“Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?“
(Leon Battista Alberti, De Pictura, Prologo)
Capolavoro assoluto dell’arte, simbolo di Firenze, del Rinascimento e dell’umanesimo in generale, la Cupola del Brunelleschi ha un diametro di 45,5 metri e, con un’altezza totale di più di 116 metri, è la più grande volta in muratura del mondo.
Per festeggiarne i seicento anni dall’inizio dei lavori di costruzione (affidati a Filippo il 16 aprile 1420), un grande concerto – reso possibile grazie alla collaborazione tra l’Opera di Santa Maria del Fiore, la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e il Conservatorio «L. Cherubini» di Firenze – era in cartellone nel 2020, ma sospeso a causa della pandemia, adesso fa parte della XXV edizione della rassegna di musica sacra O Flos Colende e dell’84° Festival del Maggio Musicale Fiorentino riprogrammato per dopodomani, martedì 14 giugno alle ore 21:15, all’interno della Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Sotto la Cupola, nel corso dei secoli, hanno avuto luogo innumerevoli funzioni religiose anche solenni come le Messe nuziali celebrate in epoca medicea con ampi complessi musicali, ma anche innovative macchine teatrali. Dalle cronache tardocinquecenteshe si sa di un’altissima
piramide luminosa e cava, in asse con la cupola, con una nuvola su cui erano collocati i musicisti vestiti tipo i protagonisti degli affreschi di Vasari e Zuccari nell’intradosso. Era come se i personaggi dell’affresco potessero prendere vita e scendere dalla volta celeste a omaggiare i principi.
Stupisce leggere che i musicisti si posizionavano anche sulle cantorie in aggetto dei due grandi organi, su due pergami effimeri realizzati
più in basso ai lati sud e nord del coro ottagonale e persino sugli alti ballatoi che corrono lungo tutto il perimetro della cupola e delle absidi, creando stereofonici effetti acustici di stupefacente originalità.
Pertanto, l’obiettivo dell’attuale concerto sarà ricreare simili meraviglie acustiche, sfruttando l’unicità architettonica del luogo mediante la riproposizione del repertorio che sotto la cupola aveva preso vita nei secoli passati. Inoltre, con l’esecuzione in prima mondiale di un nuovo brano di Salvatore Sciarrino, creato appositamente per l’occasione, trasformare i limiti acustici della cupola in opportunità per ideare qualcosa
di veramente inaspettato.

L’inizio è affidato a due brani che il maestro franco-fiammingo Guillaume Dufay – all’epoca cantore della cappella pontificia – compose per la consacrazione della nuova Cattedrale a Santa Maria del Fiore, cerimonia celebrata da papa Eugenio IV il 25 marzo 1436, quando la Cupola era quasi conclusa. Il primo, Nuper almos rosae flores (Di recente fausti fiori di rosa), è una sequenza monodica tramandata in un codice conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e attribuita in tempi recenti a Dufay. La melodia è facile e orecchiabile mentre il testo presenta evidenti assonanze con quello del celebre Nuper rosarum flores (Rose appena fiorite) composto dallo stesso autore. Si tratta di un brano polifonico estremamente difficile, fra i più conosciuti e discussi di tutta la storia della musica, la cui complessa architettura si è tentato più volte di metterla in relazione con le proporzioni architettoniche della Cattedrale fiorentina e della sua cupola. Bitestuale: le due voci più acute intonano su linee melodiche molto fiorite il testo, mentre le due voci più gravi intonano il testo e la melodia in stile di cantus firmus dell’antico Introito gregoriano Terribilis est locus iste, di prammatica nelle cerimonie di consacrazione delle chiese.
Dopo un interludio strumentale costituito da Palle, palle che il fiammingo Heinrich Isaac, musico prediletto di Lorenzo il Magnifico, compose in omaggio alla famiglia, Ingredere composto nel 1539 dal maestro di cappella Francesco Corteccia per le nozze di Cosimo I con Eleonora di Toledo. Brano polifonico di solida fattura scritto in uno stile massiccio che prevede otto voci.
A seguire una versione strumentale realizzata da Giovanni Bassano del mottetto Tota pulchra es di Palestrina, autore eseguito continuativamente in Duomo fino ai giorni nostri nel cui archivio musicale si conservano molte sue composizioni.

