«Noi la chiamiamo Porcellana,
per l’errata opinione dei nostri maggiori,
che questa figulina s’impastasse colle spoglie crostacee
di quelle vaghe conchigliette dette porcellane, o porcellette […]
usate in alcune parti dell’Oriente per moneta».
(Marco Polo, Il Milione)
Aperte al pubblico, da domenica 14 dicembre 2025, due nuove Sale del Museo Civico Sartorio – esempio di casa museo altoborghese dell’Ottocento appositamente riallestite per ricreare un’atmosfera al contempo moderna e rievocativa dell’epoca d’oro della porcellana – dedicate all’allestimento permanente dela Collezione Lokar, tra le raccolte più complete di porcellana italiana ed europea del Settecento, e donata al Comune di Trieste da Giovanni Lokar e dalla moglie Sonja Polojaz nel febbraio dello scorso anno. La passione di una vita, la raffinata collezione di porcellane frutto di sessant’anni di acquisti, è quindi divenuta patrimonio di una intera città e di chi la visita. Composta da oltre cinquecentocinquanta pezzi, di ben ottanta manifatture diverse, permette di ripercorrere l’intera storia della porcellana europea, a partire dal suo avvio nel 1709 in Germania, e di approfondirne la produzione in particolare lungo tutto il Diciottesimo secolo, spingendosi anche nella prima metà del Diciannovesimo.

Materiale misterioso, inventato in Cina, della quale fu esclusivo appannaggio per millenni, in Occidente solo pochissimi potevano entrarne in possesso in quanto, fino al Settecento, la composizione era ignota e nessuno in grado di riprodurla. La porcellana è un tipo di ceramica durissima, a corpo bianco, compatta, rilucente, traslucida, sonora, impermeabile all’acqua anche allo stato di biscotto (cioè priva di rivestimento/coperta); non è intaccabile dalle punte di acciaio, né dalla maggior parte dei reagenti chimici (eccetto gli alcali caustici e l’acido fluoridrico) e possiede resistenza elettrica e agli sbalzi termici. Formata da una pasta composta prevalentemente da caolino (argilla bianca, dal cinese kao-ling) mescolato a feldspato (fondente, in cinese petuntse) e quarzo (che impedisce la deformazione), esiste anche la porcellana tenera, composta da una “fritta” a base di sabbia e fondenti alcalini.

I manufatti in porcellana vengono sottoposti a più cotture per solidificare il corpo ceramico/biscotto ad alta temperatura (da milleduecento a millequattrocento gradi Celsius) per applicare e vetrificare la vernice/coperta impermeabilizzante e realizzare la decorazione colorata e/o dorata (a temperature inferiori, dette “secondo” o “gran fuoco” e “terzo” o “piccolo fuoco”). Soltanto il blu di cobalto, che resiste alle alte temperature, può essere applicato già sul corpo crudo ed essiccato, sotto la coperta, mentre tutti gli altri colori sono smalti da apporre dopo la prima cottura. La sua fragile, traslucida bellezza fece sempre apparire preziosa la porcellana, al punto da farle acquisire un valore paragonabile a quello dell’oro e dell’argento, dei quali prese frequentemente il posto negli scambi di doni fra sovrani. A renderla vieppiù ricercata fu la diffusione, nel XVIII secolo, del tè, del caffè e della cioccolata, nuove bevande esotiche di lusso riservate alla cerchia aristocratica e diventate da poco di moda, che potevano essere sorbite solo in recipienti di porcellana, che alla praticità del materiale non poroso e resistente al calore univa la possibilità di creare forme nuove e aggraziate, in tono con il gusto dell’epoca.

Per secoli l’Europa tentò di svelarne il mistero, con alterne fortune. Inizialmente le sperimentazioni si concentrarono sulla porcellana tenera: i primi successi avvennero a Firenze già a fine Cinquecento grazie al Granduca di Toscana, Francesco I de Medici. In Francia, sul finire del Seicento, nacquero delle manifatture, a partire da quelle di Rouen e di Saint Cloud, però solo nel 1709 a Dresda, alla corte di Augusto il Forte re di Sassonia, fu prodotta per la prima volta la vera porcellana dura, grazie agli studi di Eherenfried Walther von Tschirnhaus (1651-1708) e agli esperimenti dell’alchimista Johann Friedrich Böttger (1682-1719). A Meissen, venne fondata la manifattura sassone che crebbe, e si strutturò rapidamente, arrivando a produrre un alto numero di oggetti di grande pregio per le ottime materie prime e l’apporto di artisti di primissimo ordine.

