Non dirò di quel Niccolò Paganini (1782-1840) “violinista del diavolo” di cui l’immaginario collettivo tramanda la smilza, funamulesca figura di grande artista insuperato e insuperabile, circondato da una luciferina nube sulfurea, tanto da essere definito “infernal divino”, ma racconterò di quando giovane genovese di grandissimo talento, quasi autodidatta, senza un soldo, ma tutto fuoco di musica e creatività, che visse un tempo della sua tumultuosa, tormentata, “esagerata” vita (forse la più serena e ricca di speranze) proprio tra Firenze, Livorno e Lucca.
Periodo questo, fondamentale per la sua formazione, fino all’esplosione del suo genio che, a tutt’oggi, lascia stupefatti, affascinati tutti coloro che ascoltano le esecuzioni delle sue composizioni. All’alba dei 13 anni, il 31 luglio 1795, il giovane Niccolò Paganini, col padre, arriva a Firenze per l’interessamento del genovese Marchese Gian Carlo di Nigro (uomo di grande cultura dal cui salotto passarono personalità del calibro di Byron, Balzac, George Sand, Stendhal, Canova) che lo accompagnava perché potesse essere ricevuto ed ascoltato da Salvatore Tinti, violinista fiorentino di grande fama nel mondo musicale del tempo.
Di Nigro era rimasto impressionato dal talento di questo ragazzo, figlio di un modesto operaio addetto agli imballaggi al porto di Genova, appassionato di musica, ma senza mezzi per farlo studiare, ascoltandolo proprio in un concerto organizzato per raccogliere soldi per permettergli di andare a Parma dall’illustre violinista di corte Alessandro Rolla. Ma ancor più era rimasto strabiliato quando l’aveva sentito eseguire, magistralmente, a prima vista, una difficilissima composizione di R. Kreutzer (1786-1831) che in quel momento era suo ospite. Di Nigro aveva capito le potenzialità di questo ragazzo, da qui il suo impegno perché potesse entrare nel mondo del violino dalla porta giusta. A Firenze, Niccolò dà alcuni concerti privati e apprezza il clima musicale in cui si trovo a vivere.

Ma il colpo di fortuna, per il giovane violinista, arrivò a Livorno dove, col padre, si era trasferito per il pesante clima politico creatosi a Genova, ormai sotto l’influenza francese. Qui, mentre il genitore continua il suo lavoro al porto, scrive musica per fagotto per un dilettante svedese che si lagnava di non trovare musica difficile. Ma fa anche due concerti. Infine, viene invitato a suonare per l’inaugurazione di un teatro dell’impresario Livron. Così Paganini racconta: “Trovandomi a Livorno, per diporto, senza violino, Monsieur Livron mi imprestò un violino per suonare un concerto di Viotti e me ne fece regalo”. Ma questo non è un violino qualsiasi, ma un Guarnieri del Gesù del 1743! Uno dei più importanti prestigiosi liutai dell’epoca (e di tutti i tempi!). Monsieur Livron aveva ben capito in che mani lo aveva affidato: “Non profanerò mai quelle corde che le vostre dita hanno toccato, lo strumento è ormai vostro”.
Così con la fortuna di aver ricevuto in dono uno strumento come questo, che diventa il compagno fedele della sua vita di violinista, Paganini può cominciare a stregare, commuovere, entusiasmare il pubblico di tutta Europa. A questo violino entrato a sorpresa nel suo mondo musicale, Paganini da il nome di “Cannone” per sottolineare la forza della voce e delle voci, che con la magia della tecnica e delle sue mani snodate sulle corde, riusciva a regalare all’ascoltatore.
La Toscana sembra dunque portar fortuna a questo musicista genovese che, insieme al fratello Carlo, decide di partecipare al bando di concorso per un concerto da tenersi a Lucca, nella cattedrale, per la festa della Santa Croce. Dalle cronache del tempo apprendiamo che: “esaminato secondo statuto. È ammesso all’esecuzione del concerto”. Così Niccolò Paganini tiene, col suo Cannone, il concerto nella Chiesa di San Martino il 14 settembre 1801. Un concerto davvero poco rispettoso della sua funzione, con pirotecniche imitazioni di animali, corni, trombe, un esibizione che però generò fanatismi a non credere. Questo è un giudizio non certo favorevole della prima uscita lucchese di Niccolò. Anche se l’Abate Jacopo Chelini nel suo “Zibaldone” (dove si raccontano gli eventi e i personaggi dell’epoca) riconosce che: “Si ebbe poco rigore di eseguire, caso del tutto nuovo, un concerto di tal Paganini, genovese, che era venuto alla musica dopo i Kyrie Eleison, e questo concerto durò 28 minuti. Questo professore aveva grande abilità ma non aveva né criterio, né gusto musicale. Imitando col violino il canto degli uccelli, il flauto, le trombe, i corni in modo che il concerto terminò in opera buffa, facendo ridere. Alla fine però bisogna ammettere che tutti restarono ammirati dall’abilità di costui”.

