La montagna l’è stata a noi maestra / La natura ci venne a nutricare / E ’l sole se ne va via là pian piano; / Ch’io ne debbo partir da Cutigliano.

A Pian degli Ontani, frazione del comune di Cutigliano situata a quasi novecento metri di altezza sulla montagna pistoiese, si trova il parco culturale intitolato a Beatrice Bugelli, più nota come Beatrice di Pian degli Ontani, poetessa pastora vissuta nell’Ottocento: su una serie di grossi massi levigati, posti a formare un percorso lungo il viale a lei intitolato, sono incisi versi composti da Beatrice e raccolti da suoi estimatori; a questa straordinaria figura femminile sono state dedicate numerose pubblicazioni, mentre a Cutigliano è stato istituito un Centro Studi che porta il suo nome e ne custodisce la memoria.

Una delle forme principali dell’improvvisazione in ottava rima – che vanta in Toscana una lunga tradizione – è il contrasto, una gara nella quale i due contendenti si confrontano con una serie di botta e risposta in rima, esponendo punti di vista opposti su un tema assegnato. In passato, i poeti improvvisatori non solo animavano sagre, matrimoni e fiere, ma fornivano agli ascoltatori commenti e giudizi su fatti e vicende storiche e di attualità, come pure riflessioni sulle condizioni di vita e di lavoro della campagna e della montagna. Con la scomparsa della civiltà contadina, l’eredità di questa tradizione si era andata perdendo; in tempi relativamente recenti si è iniziata a capire l’importanza di questa forma di cultura popolare, e in Toscana sono ancora in attività una ventina di poeti tradizionali che partecipano a incontri e competizioni di poesia improvvisata. Uno degli eventi più importanti è la Rassegna Nazionale di Poesia Estemporanea che si tiene ogni anno a Ribolla, in Maremma. I poeti estemporanei furono numerosi tra Ottocento e Novecento, ma la figura di Beatrice spicca fra i tanti perché la sua fama si diffuse ben oltre il territorio della montagna pistoiese e rimane ancora viva.

Nata nel 1802 a Pian degli Ontani, Beatrice era figlia di uno scalpellino; rimasta orfana di madre durante l’infanzia, iniziò ben presto a seguire il padre nelle migrazioni stagionali che lo portavano ogni inverno dalla montagna pistoiese alla Maremma insieme a numerosi compaesani. Beatrice non frequentò mai la scuola, ma era dotata di una memoria prodigiosa che le permise di imparare agevolmente lunghi brani ascoltati dai poeti improvvisatori che si esibivano spostandosi da un paese all’altro. La vena poetica di Beatrice si manifestò quando aveva venti anni, nel giorno del suo matrimonio con il pastore Matteo Bernardi. Come consuetudine, al pranzo di nozze erano stati chiamati due improvvisatori che si alternavano declamando versi; a un tratto la sposa cominciò a cantare in ottava rima, continuando a lungo fra lo stupore di tutti i presenti.

Pur avendo trascorso quasi tutta la vita sulle montagne dove era nata, Beatrice iniziò ben presto ad attirare con il suo talento l’attenzione di numerosi studiosi, a cominciare da Niccolò Tommaseo, che nelle pagine della rivista letteraria Nuova Antologia raccontò nel 1832 il suo incontro con questo  personaggio: «A Cutigliano ho trovato ricca vena di canzoni che non ho in un sol giorno potuto esaurire. Feci venire da Pian degli Ontani una Beatrice, moglie di un pastore, che bada anch’essa alle pecore, che non sa leggere, ma sa improvvisare ottave con facilità senza sgarar verso quasi mai». E ancora «Nel contrasto di chi le risponda, la Beatrice s’infiamma; e resiste ore intere a cantare, sempre ripigliando la rima de’ due ultimi versi cantati dal suo compagno». Tommaseo, linguista e scrittore, autore di una raccolta di canti e testimonianze di poesia popolare, trascrisse numerose improvvisazioni di Beatrice, e ne apprezzò tanto le doti da paragonarla al poeta trecentesco Francesco da Barberino per l’antica purezza della lingua.

