Cleopatra è una donna del suo tempo e della complessa storia dei luoghi dove è nata e cresciuta; una donna di formazione, cultura e origine greca, in un Egitto ormai ellenizzato dall’azione di Alessandro Magno e dei suoi successori, i Tolomei. La regione aveva come città principale proprio Alessandria, fondata sulle rive del Nilo dopo la liberazione dalla dominazione persiana, avvenuta nel 332 a.C.
I Tolomei, dinastia di origine macedone, vi regnarono per circa trecento anni trasformandola in una regione all’avanguardia del Mediterraneo antico e, per mantenere il consenso della popolazione locale, posero larga attenzione al forte rispetto per le tradizioni dello Stato faraonico precedente e, anche Cleopatra, come tutti i sovrani tolemaici, si dichiarò diretta discendente dei Faraoni adottando l’usanza di sposarsi tra fratelli e facendosi raffigurare sui monumenti pubblici in abbigliamento egizio.
Tutto ciò, insieme alle nozioni culturali ed economiche proprie del mondo greco, portò l’Egitto entro la Koiné culturale ellenistica (lett. “lingua comune”) e, non a caso, tra la fine del Quarto secolo a.C. e la metà di quello successivo, venne fondata la Biblioteca di Alessandria, considerata la più grande del mondo antico e principale polo di cultura ellenistico.

Contemporaneamente l’Egitto divenne, dal punto di vista economico, il primo produttore di grano per tutto il Mediterraneo, favorendo l’arricchimento della regione anche grazie a un sistema monetario chiuso che imponeva l’uso della moneta locale all’interno dei confini, con un cambio economico vantaggioso per il re. La ricchezza del Paese, già dalla metà del Secondo secolo a.C., era quindi una ragione sufficiente per giustificare l’interesse (e le preoccupazioni) dei Romani nei confronti del Regno Tolemaico. L’opera propagandistica messa in atto da Cleopatra ebbe rilevanti ripercussioni sulla cultura romana, anche dopo la sua morte (30 a.C.), nonostante le fonti antiche ne abbiano offuscato le doti di abile statista e l’azione di Ottaviano Augusto – determinato a oscurarne la memoria – distrusse alcuni dei ritratti che la raffiguravano e pose l’accento sulle relazioni con Giulio Cesare e Marco Antonio. L’assimilazione della regina con la dea Iside, secondo un processo normale nell’Egitto ellenistico, ha poi contribuito ad accrescere e perpetrare il fascino e il mistero della figura, travalicando i secoli. Plutarco narra come, a differenza degli altri Tolomei che parlavano greco, Cleopatra volle apprendere l’egiziano riuscendo così a proporsi ai sudditi come l’incarnazione della dea, identificazione riverberata anche nelle iconografie successive la sua morte.

La stessa devotissima imperatrice Faustina Minore (circa 130 – 175 d.C.), figlia dell’Imperatore Antonino Pio e figura simbolo della prosperità e durevolezza dell’Impero Romano, in alcune iscrizioni e monete provenienti da Alessandria, si fece rappresentare con il crescente lunare o come Isis Pharía, che tiene una vela spiegata, in qualità di protettrice delle flotte, in qualche modo riprendendo un’iconografia risalente all’ultima regina tolemaica. È indubbiamente difficile distinguere la verità storica nelle vicende di Cleopatra, differenziarle dalla leggenda alimentata dal carattere tragico e sensuale attribuito al personaggio, dagli elementi che hanno sempre suscitato curiosità. Diviene pressoché impossibile negli eventi dove incontrò i maggiori protagonisti del suo tempo e che le saranno fatali, dei quali si ha notizia solo attraverso resoconti forgiati dalla narrativa di parte permeata di ritratti a tinte fosche, scolpiti dalla propaganda di Augusto e dalla misoginia di altri autori, il tutto unito a una regina artefice della propria immagine di dea dell’amore, della fertilità e della pace.

A esempio, Cleopatra elabora il racconto della propria affermazione al trono attraverso la relazione con Giulio Cesare, trasfigurata in una unione divina, dalla quale nasce Tolomeo Cesare, Cesarione. Il nome scelto per il figlio serve a rimarcare come questi fosse l’unico erede di sangue del dittatore romano. Del celebre primo incontro nell’autunno del 48 a.C., Plutarco riporta la fantasiosa circostanza della regina che si introduce segretamente negli alloggi di Cesare ad Alessandria, da dove era stata cacciata, chiusa in un sacco; Lucano, pur insistendo sulle malizie seduttive della regina, riporta anche le sue intelligenti parole sulla gravità dell’uccisione di Pompeo, voluta dal fratello Tolomeo XIII con il quale era in guerra, e l’invito a Cesare a non mostrarsi connivente con chi lo aveva fatto assassinare.

