Un tuffo dove l’acqua è più blu”, recita un famoso verso di una canzone, che sembra scritto per descrivere l’incredibile senso di godimento che ti lascia la visita alla mostra dedicata ai Macchiaioli, per l’appunto in Palazzo Blu a Pisa. Una mostra ricca di dipinti poetici, pieni di luce e carichi di atmosfere intime, che ci prendono per mano e ci conducono attraverso la storia di questo eccezionale movimento pittorico, che non finisce mai di stupirci.
Come sottolinea giustamente la curatrice Francesca Dini, i Macchiaioli ormai sono stati sdoganati dalla sudditanza ai più famosi, internazionalmente parlando, Impressionisti, con cui sono sempre stati messi a paragone.

Sin dall’inizio della loro fortuna critica sono stati definiti come gli Impressionisti italiani e giudicati da un confronto che non sempre è stato giustificato. Se le premesse iniziali dei movimenti possono sembrare simili, non lo sono a cominciare dalla metodologia e dalla tecnica usata, o anche per l’affiancamento a tematiche diverse. Ecco perché c’è ancora bisogno di mettere a fuoco questi artisti della Macchia con esposizioni complete ed esaurienti come quella di Palazzo Blu, che rimarrà aperta fino al 26 febbraio prossimo. Passo dopo passo, si riuscirà a dare giustizia di un movimento che nasce autonomo, che dà all’arte italiana un vero scarto moderno e che ci ha lasciato opere di qualità elevatissima, assolutamente comparabili con l’arte d’Oltralpe.

La schiettezza delle parole della curatrice sono chiare al riguardo: “La competizione con l’Impressionismo francese, impostata come ineludibile e doverosa dalla critica sin dai tempi di Roberto Longhi, ha lungamente nuociuto alla corretta lettura della vicenda dei Macchiaioli. Infatti se è condivisibile inquadrare il movimento italiano nel contesto internazionale di quella che possiamo definire come “l’età dell’Impressionismo”, è a nostro vedere fuorviante parlare dei Macchiaioli come degli “Impressionisti italiani” poiché ciò comporta sacrificare alle ragioni di una approssimativa etichetta (quando non addirittura a quelle del puro marketing culturale) la complessità ideologica e culturale sottesa alla vicenda della “macchia” in ragione della quale si può parlare di una “civiltà dei Macchiaioli” e di una rinascenza della pittura italiana da quegli artisti avviata.
Il pregnante catalogo offre l’opportunità di approfondire la vicenda di questa compagine di artisti che trovarono proprio nella Toscana il luogo dove poter far fiorire il loro rinnovamento, pur se fra le loro fila troviamo personalità provenienti da tutta la penisola. Attraverso centoventi dipinti, organizzati in undici sezioni, la mostra ripercorre la storia di questi ragazzi, che hanno avuto il coraggio di cambiare l’arte del momento, di mettersi in gioco, di confrontarsi con le esperienze francesi e, soprattutto, di accogliere gli stimoli che arrivarono dalla presenza di artisti italiani giunti a Firenze in quel torno d’anni. Saranno Domenico Morelli e Saverio Altamura, scappati dal Regno delle due Sicilie, a infondere nuovo vigore e poi toccherà a Nino Costa, proveniente da Roma, a puntare l’attenzione sulla forza pittorica e narrativa del paesaggio. La mostra parte proprio dallo storico Caffè Michelangelo, non lontano dal Duomo di Firenze, il luogo dei loro vivaci incontri, che accoglie tutti in un fertile confronto.

Il nuovo linguaggio non raccoglie solo le nuove sperimentazioni en plein air dei pittori francesi, ma studia anche l’arte dei grandi coloristi veneti del Cinquecento, approdando alla tecnica della Macchia, dove la luce diviene la guida per rappresentare la realtà contemporanea della quale hanno un’esperienza diretta. Dall’Esposizione Universale di Parigi del 1855 in poi, che sancisce il trionfo della pittura di paesaggio francese, i nostri si dedicheranno alle campagne di studio dal vero: poetici dipinti che ci catapultano completamente nell’atmosfera reale, còlta con pochi ma sapienti tocchi di colori, esaltati dalla luce e dai contrasti chiaroscurali.
Anche la pittura risorgimentale che i Macchiaioli affrontano è ben diversa da quella celebrativa, ma ne accoglie i valori morali e ci restituisce fedeli momenti dell’intensa partecipazione alla seconda guerra d’Indipendenza della società dell’epoca. I due stupendi capolavori di Borrani in mostra, Il 26 aprile 1859 a Firenze e Cucitrici di camicie rosse ne sono un incredibile esempio.

Fra le opere che rendono speciale questa esposizione c’è Il mattino di Vincenzo Cabianca, artista pioniere del credo macchiaiolo, con il quale ebbe grande successo alla Promotrice di Torino del 1861, sugellato dall’acquisto dell’opera da parte della stessa Promotrice. Da quel momento, però, si perdono le tracce dell’opera, sino al recente ritrovamento in una collezione privata e viene esposto al pubblico per la prima volta a Palazzo Blu.

