Da sempre la storia dell’arte, nella sua cosmogonia di correnti espressive, celebra la donna nella sua natura di madre, musa, dea, espressione di un’aristocrazia in ascesa o di un’umile lavoratrice dei campi, meretrice o regina del focolare domestico.
Una rappresentazione dal carattere poliedrico e inafferrabile che è sempre stata l’ossessione di pittori e scultori ma anche di romanzieri e poeti, drammaturghi e compositori.
In queste rappresentazioni spesso controverse e antitetiche, si mescolano osservazione scrupolosa e immaginazione, indiscrezione e oggettività, approccio clinico e sfrenata immaginazione. Appare però sintomatico che, per quanto singolari essi siano, questi sguardi posati sull’universo donna appartengano solo ed esclusivamente ad artisti di sesso maschile. Così, dietro l’evocazione di gioie e di dolori, di folgoranti ascese e di vite miserabili, traspare anche il peso della condizione femminile nell’epoca moderna.
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A celebrare il ruolo e la presenza della donna nella pittura e nella scultura dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, a Verbania il Museo del Paesaggio riapre il proprio piano nobile con la mostra I volti e il cuore. La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini, visibile fino al 1° ottobre.
Curata da Elena Pontiggia, l’esposizione comprende un’eccezionale selezione di circa ottanta opere provenienti dalle collezioni del Museo del Paesaggio di Verbania integrate con opere di Mario Sironi della raccolta Isolabella e di Cristina Sironi, sorella dell’artista.
È un viaggio in cui la donna, in tutte le sue declinazioni, si fa strumento per osservare come cambia, in pochi decenni, la sensibilità artistica e diviene soggetto prediletto per gli allora nascenti mezzi di comunicazione come la fotografia e, in seguito, il cinematografo.
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E in questo intento, pregio della mostra è l’aver dedicato spazio a due firme femminili che avrebbero meritato maggior fortuna: la comasca d’adozione Sophie Brown e Adriana Bisi Fabbri, cugina di Boccioni e allieva di Previati.
Nella sezione Figure di donne nel simbolismo, tre dipinti delle due artiste bastano per suggerirci il fascino ambiguo delle donne simboliste: donne quali La principessa Pignatelli (1917) della Bisi Fabbri (protagonista nel 1914 del gruppo futurista “Nuove Tendenze”) e opere della Brown come la mitologica Sfinge e la biblica Eva (1898 ca.), ritratta sola nell’Eden mentre coglie la mela senza l’aiuto del serpente e neanche l’ombra di Adamo, che si ergono a eroine moderne e arbitre del proprio destino.
Un’emancipazione sulla tela che – però – non corrispondeva al vissuto di queste donne, la pittura delle quali era la vita stessa e non un passatempo domestico, costrette a sopportare un educato disprezzo da parte dei contemporanei verso i loro lavori. Malgrado tutto, le opere esposte a Verbania ne testimoniano, invece, la potente modernità.
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Bisogna dipingere col fiato”. Erano queste le parole del maestro della Scapigliatura Daniele Ranzoni mentre dava vita alle sue composizioni eteree. Tra le opere dell’artista qui presentate, donne “fatte di luce” – come Ritratto della Principessa Margherita di Savoia (1869 ca.) e Giuseppina Imperatori Orsenigo (1877) – paiono inconsistenti sulla tela con la tipica dissoluzione della forma in un pulviscolo luminoso.
Sono loro ad aprire con grazia la mostra in corso al Museo del Paesaggio e, a queste, seguono – con altre sei sezioni iconografiche – le riflessioni di Martini, con figure ritratte in un tempo senza tempo. E poi figure femminili declinate negli ambienti domestici o sotto forma di romantiche eroine o protagoniste di opere votive. Pitture e sculture di taglio tradizionale, quelle di Ambrogio Alciati (Il convegno, 1918), Giulio Branca, Guido Boggiani. Sorprende invece la sezione dedicata al lavoro: lavandaie, donne timoniere sul lago, contadine sono i soggetti dell’arte realistica del tempo che intende denunciare le disperate condizioni lavorative cui erano sottoposte le donne alla fine dell’Ottocento. Una difficoltà che persino per le artiste si traduceva in malcelata sopportazione.
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Le tre sale finali sono dedicate a tre maestri del Novecento: Arturo Martini, Mario Tozzi e Mario Sironi.
Di Martini spiccano le donne «donatellesche», ordinate e perfette, come in Testa di ragazza (1921), La scoccombrina (1928) e Nudino (1935).
Un viaggio dall’impressionismo giovanile (Ritratto della madre, 1915) al realismo magico che pare proiettare le figure in un’altra dimensione (La toeletta del mattino, emblema dell’anti impressionismo) si fa con le opere di Tozzi per il quale il corpo femminile è presenza importante, quasi ingombrante.
La mostra si chiude con i disegni di Sironi, compreso quello preparatorio della monumentale Vittoria Alata (1935) per il grande affresco dell’aula magna della Sapienza di Roma.
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Sì, la donna è una strana creatura dalle mille sfaccettature: ora fata ora strega, un po’ musa e un po’ erinni, una sfinge, una Cleopatra, una Sirena. Fino a diventare personificazione di amore e morte ma pur sempre monumento, emblematico simbolo di un’arte oltre il tempo.

Dettagli

Orari di apertura
Da Martedì a Venerdì 10.00 - 18.00
Sabato Domenica e Festivi 10.00 -19.00

 

Dove e quando

Evento: I volti e il cuore. La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini

Indirizzo:
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Fino al: 20170930