L’incontro con Marco Antonio, invece, avvenne a Tarso nel 42 a C., a seguito della battaglia di Filippi, che lo vide vincitore contro i cospiratori e assassini di Cesare. L’arrivo di Cleopatra su un battello dalla poppa dorata, con le vele spiegate color porpora, mentre risaliva il fiume Cidno, spinto da vogatori con remi d’argento, accompagnato da suoni di flauto e cetre, è stato descritto da più fonti. Plutarco cita a riferimento quadri di Afrodite con Eroti, e forse Cesarione che, all’epoca, doveva avere circa quattro anni, viene tenuto accanto dalla regina come Afrodite tiene Eros.
Da subito è instaurato un parallelismo tra la coppia divina Afrodite-Dioniso e quella terrena di Cleopatra e Antonio. Nel 40 a.C. nasceranno i figli Alessandro Helios e Cleopatra Selene, presentati come gemelli divini, associati nel nome al Sole e alla Luna. Nel 37 a.C. ad Antiochia, dove l’aveva convocata insieme a molti altri re, Cleopatra riceve da Antonio numerosi doni, tra cui Cipro e “parte della Giudea che produce balsamo”. Un altro dono particolarmente importante del condottiero è il riconoscimento dei due figli e, nel 36 a.C. nascerà il terzo, Tolomeo Filadelfo. Cleopatra e Antonio elaborarono una strategia politica, ma la tragica disfatta di Azio, del 31 a.C., metterà fine al loro comune disegno di dominio imperiale.

Nell’agosto del 30 a.C. l’incontro con Ottaviano avvenne, secondo Cassio Dione, nella reggia di Alessandria; qui Cleopatra con preciso disegno politico e con l’obiettivo di salvare i figli, lo accolse in una sala con un magnifico letto, vestita a lutto e circondata da immagini di Giulio Cesare in tutte le fogge, tenendo in mano le lettere che il dittatore le aveva scritto, per invitarlo a rispettare le volontà del prozio e padre adottivo. Sullo stesso letto, per evitare di essere portata, da vinta, in trionfo, si sarebbe dopo poco uccisa.
A partire dal Primo secolo d.C., tutta una serie di motivi egittizzanti, molti dei quali direttamente collegati alla regina, apparivano negli schemi decorativi delle case e dei santuari in Italia. Le peculiarità della vita della regina, e il suo ruolo attivo nella scena politica del tempo, generano una profonda fascinazione sulle élites romane. Infatti, in piena età imperiale, le matrone sfoggiavano acconciature a lei ispirate nei capelli raccolti dal severo nodus (in contrasto con la più capricciosa moda alessandrina dell’epoca) per evidenziare il segno del potere regale, il diadema.

A questa donna di grande potere e fascino, le cui vicende hanno ispirato importanti scrittori come Théophile Gautier e George Bernard Shaw, oltre ad artisti, musicisti e registi, i Musei Reali di Torino hanno dedicato “Cleopatra. La donna, la regina, il mito” una mostra dossier dove, le curatrici Annamaria Bava ed Elisa Panero, intrecciano vicenda storica e leggende. Inserita nell’ambito delle celebrazioni dei trecento anni del Museo di Antichità è allestita nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda fino a domenica 23 marzo e accompagnata dal catalogo bilingue (Sagep Editori) insieme a un ciclo di incontri di approfondimento delle tematiche legate alle opere esposte, così da conoscere meglio la donna e il mito che hanno fatto la Storia. Il percorso, da scoprire secondo le singole sensibilità e gli specifici interessi, è suddiviso in cinque aree tematiche e ripropone al centro degli studi l’enigmatica Testa di fanciulla c.d. di Cleopatra, in marmo bianco della metà del Primo secolo a.C., del Museo d’Antichità, che nella capigliatura e nei tratti mostra caratteristiche che rimandano all’iconografia nota a cui si affiancano manufatti archeologici e sculture antiche, provenienti dal patrimonio dei Musei Reali e da collezioni pubbliche e private, messi in dialogo con opere pittoriche, grafiche e documenti cinematografici.

Per apprezzare adeguatamente l’evento espositivo, è importante sottolineare come, la figura di Cleopatra abbia esercitato fin dall’antichità un incredibile fascino su poeti e scrittori, divenendo fonte di ispirazione per opere appartenenti a diversi generi letterari, dall’epica alla lirica, dalla tragedia al romanzo. Le straordinarie vicende della sua vita, ma, soprattutto, l’infausto destino ne hanno fatto un’eroina tragica che si è fissata in maniera indelebile nell’immaginario collettivo ed è stata al contempo ammirata e deplorata fino ai nostri giorni. La nascita del mito di Cleopatra risale alla propaganda augustea che trova la propria espressione in poeti come Orazio, Virgilio e Properzio, che legano la sua figura alla battaglia di Azio, celebrata quale gloriosa affermazione della missione divina del popolo romano sotto la guida di Augusto contro il dispotismo orientale incarnato dalla regina tolemaica.