Successivamente la formula dell’“arcanum” – come veniva definito il segreto della composizione della porcellana – iniziò a trapelare e, per iniziativa di re e imperatori, ma anche di imprenditori privati, nuove fabbriche di porcellana dura aprirono a Vienna nel 1718, a San Pietroburgo nel 1744, a Nymphenburg presso Monaco di Baviera nel 1747 e a Berlino nel 1751.
Le prime esperienze italiane nella porcellana dura furono promosse da privati: Vezzi a Venezia nel 1720, Rossetti a Torino, Ginori a Doccia nel 1737, Capodimonte a Napoli nel 1743, Antonibon a Nove di Bassano del Grappa nel 1752/1762, Hewelcke prima a Udine e poi a Venezia nel 1758, attività proseguita con grande successo da Cozzi nel 1764. Però, gli enormi costi di produzione, dovuti alla difficoltà di reperire le materie prime, alla necessità di mantenere le alte temperature di cottura e agli inevitabili scarti di lavorazione, portarono spesso al fallimento e alla chiusura, in tempi più o meno rapidi.
Sotto il profilo decorativo, in tutta Europa il gusto era dettato dalle scelte degli artisti della manifattura di Meissen: il pittore Johann Gregorius Höroldt (1696-1775) fu l’inventore dei motivi maggiormente fortunati: inizialmente decori “orientali” derivati dalla porcellana cinese e giapponese, raffiguranti bambù, peonie e fiori stilizzati di pruno e di loto, uccelli fantastici e draghi o scenette di Cinesi intenti alle più diverse attività.

Negli anni Trenta del Diciottesimo secolo la manifattura viennese Du Paquier, la veneziana Vezzi e la sassone Meissen elaborarono la decorazione “a fiori europei” noti anche come “deutsche Blumen”: fiori ed elementi botanici copiati da libri e stampe dell’epoca, resi naturalisticamente grazie alle ombreggiature. Uno dei principali artisti a interpretare questa tipologia decorativa fu Johann Gottfried Klinger (1711-1781), attivo a Meissen fino al 1746 e in seguito a Vienna.
Dalla metà del secolo fu la rosa a essere protagonista, tanto da divenire un diffusissimo leit-motiv, da sola o in mazzo con altre infiorescenze. Si aggiunsero poi numerosi altri decori – sotto l’influsso degli artisti coevi – come i paesaggi, con e senza figure, le scene di porto, quelle galanti e quelle di battaglia, i motivi araldici e le copie di dipinti celebri, accompagnati da elaborate cornici e raffinati fregi dorati, in un crescendo di abilità artistica e di ricchezza cromatica.

Tornando a Giovanni Lokar, fin dall’inizio si concentrò sulla manifattura Du Paquier di Vienna, con il suo perfetto equilibrio tra la grandiosa magniloquenza del decoro e la sciolta eleganza delle linee. Inoltre, addentrandosi nel campo della porcellana italiana – di cui apprezzava l’indipendenza stilistica e la mancanza di ripetitività nei decori – dedicò particolare attenzione alle fabbriche veneziane e, tra queste, il primo acquisto fu un piattino della manifattura Vezzi che lo interessava per l’originale interpretazione degli stilemi della porcellana di Meissen e Vienna. Non mancarono numerosi e significativi esemplari delle altre manifatture lagunari – la rarissima Hewelcke e l’elegante e variegata Cozzi – e di tutte le manifatture venete, anche meno note, e italiane: uno degli aspetti più rilevanti della raccolta è costituito dal corpus delle porcellane Ginori, con alcuni pezzi somiglianti proprio alla porcellana di Du Paquier.

Emerge anche un ricco nucleo di porcellane araldiche, decorate con stemmi nobiliari, con un focus particolare sia su quelle realizzate a Venezia e nel Veneto, sia su quelle commissionate alla manifattura di Meissen dalle nobili famiglie veneziane fra il 1730 e il 1750: fragili oggetti rappresentativi, destinati essenzialmente all’esibizione di uno status sociale.
A rendere unica questa collezione, è un altro filo conduttore: l’attenzione alle manifatture, anche le più rare, degli stati del Sacro Romano Impero. Ne sono documentate oltre trenta, ciascuna con un carattere proprio.
Di eccezionale interesse il nucleo di porcellane riconducibili all’attività degli Hausmaler, pittori a domicilio (in prevalenza tedeschi di Bayreuth e Augsburg, ma anche boemi, olandesi e inglesi) che nei primi anni successivi alla scoperta della formula della porcellana, passarono dalla decorazione su vetro e maiolica a quella sulla porcellana sassone, viennese e cinese. Altrettanto interessanti sono le figure degli artisti girovaghi o itineranti, che furono interpreti e diffusori di gusti e mode attraverso l’intera Europa. Tra loro, Jacob Helchis “primo fra i virtuosi di pitturare le porcellane” nato a Trieste, virtuoso nel trasferire su porcellana soggetti e tecniche tratte dalle incisioni.

Come ha giustamente sottolineato Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo del Comune di Trieste “Questo eminente accrescimento delle raccolte pone il Museo Sartorio al livello delle collezioni ceramiche dei più prestigiosi musei italiani ed europei, come il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il British Museum e il Victoria & Albert Museum di Londra”.