, cm 50 x 57,5, collezione privata

In copertina, un particolare di:
Emilio Gola, Paesaggio brianzolo, 1915

 

 

Orari di apertura
Da Martedì a Venerdì 10-18
Sabato Domenica e Festivi 10-19

Dove e quando

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Fino al: 20180930