Al Parco archeologico del Colosseo, negli spazi delle Uccelliere farnesiane e del Tempio di Romolo prosegue, fino a domenica 12 gennaio, la prima mostra dedicata alla protagonista femminile del poema omerico, curata da Alessandra Sarchi e Claudio Franzoni e con l’organizzazione di Electa. “Penelope“, attraverso oltre cinquanta opere, ripercorre il mito e la fortuna della figura giunta a noi attraverso due tradizioni ugualmente potenti: quella letteraria e quella legata alla rappresentazione visiva.

Primo atto di una trilogia espositiva dedicata alle tre figure femminili più moderne dell’antichità con Antigone e Saffo, dipinti, sculture, rilievi, incunaboli e libri a stampa, la mostra restituisce i diversi aspetti della fedele moglie di Ulisse, della sua fortuna, antica e moderna, e delle domande che ancora ci pone sul ruolo e sulla condizione sociale delle donne. Penelope contraddice la condizione di inferiorità della donna nella cultura antica, capace com’è di risolutezza, riflessione e sogno. L’unica di cui Omero dica: “gli immortali per la saggia Penelope comporranno un canto gradito tra gli uomini in terra”.

Come tutti i personaggi del ciclo troiano e di gran parte della letteratura greca antica, Penelope appartiene al mito e dunque alla regione fuori dal tempo in cui figure dense di valore paradigmatico, di stratificazioni leggendarie, non meno che di contraddizioni ed eversioni intrinseche, sono divenute rappresentative della condizione umana. Regina il cui talamo è ambito da un numero spropositato di pretendenti, madre di un figlio che cresce da sola, sposa fedele di un marito assente per vent’anni, abile tessitrice, saggia e astuta quanto il marito.

Grande sognatrice, nel senso che Omero racconta in almeno tre occasioni la sua intensa vita onirica e la fa addormentare molto spesso. Come rileva Alessandra Sarchi, nel saggio Il filo della storia, viene da domandarsi se Penelope incarni l’esemplare femminile normativo di una cultura come quella greca che non perde occasione per sancire la minorità della donna o, piuttosto, se sotto l’ideale della moglie fedele non riveli zone porose e divergenti, grazie alle quali è cresciuta oltre i confini assegnati.

La sua iconografia è caratterizzata da una postura malinconica; è frequente anche la presenza del telaio con cui l’eroina tesse il famoso sudario per il suocero Laerte o l’ingegnoso stratagemma della tela per procrastinare la scelta di uno fra i pretendenti, la complicità non detta, ma evidente con le astuzie di Ulisse una volta ritornato in patria, sono solo alcuni dei tratti che la rendono una figura sfidante rispetto alla condizione di oggettiva minorità qual è quella della donna nella cultura antica.

Elemento essenziale della mostra è da considerare il catalogo che l’accompagna (pubblicato da Electa), concepito, per la ricchezza dei contributi affidati ai maggiori specialisti con focus su vari aspetti e cronologie, come un saggio esauriente – ancora mancante nel panorama editoriale – sulla figura mitica eppure così attuale di Penelope e sulla sua fortuna nella cultura occidentale fino ai giorni nostri, senza dimenticare il cinema. Electa, inoltre, ha riedito nella collana Pesci Rossi – arricchita di una nuova serie dedicata alla creatività femminile – Le ragioni dell’arte (2002), dialoghi tra Giuseppina Cuccu e Maria Lai nati da argomenti che l’artista aveva proposto come materia didattica per l’infanzia.

Il volume rientra nell’ambito di Esistere come donna, racconto a più voci sviluppato con Fondamenta, neonata fondazione di Electa editore, che ha ideato e realizzato il programma di incontri sui temi della mostra promossi dal Parco archeologico del Colosseo, (tenutisi nella Curia Iulia, dal 21 settembre al 14 dicembre). A proposito di Maria Lai, all’interno del percorso espositivo, è stato tributato un omaggio all’artista che ha messo al centro del suo lavoro le materie tessili, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai.