Il Centro Pecci di Prato ospita fino a domenica 1° novembre, la prima mostra in un centro d’arte contemporanea italiano dedicata all’artista e fotografa Verita Monselles (1929-2004), la cui opera esplora i linguaggi legati al pensiero femminile e femminista attraverso la moda e i generi del ritratto e del nudo.

A vent’anni dall’ultima mostra personale dedicata a Verita Monselles e curata da Lara-Vinca Masini, di cui il Centro Pecci conserva l’archivio, “Carnale” propone oggi una voce ancora attuale che confronta le posizioni politiche radicali con i linguaggi della moda e della pubblicità, sempre più pervasivi nell’immaginario collettivo. Opere che invitano il pubblico a interrogare il corpo, l’identità di genere e il desiderio, mantenendo uno sguardo a tratti sentimentale e sempre ironico. Curata da Alessandra Acocella, Michele Bertolino, Monica Gallai presenta, quindi, una lettura nuova del lavoro dell’artista capace di far interagire le diverse anime della produzione.

Lea Vergine, che la conosce già a Napoli e le rimarrà sempre amica, la descrive: “mentre noi si giocava a poker, per esempio, lei dormiva sui divani. Non si quietava come le altre. Voleva capire la musica da camera, quella lirica, i libri e i quadri. Componeva con la chitarra“. Alla fine degli anni Sessanta la svolta quando si avvicina alla fotografia, utilizzata per raccontare la sua storia e “quella di tante altre donne della mia generazione, educate nel cattolicesimo e con una serie innumerevole di sottili frustrazioni e avvilimenti” (ricorderà l’atista nel 1981).

Fin dalle prime opere, interviene con ironia sui simboli della tradizioni patriarcale e religiosa, ne decostruisce codici e significati, una ricerca che si intreccia con l’attenzione per la messa in scena, le finzioni e le illusioni, dove manichini, animali impagliati, gabbie e oggetti devozionali sono utilizzati per rovesciare gli stereotipi e le dinamiche di potere tra i generi.

Dalla seconda metà degli anni Settanta, l’artista inizia a lavorare per la moda e la pubblicità rivendicando la soggettività femminile: “una donna che pone in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità nel contesto di una società repressiva e inadeguata”.
Lara-Vinca Masini, sottolineava: “Non c’è quasi mai, nelle fotografie di Verita, aggressitivtà, ma un senso di doloroso rifiuto contro ogni potere espresso dal ‘maschile’, quello del sesso, quello della costrizione penitenziale ecclesiastica, quello delle convenzioni e dei pregiudizi”.

Nelle opere degli anni Ottanta, le scenografie degli scatti si fanno più essenziali. Rimane protagonista il corpo della donna, spesso ritratto nella sua dimensione più erotica e sensuale, soggetto e autore del proprio desiderio. “Oggi riesco a esprimere una maggior fiducia – sempre nel 1981 – e ciò deriva dall’osservazione di queste donne fortificate dalle battaglie precedenti. La soluzione del conflitto è in mano a loro, alla loro determinazione, alla nuova forza che hanno acquisito”. Ne risultano immagini volutamente pop e kitsch che rileggono i generi del nudo, del ritratto e della natura morta e si affiancano ad ambiti meno noti della sua produzione, tra cui l’attività fotografica per la pubblicità di moda e la collaborazione con Cavallini, azienda toscana produttrice di calze.

La mostra traccia un percorso non cronologico, dove i diversi ambiti dell’opera di Monselles sono posti in relazione per evidenziarne la continuità. L’estetica pubblicitaria e l’utilizzo di tessuti contribuiscono a definire la forza e l’incisività della produzione dell’artista che, a partire da una fase iniziale – culminante nei lavori di denuncia femminista Ecce Homo (1976) e Paolina Borghese come Venere Contestatrice (1977) – sviluppa un linguaggio autonomo e originale, spesso poco compreso dai contemporanei. Ketty La Rocca diceva: “Verita sei stata un po’ vista come un’artista femminista perché fai questo lavoro sulla condizione della donna, però qualcuno vorrebbe che tu lo facessi di quel tipo considerato più politico. Tu invece lo fai nella condizione che è, secondo me, l’unica che hai vissuto, di denuncia e sofferenza della donna borghese. Tu fai un discorso che è politico nei lunghi tempi”.

Carnale” espone anche sperimentazioni meno note, come il ricorso al video nel caso del lavoro Rosematic (1984): modelle e figure a lei vicine, come l’attrice Marion D’Amburgo, animano le immagini fotografiche in quadri dinamici di metamorfosi e ibridazione con elementi del mondo animale e vegetale di dimensioni cosmiche. L’esito è una successione di scene che oltrepassano i confini dell’immagine, con donne che divengono farfalle e flirtano con i fiori e la macchina da presa.
 

