Era il 1970 quando il Ministero della Pubblica istruzione, allora competente anche sulle Soprintendenze, invitava con una circolare i maggiori musei a dotarsi di sezioni didattiche per avviare collaborazioni con le scuole.  A Firenze per questo incarico venne scelta, non casualmente, Maria Fossi Todorow, funzionaria della soprintendenza che era già da tempo interessata al campo della didattica museale, dotata di un’ampia visione internazionale e di grande preparazione culturale. Da quel momento il successo di questa istituzione è stato sempre maggiore: con un incredibile lavoro d’equipe, avendo chiamato brillanti giovani storiche dell’arte come Mina Bacci, questo ufficio di via della Ninna ha aperto per la prima volta a Firenze le porte dei musei pubblici alle scuole, avvicinando al museo in modo nuovo anche il pubblico adulto. I concetti chiave del metodo e delle finalità dell’Ufficio didattico meritano di essere compresi con le parole della stessa Maria Fossi: “I fini e i metodi della Sezione Didattica degli Uffizi sono quelli di fare opera di formazione e non di informazione, allo scopo di guidare e stimolare il fruitore del bene storico-artistico ad una personale e attiva scoperta di come si guarda un’opera d’arte, cioè ad una lettura, o se si preferisce, una decodificazione del messaggio artistico.

Chiamata fino al 2015 Sezione Didattica e diventata oggi Dipartimento per l’Educazione delle Gallerie degli Uffizi, il 9 novembre ha visto la celebrazione del suo Cinquantenario della fondazione, purtroppo solo online per le restrizioni imposte in questo periodo di pandemia. Così ha commentato Antonio Paolucci, già Soprintendente: “Dietro i buoni frutti ci sono sempre buone radici. Alle origini dell’attuale Dipartimento per l’Educazione degli Uffizi, c’è la stagione felice della Sezione Didattica di Maria Fossi Todorow e di Mina Bacci.” Le parole del direttore delle Gallerie degli Uffizi Schmidt hanno sollevato un altro importante tema: “Il mio augurio è che la specificità e l’altissima competenza degli educatori museali venga ufficialmente riconosciuta in Italia, come già avviene, da decenni, in molti altri paesi.
L’anniversario è stato celebrato con una diretta sulla pagina Facebook degli Uffizi e con l’uscita del volume “L’arte incontra i giovani 1970-2020. Comunicare il patrimonio alle Gallerie degli Uffizi”, a cura di Lucia Mascalchi, funzionario per la Comunicazione presso le Gallerie degli Uffizi, per la casa editrice Sillabe.

Oggi a dirigere il Dipartimento per l’Educazione c’è la dottoressa Silvia Mascalchi, con un passato di insegnante ma soprattutto di educatrice museale. Abbiamo scambiato un’interessante conversazione con lei sul passato e sul futuro prossimo del suo ufficio, da sempre apripista per le innovazioni in campo didattico.

Quale è stata l’importanza della didattica quando è stata fondata nel 1970 e quale è oggi?
Prima di tutto, la sua fondazione è stato un atto da un certo punto di vista di grande consapevolezza da parte di chi l’ha voluta, cioè la dott.ssa Fossi e in qualche modo rivoluzionario perché, nei paesi anglosassoni, negli Stati Uniti e in altri luoghi era qualcosa già molto diffuso, ma per l’Italia è stato un inizio che è stato guardato non proprio con sospetto però… era il nuovo che entrava nei musei. Quindi un atto di coraggio e grande consapevolezza perché la Fossi volle che fosse un ufficio, all’interno di un’istituzione pubblica, laica e da subito c’è stata la volontà di fare didattica museale con il maggior numero di persone possibile, di ampliare l’attività al più vasto numero di persone mantenendo sempre molto alta la qualità di questo servizio.
Questa è la tematica che si presenta anche oggi e che credo sarà la tematica di sempre, cioè essere servizio pubblico. Per me significa coinvolgere il maggior numero possibile di persone e offrire comunque un servizio qualitativamente alto, che non è un equilibrio semplicissimo da realizzare però è una regola con la quale ci dobbiamo confrontare. Se sei il piccolo museo oppure sei un’università puoi fare anche la sperimentazione, noi in alcuni casi possiamo anche farla, però sempre nell’ottica di ricondurre ad un pubblico vasto, perché l’attività fatta per pochi è sicuramente una cosa gratificante, ma da cenacolo d’eletti. Questo non è nell’animo del servizio pubblico, secondo la mia opinione.