Questo concerto nonostante le critiche, ebbe un grande successo perché non si era mai visto né udito una cosa simile. Ecco come esplode la genialità straordinaria, spregiudicata di Paganini che affascina con l’innovativa forza trasgressiva di un linguaggio musicale, unico, personale, di cui lo strumento e la sua tecnica prodigiosa diventano espressione dell’anima, della sensibilità, della sua libertà. Aveva osato far cantare gli uccelli e imitare i suoni della natura durante una cerimonia religiosa, di una delle feste liturgiche più importanti dell’anno. Nonostante lo scandalo, le chiese di Lucca, chiedono ancora il suono profano del suo violino che si divinizza tra le loro antiche volte. Ecco che l’11 novembre per la festa di San Martino, Niccolò suonerà di nuovo nella cattedrale e l’8 dicembre sarà la volta della Chiesa di S. Maria Corte Orlandini.
A Lucca, Paganini si trova bene. Respira l’aria di un antica solida tradizione violinistica dalla quale erano usciti due allievi di Pietro Antonio Locatelli (1695-1761) quali Francesco Gasparini e Francesco Saverio Geminiani. C’è poi una ricchissima biblioteca musicale in cui sicuramente può saziare tutte le sue curiosità. Poi acquisisce confidenza con l’orchestra con la quale suona quasi quotidianamente e con cui dirige “Il matrimonio segreto” di Cimarosa. Pare proprio che qui prenda forma stabile il suo virtuosismo con l’impiego della 4° corda, le variazioni, il pizzicato con la mano sinistra. Nel 1805 chiede ed ottiene di entrare a far parte della Cappella di Palazzo ed è iscritto tra i professori, con l’obbligo di dar lezioni non solo di violino ma anche di violoncello e contrabbasso.

Abita vicino alla Chiesa di San Michele, in casa di Anna Quilici di professione sarta e moglie del calzolaio Bucchianeri, in un clima familiare che gli è molto gradito. Tra queste accoglienti mura vive l’emozione di un delicato giovanile amore con Eleonora, sorella di Anna, che ricorderà nel suo testamento ed a cui dedicherà 6 bellissime sonate per violino e chitarra. In casa di Anna ed Eleonora, organizza concerti che lo fanno conoscere ed apprezzare alla città… ed anche un gran ballo il 15 giugno 1803. In questa famiglia Niccolò lascia un buon ricordo di se che ritroviamo nelle parole di Bartolomeo, padre delle due donne e che sfata l’esosa leggenda della sua meschina tirchieria: “Fu esso, per quanto lo permettessero le sue finanze, caritatevole con i miserabili, specialmente con quelli della sua professione, né geloso, né invidioso”. Il 14 luglio 1805 Paganini assiste all’entrata trionfale a Lucca di Elisa Baciocchi, incoronata dal fratello Napoleone I “Principessa di Lucca e Piombino”.
Qui comincia un’altra storia per la città e per il giovane violinista, ardente di musica e d’amore.
Elisa, non bella come la sorella Paolina, grassoccia, nevrotica, beve litri di acqua e latte di capra come curiosa terapia! Forte del potere che le viene dal fratello, decide di trasformare Lucca, città troppo tranquilla, in una vera e propria Capitale del suo Regno. Una cronaca del tempo ne descrive l’arrivo in città: “La sua carrozza trainata da quattro cavalli e seguita da ventiquattro staffieri attraversa la città come una sfolgorante visione della gloria napoleonica”. Megalomane come il fratello imperatore, assume uno spropositato numero di funzionari che abbiglia con vistose colorate decoratissime uniformi da lei disegnate, con la medaglia e da il via ad una notevole attività governativa che la inizia in opere di urbanizzazione importanti (come la grande piazza da dedicare al fratello) ma anche in tutta una serie di iniziative culturali per vivacizzare la vita della sua piccola corte.

Trasforma, secondo il suo gusto, alcune delle più belle ville della lucchesia, che diventarono ambiti luoghi di divertimenti, incontri, ricevimenti. Conosce la fama di Niccolò Paganini e lei che ama la musica, lo nomina subito “Direttore d’Orchestra” e “Virtuoso da Camera”. Per questo motivo Niccolò segue la Corte nei suoi spostamenti, impartendo lezioni di violino al Principe Felice (consorte di Elisa) partecipando come esecutore a concerti in varie sedi. Naturalmente la Principessa è attratta dal giovane violinista, anzi come racconterà lo stesso Paganini: “La Principessa sveniva ascoltandomi suonare, ma si allontanava per non togliere agli altri il piacere di ascoltarmi”.
Gelosa del suo “virtuoso” non nasconde il suo disappunto se viene “troppo” apprezzato dalle dame di corte, sfidandolo a comporre in modo sempre più difficile ed ardito come il famoso concerto su una sola corda del violino! Ma Paganini in omaggio ad Elisa compone, in onore di Napoleone, una sonata militare sulla quarta corda che viene eseguita il 25 agosto davanti a tutta la Corte. Per tenerlo legato a se ancor di più, Elisa lo copre di titoli onorifici e lo proclama Capitano della Gendarmeria Reale di Lucca e Piombino, nomina puramente decorativa che gli dà il diritto di indossare la divisa nelle feste, e nei ricevimenti, e di avere un appannaggio di quarantacinque scudi che non aumenterà neanche quando avrà il grado di Capitano del gendarmi di S.A.R!
La relazione dei due presto diventa molto stretta. I loro incontri “segreti” nella villa di Marlia o in quella di Massa, sono in realtà noti a molti, ma non esistono però documenti ufficiali, ma solo pettegolezzi di palazzo e lamentele postume di Paganini che affermava, che Elisa era “capace di vessarlo in ogni modo”. D’altra parte Niccolò, allora è un grande tombeur de femmes, ha un bell’aspetto, combinato con la sua eccezionale personalità d’artista di fama e successo che lo rendono irresistibile. Ecco come una cronaca dell’epoca ce lo presenta: “Alto, magro caratteristicamente italiano… dinoccolato, pallido con l’occhio nero fissamente magnetico, portava in se quella specie di sigillo che contrassegna il tipo e la razza… questo giovane porta in se il mistero del genio”. Si comprende allora come Elisa potesse aver perso la testa per una simile personalità.

Quando nel 1809 la principessa di Lucca diventa Granduchessa di Toscana, Paganini la segue a Firenze a Palazzo Pitti. Qui la Granduchessa aumenta lo sfarzo della sua Corte ed organizza eccellenti incontri musicali in cui esibisce il suo prezioso gioiello violinistico. Naturalmente Niccolò continua a mietere successi personali ed anche tra le dame fiorentine tanto da suscitare l’ira furibonda di Elisa. La vita di Corte comincia a star stretta a Paganini anche perché la Granduchessa è sempre più gelosa ed ossessiva… e il salario inadeguato per il numero di concerti che deve sostenere.
Alla fine del 1809 si arriva alla definitiva rottura di questa strana liason e di questo belligerante rapporto d’amore e musica, in un modo davvero teatrale e curioso. Serata di gran festa a Palazzo Pitti. Niccolò deve esibirsi come direttore d’orchestra come solista con i suoi prodigi sulle corde del suo “cannone”. Gli invitati, tutti importanti, sono in trepida attesa… restano sbigottiti quando lo vedono arrivare, anziché nella classica elegante tenuta nera da concerto, in quella tutta oro e galloni di capitano della gendarmeria reale, dando il via all’orchestra in questa insolita mise. Ai ripetuti, insistenti inviti di Elisa (durante gli intervalli) a indossare la divisa scura, degna di tanto  palazzo e di tanto pubblico, Niccolò rifiuta. Come niente fosse, con la spada tintinnante al fianco, esegue i suoi prodigiosi incantamenti col suo “cannone” salutando gli ospiti danzando e suonando. Elisa furente non poté far nulla. A notte inoltrata Niccolò se ne parte velocemente da Firenze. Si licenzia così dalla granduchessa e dalla sua prepotente gelosia. Per lui la vita di musicista di Corte era diventata troppo stretta e insostenibile. Per lui si apre il mondo del musicista libero di incantare il pubblico nei grandi teatri d’Europa con la sua arte e il suo “cannone”.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Niccolò Paganini, ritratto giovanile (fonte)
  2. Niccolò Paganini (1819), di Jean-Auguste-Dominique Ingres (fonte)
  3. Ritratto di Niccolò Paganini
  4. Ritratto di Elisa Bonaparte Baciocchi
  5. Niccolò Paganini, dagherrotipo, 1840 circa (fonte)

IN COPERTINA
Niccolò Paganini (1819), di Jean-Auguste-Dominique Ingres
(fonte)