Nel 1579, Francesco I sposò in seconde nozze Bianca Cappello e, in loro onore, il modenese Orazio Vecchi compose il brillante madrigale a sei voci Italia bella. Morti entrambi gli sposi a breve distanza l’uno dall’altra nella Villa di Poggio a Caiano nel 1587, la strada per il trono si aprì inaspettatamente per il secondogenito di Cosimo I, il cardinale Ferdinando de’ Medici che con, dispensa papale, divenne granduca e poté sposare nel 1589 Cristina di Lorena. I grandiosi i festeggiamenti organizzati sia in chiesa, dove furono eseguiti anche madrigali, che a palazzo. All’epoca era maestro della cappella del Duomo Cristofano Malvezzi, che collaborò anche alla musica per gli Intermedi della Pellegrina – da cui sono tratti la Sinfonia strumentale e il madrigale a otto voci in doppio coro Noi che cantando le celeste sfere – rappresentati presso il Teatro degli Uffizi pochi giorni dopo il matrimonio in Duomo. Il secondo di questi brani è un tipico esempio del repertorio policorale che si poteva ascoltare all’epoca nelle cerimonie più solenni . Lo spettacolo si concludeva con un brano danzato e noto come Ballo del Granduca composto da Emilio de’ Cavalieri,. Noto in tutta Europa fu un simbolo musicale dei Medici e della città di Firenze, ripreso, imitato, variato (oggi lo chiamerebbero cover) da molti maestri anche transalpini, come nel caso dell’Aria del Gran Duca firmata dall’inglese Peter Philips.
In conclusione del gruppo di brani ‘antichi’ verrà eseguito Elizabeth Zachariae, un bel mottetto tramandato in un manoscritto dell’Archivio Musicale dell’Opera di Santa Maria del Fiore composto da Marco da Gagliano, che fu per decenni maestro di cappella del Duomo e della corte medicea. Il brano è destinato alla festività di San Giovanni Battista e si caratterizza per la sovrapposizione sulle cinque voci principali di una sesta,
acuta, che intona ripetutamente l’invocazione litanica «Sancte Joannes ora pro nobis».

Il concerto, con un balzo, arriverà alla musica contemporanea, appunto, con il brano Al sognatore di cupole di Salvatore Sciarrino che spiega la composizione: «si articola in cinque sezioni corali, corrispondenti alle strofe del testo da me stesso approntate, montando alcune frasi di una dedica di Alberti a Brunelleschi (Prologo del Trattato sulla pittura). La strofa iniziale fa da ritornello e dunque torna come terza e come quinta strofa. Diviene un viatico per ogni artista: dobbiamo ingegnarci, essere infaticabili nella pratica quotidiana, coscienti però umili nel cercare nuove invenzioni. Tale ritornello si avvicenda affinché, nel celebrare Brunelleschi, allo stesso tempo noi tutti l’abbiamo a modello. La seconda strofa riconosce il primato degli artisti presenti a Firenze, i quali con la loro industriosità la rendevano meravigliosa. La quarta strofa elogia l’ingegno di Brunelleschi nell’innalzare la cupola senza impalcature interne. Il ritornello di chiusa si rivolge direttamente a Pippo architetto (così Alberti in confidenza chiama Filippo Brunelleschi) e scandisce la dedica dell’opera. Parallelamente al posarsi della musica si apre un’altra dimensione: un inno gregoriano per le solennità intonato dai bambini.

Tutto si ferma sull’invocazione di pace, non per retorica; ma per riflettere che l’arte, senza condivisione, non trova posto tra gli uomini. Non ascolteremo una costruzione musicale astratta, che l’ampiezza dello spazio confonde. Anzi, la composizione si affida alle straordinarie possibilità di riverbero offerte da Santa Maria del Fiore, dove il suono, breve o lungo che sia, rimarrà sospeso, prolungato da un’eco che pare infinita. Quando comincia un’opera nuova assistiamo alla nascita dell’universo. Non abbiamo impalcature e dobbiamo superare i nostri limiti. Ora piovono suoni di flauto, ed ecco si leva dagli strumenti un’alba di richiami, una sfera pulsante, attraversata dalla melodia corale e da slittamenti di suoni che modificano l’orientamento dell’ascoltatore nello spaziotempo. Molti oggi si lasciano guidare a orecchio dal gradevole, che accumula banalità, appiccicate con colla di accordi. Io dal mio poggio ho voluto conquistare, passo dietro passo, uno stile vocale che si distinguesse, prestandosi a varietà di espressioni; lo percepisce chi ha seguito il mio cammino. Ho inventato nuove geometrie di intervalli, semplificate e adatte alla voce umana, ritrovando una monodia assoluta. Essa gareggia con la tradizione antica; non la copia però, né segue i salti della moderna. Parimenti si tiene lontana dalla condotta sbandata che caratterizza la musica attuale».