Orazio (65-8 a.C.) le dedica una famosa ode (Carmina I, 37) in cui, pur definendola “fatale monstrum”, sottolinea il coraggio e la fierezza che guidano l’ultimo drammatico gesto con cui Cleopatra sceglie di morire libera piuttosto che accrescere con la propria umiliazione il trionfo del nemico, mentre Virgilio (70-19 a.C.) nella celebre descrizione dello scudo di Enea nel Libro VIII dell’Eneide (vv. 626-731) la evoca quale incarnazione del lusso orientale e della corruzione che minacciano la purezza e la virtù di Roma, concedendole tuttavia un sentimento di pietà per la sua sorte sventurata.
L’amplificazione del personaggio avviene senza dubbio grazie alle notizie tramandate dallo storico greco Plutarco (circa 46-125/127 d.C.), che nelle Vite parallele (Cesare, parr. 48-49; Antonio, parr. 25-87) traccia il profilo di una donna di grande intelligenza e astuzia politica, in grado di sedurre e manipolare gli uomini più potenti del suo tempo per raggiungere i propri scopi. Giudizio analogo esprime Svetonio (circa 69 – 126 d.C.), che nella Vita di Cesare (par. 52) inserisce Cleopatra nell’elenco delle numerose amanti del condottiero romano, definendola “la sua più grande passione” (“Dilexit et reginas… sed maxime Cleopatram”) ed evidenziando l’eccezionalità del riconoscimento del figlio nato dalla loro relazione.

Nel corso del Medioevo la regina egizia diventa simbolo di dissolutezza morale ed è in questa veste che la sua figura ci appare nella Commedia di Dante, il quale le riserva un rapido cenno nel canto V dell’Inferno (v. 63), dove il sommo poeta incontra i lussuriosi, coloro che sono condannati per aver ceduto alla passione carnale, e la ricorda “trista” nel canto VI del Paradiso (vv.76-78) come colei che “dal colubro la morte prese subitana e atra”.
Il rinnovato interesse per la cultura classica da parte degli Umanisti si manifesta anche nei numerosi riferimenti a Cleopatra all’interno delle opere di Giovanni Boccaccio (1313 – 1375), che le dedica una biografia ricca di dati nel De mulieribus claris (num.88). In questo testo lo scrittore rileva la bellezza, l’avidità, la crudeltà della regina d’Egitto e ancora una volta la sua lussuria, grazie alla quale ottiene il potere e riesce a mantenerlo e ampliarlo, sottomettendo alla sua volontà prima Cesare poi Antonio, che non avevano saputo resistere alle sue arti seduttive.
Un’opera che senza dubbio ha avuto un’influenza fondamentale nella percezione di Cleopatra nella cultura occidentale è la tragedia Antonio e Cleopatra di William Shakespeare (1564 – 1616): scritto tra il 1606 e il 1607 il dramma restituisce l’immagine complessa di una donna dai sentimenti e dai comportamenti contrastanti, che oscilla tra sensualità e audacia, tra amore e ragion di stato, affrontando il proprio tragico destino con consapevolezza e dignità.

Dal Quindicesimo secolo iniziò a diffondersi una particolare attenzione per la figura di Cleopatra derivante, non solo dall’interesse degli Umanisti per gli autori e le tematiche della classicità, ma anche dal tentativo di assimilazione del repertorio simbolico e iconografico egizio al pensiero cristiano attraverso la riscoperta e lo studio di testi e reperti appartenenti a quella civiltà. Nel secolo successivo, la fortuna della regina tolemaica è ampiamente attestata nella produzione artistica italiana ed europea, come mostra l’incisione di Marcantonio Raimondi, insieme alle immagini e alle vicende di altre eroine della storia e della mitologia antica, le cosiddette femmes fortes, donne forti e affascinanti considerate quali exempla di valori e virtù.
Durante il Seicento e il Settecento diviene protagonista di molte opere, soprattutto sul momento del suicidio, per il potenziale visivo ed emotivo, ma anche sulla raffigurazione del corpo femminile seminudo in un sottile equilibrio tra esibito erotismo e finalità morali e pedagogiche. La regina appare spesso sola e, quasi sempre, a seni scoperti come nelle tele di Gian Giacomo Sementi, Giovanni Lanfranco, Guido Cagnacci ed Elisabetta Sirani, caratterizzate da uno studiato patetismo e da una gestualità teatrale sensibilmente declinata con cromatismi luministici; altre volte la messa in scena dell’ultimo gesto è più complessa per la presenza di diversi personaggi, come nelle acqueforti di Michel Corneille il Vecchio e Johann Georg Wille, entrambe tratte da dipinti.

Le relazioni con Cesare e Marco Antonio sono tra i soggetti prediletti della pittura di storia, spunto per una narrazione colta e solenne, come nel bozzetto per arazzo eseguito da Claudio Francesco Beaumont. Grande successo ottiene, soprattutto in ambito veneto, anche il tema del banchetto di Antonio e Cleopatra il cui apice è negli affreschi di Giambattista Tiepolo in Palazzo Labia a Venezia, di cui la tela di Francesco Fontebasso è un significativo esempio, consentendo agli artisti di rappresentare interni di dimore lussuose e di inserire sulle tavole imbandite raffinati brani di natura morta. Poi, nel Diciannovesimo secolo l’interpretazione del tema in chiave esoterica dà vita a composizioni di gusto orientaleggiante come il dipinto di Anatolio Scifoni.