Dettagli

Biografia

(courtesy Centro Pecci – Prato)

Verita Monselles nasce a Buenos Aires nel 1929. Dopo pochi anni, la famiglia si trasferisce a Firenze, dove il padre Renato Monselles già risiedeva. Trascorre la giovinezza in collegio fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando per un periodo sceglie di vivere in clandestinità sulle montagne insieme ai partigiani.
Nel dopoguerra si trasferisce a Livorno presso la zia paterna. Qui conosce il futuro marito, il radiologo Ernesto Porta, che sposa nei primi anni ’50. La coppia si stabilisce a Napoli, dove nasceranno i loro quattro figli. A Napoli Monselles coltiva una passione sempre più intensa per la letteratura, la musica, la pittura e soprattutto la fotografia. L’incontro con la critica Lea Vergine, destinato a trasformarsi in una lunga amicizia, la avvicina agli ambienti artistici della città; attraverso di lei conosce Mimmo Jodice, da cui prende lezioni di fotografia.
All’inizio degli anni ‘70, dopo la separazione dal marito, torna a Firenze. Qui entra in contatto con la scena sperimentale d’avanguardia e frequenta Ketty La Rocca – artista che in quegli anni stava sviluppando una ricerca sul linguaggio verbale e sulle possibilità espressive del corpo come strumento critico della comunicazione – e Marion D’Amburgo, attrice della compagnia teatrale Magazzini Criminali. Si avvicina al mondo del teatro fiorentino, fotografandone gli spettacoli e successivamente del Teatro Krypton.
In questi anni sviluppa una ricerca fotografica contraddistinta da costruzioni sceniche originali, ironiche e dissacranti, con cui critica i ruoli imposti alle donne dalla società patriarcale.
Nel 1974 partecipa a Coazione a mostrare, storica esposizione curata da Romana Loda e tra le prime in Italia dedicate esclusivamente alle artiste. In quell’occasione conosce Tomaso Binga, con cui avvia un importante sodalizio artistico e umano.
Tra il 1976 e il 1977 le due artiste presentano una serie di doppie personali in cui espongono rispettivamente le opere Ecce Homo e Litanie Lauretane, accomunate da una riflessione sul corpo, sull’identità e sulla riappropriazione dell’immagine femminile.
Dalla seconda metà degli anni ’70, lavora nello studio Fotogrammatre di Firenze con Roberto Bastianoni, firmando campagne pubblicitarie di moda.
Tra il 1984 e il 1987, centrale è la collaborazione con l’azienda toscana di calze Emilio Cavallini: nelle immagini di Monselles la calza diventa un’estensione della pelle, simbolo di seduzione, autonomia e libertà. Parte di questo lavoro viene presentato al Sicof di Milano nel 1987, con un testo critico di Pier Vittorio Tondelli.
Accanto all’attività professionale, l’artista sviluppa nel corso degli anni ‘80 una personale ricerca sul ritratto femminile: colori saturi, tessuti con elementi vegetali e animali costruiscono immagini intense, in cui il volto truccato diventa luogo di espressione emotiva e identitaria.
Nel 1982 espone, tra le varie collettive, al Centre Pompidou di Parigi nella mostra Six photographes italiennes e nel 1987 tiene una personale al Maschio Angioino di Napoli.
Negli anni ’90 abbandona progressivamente la fotografia commerciale per dedicarsi esclusivamente alla ricerca artistica, sperimentando le possibilità del digitale e recuperando alcune delle sue prime fotografie in bianco e nero, che digitalizza e rielabora in nuove composizioni.
Muore a Firenze nel 2004. Due anni dopo, l’Archivio Fotografico Toscano di Prato le dedica la mostra Codice inverso. La dissacrazione dell’archetipo maschile nella fotografia di Verita Monselles, curata da Lara-Vinca Masini.
Presso l’Archivio è oggi conservato il fondo dell’artista.

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio stampa PCM Studio di Paola C. Manfredi)

  1. Verita Monselles
    Senza titolo, s. d.
    riproduzione da diapositiva (restauro cromatico digitale) / reproduced from slide (with digital colour restoration), 10×12,5 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  2. Verita Monselles
    Il velo, 1975
    cibachrome, 61×51 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  3. Verita Monselles
    Senza titolo, 1976
    stampa fotografica / photographic print, 17,5×12,6 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  4. Verita Monselles
    Io t’amerò, se tu mi amerai, 1982
    stampa fotografica / photographic print, 30×39,3 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  5. Verita Monselles
    Blu delirante nel volo dell’oblio / Farfalle, 1982
    diapositiva / slide 6×6 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  6. Verita Monsellesdalla serie / from the serie Io e lui, i nostri pensieri, suoi pensieri, 1982
    stampa fotografica / photographic print, 40 x 50 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
  7. Verita Monselles
    Campagna pubblicitaria per / Advertising campaign for Emilio Cavallini
    s.d. / n.d. (1984-1987)
    diapositiva / slide, 6×6 cm
    courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci - Viale della Repubblica, 277 - Prato
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Fino al: 01 Novembre, 2026