Sei stata prima educatrice museale e ora funzionaria e direttrice di questo uffizio didattico così rivoluzionario per il nostro Paese: quale è stato in tutti questi anni il momento più critico per la storia della didattica che hai vissuto?
Il momento più critico è stato sicuramente quello della mancata approvazione della legge che avrebbe riconosciuto la figura dell’educatore museale all’interno dei musei statali italiani. Per chi è stato educatore nella mia generazione, quel momento è stato un confine, è stato un tradimento; riguardandolo in prospettiva storica, il momento coincide con un grandissimo cambiamento di marcia dell’Italia, dovuto al dilagare della famosa idea dei giacimenti culturali, il petrolio d’Italia, con il ministro De Michelis, per cui da un concetto secondo il quale l’opera d’arte o la testimonianza del passato aveva un valore intrinseco che andava comunque rispettato, anche se questa fosse stata non fruibile, in cima ad una montagna e andava considerata, tutelata, restaurata sempre e comunque, si è passati piano piano, slittati sempre di più verso una concezione per cui il patrimonio ha valore se da questo si può ricavare un profitto. Per la mia generazione, per chi come me viene dal mondo dell’Italia vista come museo diffuso, ti fa venire da piangere, perché non puoi mettere chi deve operare sulla tutela nella condizione di fare tutto da solo, con le proprie forze, anche mettere la benzina di tasca propria per andare a fare il lavoro di conservazione, solo perché non lo ritieni economicamente valido. Questo ha portato a rallentare tutto il lavoro di tutela e di verifica di quel patrimonio enorme, esteso ed importantissimo che è su tutto il territorio nazionale. Noi siamo una generazione per cui la catalogazione, la tutela, erano parole d’ordine e questo si sentiva anche nell’insegnamento della didattica: conoscere per tutelare. La didattica partiva anche dall’idea che se non conosci qualche cosa non lo puoi amare e se non lo ami non farai niente per proteggerlo. Quindi maggiore è il numero di persone che conoscono, amano e sono partecipi e consapevoli del patrimonio e maggiormente efficace sarà l’azione di tutela. Tutte queste cose si sono andate un po’ perdendo. Questo è stato un discrimine storico non solo per la didattica ma anche per il Paese: se si guarda il numero di pubblicazioni precedenti e antecedenti a quelle date, la didattica museale sfuma in una zona d’ombra che è quella che ha poi portato all’epoca dei concessionari dei servizi. L’ufficio didattico di Firenze è riuscito, grazie alla direttrice degli anni Novanta del Novecento, dott.ssa Trenti Antonelli, a tenere duro. Non c’erano mai stati fiumi di denaro per i servizi didattici, tanto che venivamo pagati con i resti di Cancelleria, però sostanzialmente era un servizio totalmente a carico dello Stato, quindi con la gratuità totale per le scuole. Ora, quando riprenderemo le visite in Galleria, cominceremo a far pagare le attività per le famiglie, perché da un certo punto di vista questo ci permette, insieme ad altre forme di finanziamento tipo il progetto europeo (le Gallerie degli Uffizi è stato il primo museo in Italia ad ottenere un finanziamento europeo nel settore dell’innovazione educativa – n.d.a.), di avere una quasi totale autonomia economica e di poter veramente assicurare alle scuole, quindi la parte per noi che è davvero servizio pubblico, la gratuità. Le attività con le famiglie sono importanti ma i genitori che portano i bambini al museo per una nostra attività, sono disponibili a pagare per questo, l’importante è sempre mantenere la qualità alta.

