Giorni duri, questi che abbiamo vissuto nei mesi di chiusura causa pandemia, per chi come me è, potremmo dire, dipendente dai musei d’arte. E così, per cercare conforto intellettuale e spirituale, ho ripercorso l’ultimo viaggio all’estero fatto per visitare collezioni che non avevo ancora goduto. L’arte è una grande medicina e alcuni dipinti sono più adatti di altri per curare.
Partiamo dall’inizio. È a dicembre l’ultimo volo preso per andare a Madrid e buttarmi a capofitto nei suoi preziosi luoghi d’arte. La mia mente, immediatamente, mi catapulta dentro l’edificio della collezione Thyssen – Bornemisza dove ho riscoperto il piacere di guardare i dipinti senza folle di persone sulle spalle.

È un museo strano, allestito proprio come se si entrasse a visitare la casa di una famiglia che, al posto dei soliti oggetti, ha miriadi di stanze con solo un divanetto al centro e le pareti dipinte di un colore che non ti aspetti in un museo: rosa salmone. Ma non un rosa salmone qualsiasi. Una pittura fatta in stucco veneziano che crea effetti lucidi e che ha il sapore degli interni delle abitazioni anni Ottanta. Non lo trovi negli altri musei del mondo, eppure ogni quadro, ogni cornice, sembra esaltata da questo tono da salotto buono. Le sale si dipano una dietro l’altra, la collezione è vastissima, percorro mentalmente i momenti che mi hanno fatto battere di più il cuore mentre sono passata dal primo Rinascimento al barocco, al neoclassicismo, dall’Italia alle Fiandre alla Spagna e altrove, in un tour che sembra perfetto per una lezione di storia dell’arte.
Una collezione vastissima, che va dal Tredicesimo al Ventesimo secolo, composta di circa mille capolavori i cui nomi spaziano da Duccio a Van Eyck, da Rembrandt a Rubens, Carvaggio, El Greco, Canaletto, Degas e Monet.
Ad un certo punto il rosa salmone finisce. Ho già assaporato nelle ultime sale opere di artisti del Novecento che adoro, come Kirchner e Derain: i loro capolavori corredati da cornici di legno intagliate e dorate sono appesi sulle pareti in spatolato veneziano di tono aranciato come tutto il resto fino a quel momento. Non è così per l’ultima parte della collezione, dove improvvisamente i colori dei dipinti diventano luci di richiamo su pareti bianche. Ed è lì che la mia memoria si ferma di più, adesso, così come in questi mesi di chiusura, a ricordare un incontro emozionante. Lui era lì. Mi sono girata e, attratta come da una calamita, sono andata verso di lui.

L’Iris n.7 di Georgia O’Keeffe, un olio su tela del 1957, mi guardava e mi attirava come un’ape che non può sfuggire al fiore più bello. Sono rimasta incantata ad osservarlo, senza riuscire a staccare lo sguardo. La bellezza della natura mi è apparsa ancora più ricca e sorprendente in questo capolavoro dell’artista americana. I colori chiari, carichi di luce, la nitidezza della forma, reale e fantastica allo stesso tempo, i contrasti decisi che catapultano lo spettatore dentro l’immagine: mi è sembrato quasi di sentirne il profumo. Il punto di vista che la pittrice ha scelto è decisamente peculiare, atipico, ma per questo così accattivante. Grazie allo sguardo macro le forme di un fiore divengono carnose, sensuali e avvolgenti. Uno sguardo inusuale per la pittura ma non per l’arte della fotografia, dalla quale ha tratto ispirazione, visto che anche i bordi sono tagliati e l’occhio è portato così ad osservare il cuore del soggetto eliminando l’ambiente circostante. Sono stati, però, soprattutto i colori chiari e sereni a lasciare dentro di me un’impressione così forte di pura bellezza. Conoscevo altri dipinti della stessa tipologia che hanno reso tanto famosa Georgia O’Keeffe ma nessuno mi aveva lasciato la stessa sensazione. Durante l’autunno scorso ho ammirato un altro iris al MET di New York, uno dei primi fiori ingranditi protagonisti dell’arte della pittrice americana, realizzato da lei nel 1926, il monumentale Black Iris.

Le curve sensuali del fiore sono rese con pennellate rosa e grigie dalla consistenza vellutata, con un cuore nero che attira l’attenzione. I toni sono bassi, i colori quasi spenti, l’effetto è magnifico ma tormentato. Un dipinto forse proprio per questo di grande successo, e che calza a pennello per i tempi ombrosi che stiamo vivendo.
Sono quadri simili nel soggetto e nella tecnica ma diversissimi per colori e sensazioni. E perciò anche adesso continuo a pensare al quadro della collezione Thyssen- Bornemisza, balsamo appropriato per giorni cupi. L’Iris n.7 di Madrid è infatti un inno alla vita, alla meraviglia della natura che può essere colta anche guardando un singolo fiore nelle sue minute caratteristiche, messe in evidenza dallo sguardo ravvicinato su dettagli che altrimenti non avremmo colto. E la luce, che danza sui petali morbidi, plastici e caldi, resi con tocchi di giallo, rosa e verde dalle lievi e sapienti sfumature: una meditazione sulla bellezza della creazione, impersonata dall’iris, simbolo spirituale che celebra l’afflato della vita.

Didascalie immagini

  1. Sale della collezione Thyssen – Bornemisza a Madrid
    foto © Pablo Casares
  2. Georgia O’Keefe, White Iris n.7, 1957, olio su tela, cm.102×76,2, Madrid, Museo Nazionale Thyssen-Bornemisza
    foto © Elisabetta Morici
  3. Georgia O’Keefe, Black Iris, 1926, olio su tela, cm.91,4×75,9, New York, MET

IN COPERTINA
Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe dopo il ritorno dal New Mexico, 1929, stampa in gelatina d’argento
© Georgia O’Keeffe Museum
(fonte)
[particolare]