Oggi verrà spenta la fiamma a conclusione dei XXV Giochi olimpici invernali e, per chi già sente la nostalgia di quello straordinario universo, segnaliamo una mostra – inserita nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 – che propone uno sguardo storico, sociale e culturale sulla montagna come spazio di sfida, trasformazione e costruzione dell’immaginario collettivo. Si tratta di “Vette. Storie di sport e montagne” curata da Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi che indaga il profondo, quanto complesso, rapporto tra sport, territorio alpino e società. Ospitata fino a domenica 30 agosto al Museo nazionale Palazzo Besta di Teglio, intreccia molteplici storie: quelle di grandi atlete e atleti olimpici e paralimpici, fatte di talento, coraggio e sfide, ma anche quelle delle comunità alpine, protagoniste di una trasformazione profonda nella seconda metà del Novecento quando, la diffusione degli sport invernali e del turismo, incisero radicalmente sul paesaggio umano e naturale delle Alpi. Un cambiamento che racconta il passaggio dall’economia di sussistenza al benessere, da una vita scandita dalla fatica e dal lavoro all’emergere del tempo libero e del divertimento.

Per ispirazione, forma e durata, l’evento espositivo guarda oltre la ribalta olimpica e, successivamente quella paralimpica (dal 6 al 15 marzo) trattandosi di progetto meditato, coerente con l’identità del magnifico luogo che lo accoglie e radicato nel territorio che fa da cornice. Al riguardo, Silvia Biagi, direttrice di Palazzo Besta, sottolinea «Le montagne rappresentano, da sempre, un luogo di limite e di desiderio. Uno spazio fisico e simbolico in cui l’uomo misura il proprio corpo, il proprio ingegno e la propria capacità di adattamento».
Il percorso, sviluppato negli spazi interni ed esterni del Palazzo rinascimentale, si articola intorno a tre nuclei tematici, liberamente intrecciati tra loro. Al piano terra, nella corte e nelle cantine, manifesti storici, immagini, video e cimeli olimpici e paralimpici ripercorrono la storia dei Giochi Invernali, dalla prima edizione di Chamonix del 1924 fino alle attuali. Un itinerario reso possibile anche da collezionisti che generosamente hanno messo a disposizione immagini, documenti, attrezzature sportive originali. Al riguardoo, Daniela Berta, Direttrice del Museo Nazionale della Montagna di Torino, ricorda come tale istituzione sia «da oltre centocinquant’anni punto di riferimento per le culture delle montagne italiane e internazionali e partecipa a “Vette” con collezioni che documentano la storia sia degli sport sia dei Giochi Olimpici invernali, compresi i precedenti svoltisi in Italia, proprio a Torino nel 2006. Il Museo mantiene alta l’attenzione sulle sfide contemporanee, stimolando la riflessione sul futuro delle montagne e il dialogo tra tradizione e innovazione, per favorire la consapevolezza che la montagna è luogo di incontro tra culture e di equilibri ecosistemici la cui tutela – di fronte alle sfide poste dalle trasformazioni sociali, dal turismo e dalle pratiche sportive – è cruciale per tutta la comunità».

Il primo piano di Palazzo Besta accoglie una ricca selezione di manifesti pubblicitari dedicati agli sport invernali e alle località sciistiche, dai primi del Novecento agli Anni Sessanta testimoniando la nascita dell’immaginario alpino e la progressiva affermazione della montagna come meta turistica e sportiva attraverso una sezione che valorizza il manifesto pubblicitario, strumento fondamentale nella costruzione del concetto moderno di montagna. Elisabetta Pasqualin, Direttrice del Museo nazionale Collezione Salce evidenzia come la selezione di affiche provenienti dal museo trevigliano testimoni «il ruolo centrale della comunicazione visiva nella diffusione di un nuovo immaginario alpino, legato allo sport e al turismo» e ricordando il dialogo con “Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce”, attualmente in corso presso la sede della Collezione, in un lettura coordinata del patrimonio culturale legato alla montagna per un racconto in due capitoli, che unisce Lombardia e Veneto.

Tornando a Palazzo Besta, nel Salone d’Onore, è raccontata l’evoluzione dello sci e dell’attrezzatura da montagna, dai primi sci norvegesi di fine Ottocento fino ai modelli sciancrati contemporanei. In questa sezione emerge uno sguardo al femminile, filo conduttore dell’intera mostra, in dialogo con la storia stessa del Palazzo, segnata dal ruolo centrale delle donne della famiglia Besta. Storie personali delle pioniere degli sport invernali e delle atlete olimpiche e paralimpiche sono poste in dialogo con la vita quotidiana delle donne nelle valli alpine del Novecento, raccontata attraverso fotografie d’epoca e oggetti del lavoro e della vita domestica. Ne risulta un percorso di cambiamento che va dal ruolo tradizionale alla progressiva affermazione di nuove forme di autonomia, visibilità e riconoscimento. In tale ambito emerge anche una vocazione che il museo intende sviluppare nel tempo: farsi luogo di raccolta e restituzione delle memorie, materiali e immateriali, del territorio alpino. Una prospettiva che dialoga con il progetto “Siamo Alpi”, promosso dalla Provincia di Sondrio, archivio culturale diffuso della Valtellina e della Valchiavenna, che è qui rappresentato da una vasta raccolta di immagini. Alle voci di uomini e donne di Teglio è affidato il compito di ricordare – in un breve video – il tempo passato, in una narrazione sospesa tra rimpianto e sollievo. La montagna non è periferia, ma laboratorio di innovazione sociale, culturale, ambientale e “Vette” non chiude lo sguardo sul passato: lo utilizza come chiave per leggere le sfide di oggi e di domani.

Un ulteriore livello di lettura affronta il rapporto tra sport e montagna come motore di trasformazioni profonde, invitando il pubblico a riflettere sulle sfide future tra sviluppo, ambiente e sostenibilità. Dalla storia di Teglio e del comprensorio di Prato Valentino, fino all’installazione artistica site-specific nel giardino a cura di Michele Tavola, le opere esposte fanno dell’arte contemporanea uno strumento di riflessione sul paesaggio alpino e sul suo futuro. Le opere di Luca Conca e Vincenzo Martegani, in dialogo tra pittura e fotografia, restituiscono l’immagine di una montagna sospesa tra memoria e visione, tra radicamento e apertura.
Concludendo, la mostra, non vuole dunque proporre una narrazione nostalgica né celebrativa, ma solo invitare a considerare la montagna come un organismo complesso, segnato dall’azione umana e, al tempo stesso, portatore di limiti e fragilità connettendo passato e futuro, locale e globale, cultura e sport. Un’occasione di conoscenza e confronto su temi oggi più che mai necessari.