Sulla scia del Tommaseo in molti si mossero per andare a conoscere questo personaggio, divenuto ormai celebre, dal giovane Pascoli a Giuseppe Giusti e Massimo D’Azeglio, fino al dantista Giambattista Giuliani, che di lei scrisse in una lettera a Tommaseo: «Ebbi pur finalmente la consolazione di vedere l’ammirabile Beatrice di Pian degli Ontani e d’ascoltarne il soavissimo canto, incredibile a chi non l’ode. Ell’è davvero un portento di natura: il suo verso prorompe di limpida e larga vena, e si dispiega abbondante né fallisce mai». Nonostante gli elogi e la notorietà, Beatrice non fece mai mistero della sua condizione di analfabeta, anzi la sottolineò in più occasioni, con una sorta di civetteria:

“Non vi meravigliate o giovinetti / s’io non sapessi troppo ben cantare / in casa mia non c’è stato maestri / né mica a scuola son ita ad imparare. / Se volete saper dov’era la mia scuola / su per i monti all’acqua e alla gragnola. / Se volete saper lo mio imparare / Andar per legna e starmene a zappare“. Una condizione che tenne a ribadire anche in altri versi: “… pe’ boschi e la montagna, quella fu la mi’ lavagna“.

Determinante per la conoscenza della poesia di Beatrice in ambito addirittura internazionale fu l’incontro con Francesca (Esther Frances) Alexander, figlia di un ricco americano di Boston che la frequentò a lungo, e che ha lasciato gran parte delle testimonianze scritte sul suo canto, oltre a un ritratto nel quale spiccano gli occhi neri, vivaci e penetranti di Beatrice. La Alexander pubblicò un volumetto in inglese e italiano, Roadside Songs of Tuscany, nel quale raccolse anche le ottave di Beatrice, che in tutti i “contrasti” riusciva ad avere la meglio sui rivali; inoltre, per un periodo ospitò Beatrice nella sua casa fiorentina, facendola esibire nei salotti dell’aristocrazia. Beatrice non si lasciò intimidire da un pubblico così estraneo al suo mondo; una sera, alla richiesta di improvvisare, rispose dedicando ai due deputati presenti questi versi:

Deh, se a questa razzaccia maledetta / Che così malgoverna il bel podere, / Sant’Andrea gli mandasse la disdetta, / Con un sonoro calcio nel sedere; / E mettesse a’ lor posto de’ mezzadri / Meno ingordi e rapaci e meno ladri!

Quando la sua casa venne distrutta dalla piena del torrente Sestaione, Beatrice si trasferì nei pressi di Pian di Novello, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1885; continuò a improvvisare anche in tarda età, cimentandosi in gare con altri poeti improvvisatori e ricevendo nella sua modesta casa numerosi personaggi, l’ultimo dei quali fu lo scrittore Renato Fucini. Si narra che un giorno in chiesa, ormai ottantenne, al momento di confessarsi Beatrice si rivolse al sacerdote declamando in ottava con voce altisonante, e riscuotendo notevole successo tra i fedeli presenti.

In una vita dura e segnata da molti dolori, Beatrice trovò sollievo e conforto nella poesia che scaturiva dalla sua inesauribile vena creativa:

Quanti ce n’è che mi senton cantare / Diranno: Buon colei ch’ha il cor contento! / S’io canto, per non dir del male, / Canto per iscialar quel ch’ho qua dentro / Canto per iscialar mi’ afflitta doglia / Sebben io canto, di piangere ho voglia: / Canto per iscialar mi afflitta pena / Sebben io canto di dolor son piena“.

Didascalie immagini

  1. A Pian degli Ontani, il Monumento a Beatrice apre il percorso dedicato alla poetessa pastora
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  2. Uno dei massi lungo il “Percorso di Beatrice” con le ottave della poetessa scolpite 
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  3. Pian degli Ontani in una cartolina d’epoca 
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  4. La casa natale di Beatrice Bugelli a Pian degli Ontani
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  5. Beatrice ritratta da Francesca Alexander
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  6. Un’immagine di  Beatrice in età avanzata 
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  7. La tomba di Beatrice a Pian degli Ontani 
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in prima pagina:
Veduta di Cutigliano e dei suoi boschi in autunno
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