I musei sono chiusi, almeno per adesso, ma quali sono i progetti che proporrete per Natale e per i prossimi mesi in modalità online?
Il progetto per il prossimo Natale si chiama Uffizi sotto l’albero, con delle stanze virtuali nelle quali si incontreranno al massimo dieci bambini, e dove verrà raccontata loro la storia più bella, la venuta al mondo del Redentore, attraverso un dipinto della Galleria degli Uffizi. È un servizio totalmente online e viene offerto in inglese, francese, spagnolo e nella lingua dei segni. Ci siamo immaginati, con i fusi orari, una famiglia di italiani che vivono a Boston e che vogliono farlo con i cugini che magari vivono a Milano: può essere fatto come regalo di Natale magari dai nonni ai nipoti distribuiti in vari posti del mondo. È una chiacchierata di quaranta minuti su due dipinti degli Uffizi: l’Annunciazione di Botticelli ad affresco e una scelta fra una decina di altri dipinti che vanno da Gentile da Fabriano, Lorenzo Monaco, Leonardo ed altri. È nato da un’idea di Elisa Marchi (uno dei membri dell’ufficio coordinati dalla dott.ssa Mascalchi – n.d.a.) e il direttore Schmidt è impazzito, è stato subito entusiasta, lui è tedesco e il Natale per loro è una cosa seria…
Oltre il progetto di Natale c’è poi il progetto degli Ambasciatori digitali, totalmente online, con le scuole. Abbiamo iniziato il 14 dicembre facendo degli incontri plenari con i docenti e le educatrici che partecipano e poi passeremo alle lezioni vere e proprie da gennaio. Posso annunciare fin da ora che io ho intenzione di mantenerlo come progetto perché si sono iscritte scuole da tutta Italia, dalla Sicilia, San Donà di Piave, Roma, Milano, Lecce… e quindi questo ci conforta il prossimo anno a proporre un’attività di ambasciatori digitali dell’arte per cui i ragazzi seguono la formazione online, propedeutica al viaggio di istruzione a Firenze e alla produzione di un video che ogni anno proporremo su un soggetto diverso.

Potremo dire quindi che non tutti i mali vengono per nuocere. Anche se non è stato possibile fare i festeggiamenti per l’anniversario del mezzo secolo della didattica, possiamo dire che la vera festa la didattica la fa proponendosi sempre in veste nuova ma sempre fondando il tutto sulla grande esperienza del passato?
Sicuramente è così.  L’ho detto, forse l’ho anche scritto, noi ci sentiamo come nani sulle spalle di giganti, perché in realtà queste grandi figure che hanno dato l’avvio alla didattica, a cominciare da Maria Fossi, ci hanno lasciato questo grande esempio e questi grandi principi metodologici, che sono tutt’ora validi. Noi andiamo avanti avendo una prospettiva più ampia perché siamo partiti da lì, un punto molto alto. La famiglia di Maria Fossi era una famiglia di grande impegno civico e civile e questo mi ha chiarito tanti aspetti della sua storia e formazione. Il suo babbo, Piero Fossi, era molto impegnato in giustizia e libertà e addirittura la loro casa a San Gaggio, la villetta dei Sette ulivi, era diventata un punto di smistamento per gli Ebrei che venivano allontanati da Firenze e poi nascosti e quindi salvati dalla deportazione. Nella loro casa Ugo La Malfa o il sindaco Giorgio La Pira erano spesso ospiti alla loro tavola, così come la figlia di Benedetto Croce ricorda in un suo librino di memorie che quando veniva a Firenze era ospite dei signori Fossi. Insomma una famiglia particolare, di grande impegno civile e culturale. Penso proprio che quando sarò in pensione scriverò un libro su Maria Fossi…

Didascalie immagini

  1. L’invito online dalle pagine del sito delle Gallerie degli Uffizi a partecipare alla diretta streaming per le celebrazioni
  2. Copertina del libro di Lucia Mascalchi uscito per le celebrazioni
  3. Le comunicazioni delle attività didattiche per le famiglie tramite i moderni mezzi di comunicazione e pubblicità
  4. Maria Fossi Todorow, didattica agli Uffizi negli anni ’70
    © Museo degli Uffizi

IN COPERTINA
Maria Fossi Todorow con i bambini dentro le sale degli Uffizi negli anni ’70
© Museo degli Uffizi
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