Se hai qualcosa da dire, meglio farlo stando dietro la macchina da presa che di fronte”.
Vivian Maier

Al Magazzino delle idee a Trieste  prosegue, fino al 22 settembre, la mostra “Vivian Maier. The Self-portrait and its Double” che presenta settanta autoritratti di cui cinquantanove in bianco e nero e undici a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano per raccontare la vita misteriosa della celebre fotografa. Vivian Maier trascorre tutta la vita in anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di centoventimila negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati, viene scoperto in bauli, cassetti e dai luoghi più impensati, da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione. Così, dopo aver stampato alcune foto,le pubblica su Flickr, ottenendo un forte interesse che diventa virale, inizia a fare delle indagini.

Vivian Maier nasce a New York il 1° febbraio 1926, i genitori presto si separano e viene affidata alla madre, che si trasferisce presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista. Negli anni Trenta le due donne e la piccola Vivian si recano in Francia, dove Vivian vive fino all’età di dodici anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizia la sua vita da governante e bambinaia. Un ruolo che ricoprirà per oltre quarant’anni.

Per anni è solo una “tata francese” mentre, nella stanzetta messa a disposizione dalla famiglia presso cui abita, coltiva una passione immensa, la fotografia e passa la sua vita a catturare immagini, prima con la macchina fotografica Rolleiflex poggiata sul ventre, e poi con la Leica davanti agli occhi. Riproduce la cronaca emotiva della realtà quotidiana. I soggetti delle sue fotografie sono persone che incontra nei quartieri degradati delle città, frammenti di una realtà caotica che pullula di vita, istanti catturati nella loro semplice spontaneità. Molte foto testimoniano i viaggi dell’artista in giro per il mondo, con uno sguardo meravigliato e incuriosito sulla società contemporanea.

Curata da Anne Morin, realizzata e organizzata dall’Ente per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con diChroma photography, Madrid, John Maloof Collection e Howard Greenberg Gallery New York, la mostra presenta i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona nella storia della fotografia. 

Nel suo lavoro scopriamo temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini con la predilezione proprio per gli autoritratti attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio. Un dualismo in una sorta di ricerca disperata della sua identità. Ridotta all’invisibilità, a una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei. 

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, ogni autoritratto è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, divenuta firma inconfondibile nei suoi autoritratti dove la sua silhouette – la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà” – ha la capacità di rendere presente ciò che è assente.

Così l’esposizione rende pmaggio a una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, passando addirittura inosservata nonostante l’essersi appropriara del linguaggio visivo della sua epoca con sguardo sottile e un punto di vista acuto.

Scattare ritratti era una necessità: il modo con cui definiva la propria posizione nel mondo, e quello con cui provava a restituire l’ordine delle cose. Quando i protagonisti dei ritratti erano poveri, lasciava loro una legittima distanza; quando invece appartenevano all’alta società metteva in atto azioni di disturbo facendo in modo che nello scatto risultassero infastiditi. La Maier aveva due facce: quella che accettava la propria condizione, e quella che invece la combatteva cercando di essere qualcun altro e la curatrice sottolinea: “Ciò che sorprende nella storia di Vivian Maier è come questa donna da una parte accetti la sua condizione di bambinaia e, allo stesso tempo, trovi invece la sua libertà nell’essere qualcun altro, la fotografa di strada Vivian Maier; questo dualismo, generato dallo scontro tra le due anime, ha dato vita a una vicenda senza paragoni nella storia della fotografia, che in questa mostra viene raccontata per la prima volta in Italia attraverso i ritratti dell’autrice”.

Didascalie immagini
alcuni scatti in mostra
© Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
courtesy Magazzino delle idee Trieste

Ulteriori informazioni sulla mostra

  • Il colore.
    Inedito nel percorso espositivo il nucleo di immagini a colori. Per Vivian Maier, il passaggio al colore è stato accompagnato da un cambiamento dovuto all’utilizzo di una Leica all’inizio degli anni settanta. La fotocamera è leggera, facile da portare: le foto sono riprese direttamente a livello dell’occhio, a differenza della Rolleiflex che usava prima. Vivian Maier è così in grado di raccogliere il contatto visivo con gli altri e fotografare il mondo nella sua realtà colorata. Il suo lavoro a colori rimane singolare, libero e anche giocoso. Esplora le caratteristiche specifiche del linguaggio cromatico con una certa casualità, elabora il proprio vocabolario, ma soprattutto si diverte con il reale: sottolineando stridenti dettagli di colore, mostrando le discrepanze multicolore della moda o giocando con brillanti contrappunti.
  • Filmati Super 8 mm.
    Accompagna gli scatti fotografici in mostra una serie di filmati in super 8mm realizzati dalla stessa Vivian Maier, che ci permettono di seguire il movimento dell’occhio dell’artista. Nel 1960 inizia infatti a filmare scene di strada, eventi e luoghi. Il suo approccio cinematografico è strettamente legato al suo linguaggio da fotografa: è una questione di esperienza visiva, di un’osservazione discreta e silenziosa del mondo che la circonda. Non c’è narrazione, nessun movimento della macchina (l’unico movimento cinematografico è quello della carrozza o della metropolitana in cui si trova). Vivian Maier filma quello che la porta all’immagine fotografica: osserva, si ferma intuitivamente su un soggetto e lo segue. Ingrandisce con la lente per avvicinarsi senza avvicinarsi e concentrarsi su un atteggiamento o un dettaglio (come le gambe e le mani di individui in mezzo alla folla). Il film è sia una documentazione (un uomo mentre viene arrestato dalla polizia, oppure i danni causati da un tornado) sia un oggetto di contemplazione (la strana processione di pecore ai mattatoi di Chicago).

 

Orari
Da martedì a domenica 10-20
lunedì chiuso
(la biglietteria chiude mezz’ora prima)
apertura straordinaria 15 agosto 2019
 

Dove e quando

Evento: Magazzino delle Idee – corso Cavour, 2 – Trieste
  • Fino al: – 22 September, 2019