Cabianca dà dunque prova di aver superato le asperità insite nella prima, feroce sperimentazione della “macchia” – di cui è stato peraltro audace artefice con Signorini – approdando con quest’opera datata 1861, di dimensioni ragguardevoli, a una visione del vero più pacata e regolata dai valori della luce atmosferica.” Le suore dell’Ordine della Carità sono presenti frequentemente nelle opere dei Macchiaioli, per ragioni patriottiche, visto che erano loro a seguire in battaglia i soldati per soccorrerli, come possiamo vedere nel dipinto di Fattori sulla Battaglia di Magenta. Fanno quindi parte della realtà quotidiana di quegli anni, che è sempre stata primaria fonte di ispirazione. In quest’opera l’armonia della composizione è resa poesia dalla tecnica dell’artista, con la luce che tutto pervade ed esalta.

Da questo momento, forti del successo ottenuto, i ragazzi della Macchia si impegnano ancor più alacremente nello studio dal vero, fra il litorale tirrenico e la campagna toscana, producendo sorprendenti capolavori che sono una vera terapia per lo spirito inquieto di questi nostri giorni: Marmi a Carrara Marina di Cabianca, Raccolta del grano sull’Appennino di Borrani, Pastura in montagna e Tetti al sole di Sernesi, Contadina nel bosco di Fattori, solo per citarne alcuni.

I dipinti in mostra ci conducono verso il Golfo di La Spezia, verso Castiglioncello, il luogo dove Diego Martelli, il critico della Macchia, aveva ereditato dei terreni ed un rustico. Le opere prodotte riflettono la totale libertà e serenità vissuta fra i boschi e gli scorci mozzafiato del podere, la feconda interazione con il colto Martelli: sono spesso piccole ma potenti pitture create con essenzialità espressiva e tavolozze smaltate.

Con le opere di Silvestro Lega possiamo rivivere la zona di Piagentina, una campagna fiorentina oggi completamente inurbata, fuori Porta alla Croce, uscendo dalle mura medievali che ancora non erano state abbattute. L’atmosfera, rispetto a Castiglioncello, è più quieta e Lega diviene il cantore per eccellenza dell’intimità domestica e delle semplici attività della piccola borghesia fiorentina, che lui frequentava e che gli ha donato anni di serenità personale.

Le sezioni finali ci accompagnano verso gli ultimi anni dell’esperienza macchiaiola, che però vedranno l’arrivo anche di nuove leve. Sono anni prolifici per Lega che, dopo problemi di natura fisica e depressione, ritrova un’originale vena artistica coniugata ad una maturità compositiva e pittorica.

Ed anche Telemaco Signorini, viaggiatore instancabile, raggiunge una sapienza pittorica e una consapevolezza artistica che pervade ogni suo dipinto, forte di una tecnica disegnativa e di una capacità luministica che gli consentono di raggiungere risultati altissimi, soprattutto nella rappresentazione della veduta urbana.

Con un’opera di Vincenzo Cabianca si conclude il viaggio meraviglioso che questa mostra ci permette di fare.  Mattutino regala una visione quasi mistica, a conclusione della rivoluzione che questi artisti hanno coraggiosamente intrapreso per fondare un linguaggio che potesse creare un’arte nazionale, ben prima che venisse creata l’Italia.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Giovanni Fattori, In vedetta (il muro bianco), 1872, olio su tela, 34.5×54.5x cm. Fondazione Progetto Marzotto – Trissino
  2. Giuseppe Abbati, Arno alla Casaccia, 1863 c.a., olio su tavola, 27×38 cm. Collezione privata
  3. Vincenzo Cabianca, Marmi a Carrara Marina, 1861, olio su tela, 36×89 cm. Collezione privata
  4. Odoardo Borrani, Il 26 aprile 1859 in Firenze,1861, olio su tela, 75×58 cm. Istituto Matteucci, Viareggio / Odoardo Borrani, Cucitrici di camicie rosse, 1863, olio su tela, 66×54 cm. Collezione privata
  5. Vincenzo Cabianca, Il Mattino, 1861, olio su tela, 132×56 cm Collezione privata
  6. Giovanni Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1862, olio su tela, 117×175 cm. Collezione Privata
  7. Raffaello Sernesi, Pastura in montagna, 1861, olio su tela, 26,2 x 82,5 cm. Collezione privata
  8. Giovanni Fattori, Diego Martelli a Castiglioncello, 1867, olio su tavola,13×30 cm. Collezione privata
  9. Silvestro Lega, Lettura romantica, olio su tavola, 31,5×2 cm. Collezione privata
  10. Silvestro Lega, Una Madre, 1884, olio su tela, 125x 161cm. Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì
  11. Telemaco Signorini, Sobborgo di Porta Adriana a Ravenna, 1875, olio su tela, 58×98 cm. Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma
  12. Vincenzo Cabianca, Mattutino, 1901, Tecnica mista su carta applicata a cartone, 37,7x 78,8 cm. Collezione privata

In copertina

Giovanni Fattori,
Lega che dipinge sugli scogli,
olio su tavola, 12,5×28 cm.
Collezione privata

Orari

dal lunedì al venerdì
con orario 10:00-19:00
sabato, domenica e festivi
con orario 10:00-20:00

La mostra è stata prorogata al 19 marzo 2023

Sito web: https://palazzoblu.it/mostra/i-macchiaioli/

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: BLU | Palazzo d’arte e cultura Lungarno Gambacorti, 9 - Pisa
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Fino al: 19 Marzo, 2023