Sembrava del tutto sdoganata l’idea che i grandi maestri dell’arte giapponese – tra incisioni, grafiche e maestose architetture realizzate alla luce del Sol Levante – fossero ormai conosciutissimi al pubblico occidentale e che nulla potesse andare oltre le magnifiche produzioni di Hokusai, Hiroshige e Utamaro.
Ma se la storia è un ciclo, una riproduzione infinita di ere e fatti che si ripropongono uguali a se stessi, la storia dell’arte parte da assunti imprescindibili rimaneggiandoli, rinnovandoli e vestendoli di una nuova luce.
E se è anche vero che l’Occidente è da sempre culla di filosofi, letterati, poeti e artisti allo stesso modo è innegabile come questi abbiano sempre attinto al patrimonio culturale orientale facendone motivo di studio e ispirazione.
Sotto questa spinta di curiosità per l’esotico, oggi al Museo della Permanente di Milano si propone una nuova e raffinata puntata di immersione nella cultura giapponese con la presentazione di un quarto grande artista dell’ukiyo-e: Utagawa Kuniyoshi, pittore e disegnatore giapponese vissuto tra il 1797 e il 1861.

La mostra Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante – che per la prima volta porta in Italia un grande maestro giapponese del XIX secolo – è un’occasione unica per conoscere una figura di passaggio che ha condensato tradizione e le nuove influenze dell’arte occidentale, tra prospettiva e sfumatura del colore.
Kuniyoshi è uno degli ultimi e più interessanti artisti di ukiyo-e che, con le sue silografie conosciute anche come “stampe del mondo fluttuante”, si colloca nella seconda metà dell‘800 e accompagna la fine della produzione con una modernità assoluta.
Le 165 silografie policrome in mostra svelano – in chiave moderna – le radici della grafica giapponese contemporanea e della cultura pop con la quale siamo cresciuti e a cui guardiamo ancora oggi.

Nato attraverso la produzione di stampe che riproducono attori di teatro kabuki e stampe di beltà, individua un suo percorso divenendo conosciuto per i suoi eroi, guerrieri che diventano giustizieri, personaggi che difendono il popolo dalla corruzione (tema che all’epoca era fortemente sentito) e che permettono di conferire alle sue opere una pienezza di particolari e dettagli, un’azione e un realismo che prima nessun altro artista aveva saputo dare.

Ma ciò che lo rende unico è la sua spingersi oltre, la sua capacità di creare attraverso una miscellanea di tradizione ed elementi immaginari: nelle sue opere si dissolve il limite tra il mondo reale e quello fantastico in una fusione dal surrealismo palpabile che deriva da un accurato studio dei manuali dell’epoca (che provengono dall’Europa ed entrano in Giappone in quegli anni ) dai quali intere scene divengono ukiyo-e.
Lungo il percorso di mostra si viene quindi catapultati in una dimensione onirica, accompagnati da gatti, carpe, animali mitici e fantastici, leggendari eroi, samurai, briganti e bellissime geishe che si muovono tra mondi bizzarri e paesaggi visionari.
Non a caso, attraversando via Turati e sollevando lo sguardo, è impossibile non notare un’imponente e coloratissima presenza che invita alla visita in Permanente: una gigantesca balena che fa presagire quanto di stupefacente il visitatore potrà trovare all’interno del museo.
Ci si apre un’immaginazione senza confini, singolare e inesausta, espressa nelle innumerevoli trame e tinte dei kimono, in un’infinita gamma di gesti e personaggi avvolti in giochi d’ombre e d’illusionismo.

Delle cinque sezioni tematiche in cui è strutturata la mostra – Beltà, Paesaggi, Eroi e guerrieri, Animali e parodie, Gatti – la curatrice Rossella Menegazzo ha voluto dedicare buona parte del percorso agli eroi del Suikoden, un romanzo conosciuto in Italia con il titolo I briganti, che divenne un bestseller in Cina e in Giappone alla fine del Settecento e che narra di trentasei giganteschi briganti difensori dei poveri e della giustizia.

La quarta sezione, invece, raggruppa ritratti maschili e femminili realizzati a volte con composizioni simili a puzzle di figure umane altre volte di caratteri calligrafici. Proprio questa tecnica composita gli vale l’appellativo di “Arcimboldo del Giappone”, per la sua vicinanza stilistica ai ritratti allegorici vegetali del pittore milanese del ‘500. Un maestro che per lungo tempo è stato messo un po’ da parte proprio per la sua modernità che va oltre a quelli che sono i paesaggi classici e le composizioni calme e pacifiche dei grandi maestri dell’arte giapponese e riscoperto solo in questi ultimi anni.

Con uno stile passato alla storia per la ricchezza cromatica, la densità dei dettagli e per il notevole slancio creativo, la produzione di Kunyioshi comprende anche raffigurazioni di fantasmi e opere ironiche e umoristiche, nelle quali confluiscono figure frutto di giochi illusionistici, di ombre o parodie, scherzi che vengono creati attraverso una grafica possibile attraverso la scrittura giapponese e i giochi onomatopeici che la lingua giapponese propone.
Allo stesso modo sono presenti numerose parodie realizzate utilizzando gli animali come protagonisti per rappresentare il mondo dei quartieri di piacere, delle geishe che qui prendono le sembianze di passeri, gatti, ranocchie e volpi. Un divertimento che l’artista sfrutta per compiacere il pubblico ma anche per evitare la censura che in quegli anni colpisce proprio la produzione di rappresentazione di beltà e di attori.

L’ultima sezione è dedicata invece ai suoi gatti che, umanizzati, fanno concorrenza agli eroi che lo resero famoso.
Amati e coccolati (nella sua casa ne vivevano, infatti , una decina), oltre a offrirgli ispirazione per le più svariate scene di vita quotidiana, personificano e rappresentano lo spirito edonista della classe borghese dell’epoca, spensierata e sempre alla ricerca di nuovi piaceri e, per questo, osteggiata dalla classe dirigente che bandì determinate rappresentazioni artistiche dell’ukiyo-e ritenute pericolose per la morale pubblica.
Kuniyoshi trovò il modo di aggirare le leggi e di far divertire il suo pubblico rappresentando attori, cortigiane, personaggi storici o leggendari sotto forma di gatti. Naturalmente produsse anche stampe nelle quali l’animale è semplicemente un gatto, che gioca con l’orlo del kimono della padrona o che si fa da lei accarezzare, tenuto amorevolmente in braccio. Il gatto diviene quindi affascinante specchio dell’imprevedibilità della natura umana.

Non è un caso che Monet, padre dell’impressionismo, avesse alcune stampe di Kuniyoshi nella sua casa di Giverny. Più di recente la sua riscoperta ha fornito una chiave di lettura fondamentale per tutta la cultura popolare giapponese contemporanea.
Oggi i più vari generi artistici traggono ispirazione da lui: animazione, manga, grafic design e anche il mondo più underground dei tatuaggi vedono in Kuniyoshi un maestro alla pari di Hokusai. Kuniyoshi ci invita a guardare ogni particolare, a vivere il momento, a consolarci nella bellezza multiforme della realtà per imparare a convivere con il fugace.
Ci invita di cogliere l’attimo fuggente.
La mostra Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante è prodotta da MondoMostre Skira, curata da Rossella Menegazzo e sarà ospitata a Milano al Museo della Permanente fino al 28 gennaio 2018.