Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.
(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XVII, 58-60)
Si è inaugurato il 12 maggio 2022 a Genova il nuovo Museo Nazionale dell’Emigrazione italiana (MEI), che ha sede all’interno della Commenda di San Giovanni di Pré, un luogo dal forte valore simbolico. La Commenda, un complesso di edifici costruiti a partire dal 1180 e comprendente due chiese sovrapposte e un ospitale, era in origine destinata ad accogliere i pellegrini diretti in Terrasanta, e per tutto il Medioevo costituì un punto di incontro fra le vie che provenivano dall’Europa continentale e le rotte delle navi che da Genova si diramavano verso i porti del Mediterraneo. Mercanti, soldati, cavalieri, ecclesiastici, pellegrini trovavano riparo e accoglienza nel grande salone-dormitorio, collegato direttamente con il vicino approdo (all’epoca la zona si trovava infatti a pochi passi dalla riva del mare).

Accurati lavori di restauro condotti negli ultimi anni hanno restituito alla Commenda il suo aspetto di possente complesso romanico, con le severe superfici murarie in pietra nera illuminate dal colore dei mattoni e dei soffitti in legno dipinto. Il MEI integra e completa la sezione MeM, Memoria e Migrazioni di Galata Museo del Mare, il più grande museo marittimo del Mediterraneo che proprio a Genova si affaccia sulla darsena del Porto Antico. Nella presentazione del MEI si evidenzia la diversa prospettiva con cui le due istituzioni affrontano il tema dell’emigrazione italiana: «Se il “viaggio” è il focus dell’esposizione al Galata Museo del Mare, di cui il MEI rappresenta la continuazione e il completamento, al MEI l’attenzione va a quello che si trova “dopo il viaggio”: la ricerca del lavoro e della casa, imparare una nuova lingua, di inserirsi in una società diversa e, a volte, ostile».

I tre piani del MEI, che occupano complessivamente quasi tremila metri quadrati, si articolano in sedici aree nelle quali i visitatori possono seguire la storia delle migrazioni, e in particolare le vicende di coloro che dall’Unità d’Italia ai giorni nostri hanno lasciato il proprio paese in cerca di migliori prospettive di vita: la narrazione si avvale di materiali originali, autobiografie, diari, lettere, fotografie, giornali, integrati da documenti conservati presso enti e istituzioni, archivi, musei e associazioni di emigrati. Nelle sale si susseguono duecento storie di emigrazione, scelte per il loro valore rappresentativo, con mille e trecento immagini di archivio consultabili da settanta postazioni multimediali, mentre una serie di monitor e proiettori laser offre al visitatore un’esperienza immersiva, mettendolo “nei panni” dell’emigrante.

Il lavoro di ricerca, durato quattro anni, ha condotto alla realizzazione di una sorta di grande affresco, nel quale le storie individuali si fondono a costruire una memoria collettiva e una riflessione sui temi della migrazione, ma anche dell’inclusività e della tolleranza. Un percorso interattivo che inizia ricordando quanto la storia dell’umanità debba a quelle “genti in cammino” che fino dalla preistoria si sono mosse alla ricerca di un altrove, molto prima che nascesse il concetto stesso di “confine”, sempre inseguendo la speranza di condizioni di vita migliori, ma allo stesso tempo soffrendo il dolore del distacco dagli affetti e dal piccolo mondo conosciuto.

Così come si delineano i caratteri di coloro che in ogni epoca aprirono la strada alle masse che li avrebbero seguiti, si analizzano le ragioni che spingevano a partire dall’Italia nel corso di quella che è stata definita la Grande Emigrazione: nella seconda metà dell’Ottocento quasi venti milioni di italiani lasciarono il proprio paese per confrontarsi con la dura realtà di mondi sconosciuti, in cui la diversità di lingua, costumi e abitudini diveniva spesso motivo di pregiudizio e rifiuto. Un impatto che risultava ancora più traumatico se confrontato con i racconti, spesso mirabolanti, di coloro che da lontano descrivevano a familiari e amici rimasti in patria il nuovo mondo e la propria posizione all’interno di esso, rivestendolo con i colori abbaglianti di quel paese di Bengodi, dove “avevano fatto fortuna”. E non era necessario che si trattasse di paesi lontani, lo stesso miraggio dette impulso anche all’emigrazione interna, che vide negli anni del secondo dopoguerra il flusso ininterrotto e cospicuo di coloro che partivano dai piccoli paesi agricoli del sud verso i grandi poli industriali di Milano e Torino, due città-miraggio che spesso offrivano bruschi risvegli ai sogni di chi vi approdava.

Un’area specifica del MEI, Italiani in movimento, è dedicata a coloro che sono emigrati per ragioni diverse da quelle economiche, fossero politiche, religiose, sociali o personali: profughi e prigionieri di guerra, deportati ma anche missionari e volontari; questa complessità di motivazioni è esaminata attraverso le parole di coloro che ne sono stati – e sono tuttora – protagonisti, recitate da attori in una installazione multimediale immersiva, il teatro 360°. Al termine del percorso, avvalendosi di una grande proiezione a parete, il visitatore può esprimere la propria impressione su «un itinerario espositivo che intende “lasciare il segno”, nella convinzione che un Museo è un luogo di riflessione, di ascolto e perché no, di “emozione”. E che, comunque, è al Visitatore che è lasciata l’ultima parola».