La mostra allestita al museo del Bargello di Firenze è un grido di dolore di un altro museo. Un museo il cui destino non è ancora chiaro e che speriamo possa tornare a risplendere e ad onorare la grande manifattura di porcellane Ginori. Il museo Richard Ginori, infatti, è la sede storica e unica della ricca collezione di porcellane, di maioliche, di modelli e strumenti di lavoro che raccontano, insieme agli archivi, tutta l’incredibile storia di questa prestigiosa manifattura fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori a Doccia, nei pressi di Firenze.

Il museo nasce sin da subito insieme alla manifattura, per volere del suo fondatore, creando una suggestiva galleria dei manufatti di maggiore pregio e qualità. Purtroppo il nostro contemporaneo ha riservato un amaro destino a questo scrigno di bellezze e le ultime infelici vicende finanziarie della fabbrica hanno portato alla sua chiusura ed al suo assurdo abbandono. Come scrive chiaramente nel catalogo della mostra Tomaso Montanari, curatore insieme a Dimitrios Zikos, con la collaborazione di Cristiano Giometti e Marino Marini, “Il disfacimento fisico del museo – invaso dalle infiltrazioni d’acqua e aggredito da muffe che (mentre scrivo nell’aprile 2017) costringono ad entrarci solo con una mascherina protettiva – si può leggere come un simbolo eloquente delle conseguenze di una globalizzazione finanziaria, mediata dalle banche, sul tessuto industriale e su quello culturale e sociale. Tutto ciò che stava a cuore a Leopoldo Carlo Ginori Lisci – il rapporto della sua produzione con la storia dell’arte fiorentina e con la felicità dei suoi operai – è esattamente ciò che non interessa minimamente oggi: e proprio per questo la lotta per la salvezza del museo si intreccia con quella per la salvezza del lavoro alla Ginori”.

La mostra nasce quindi come mezzo per risvegliare l’attenzione, per accendere dei riflettori che sono spenti invece da tempo, cercando di smuovere coscienze assopite e anestetizzate. La bellezza può riuscire in questo, e questa mostra, pur se piccola, racchiude pezzi di una bellezza straordinaria densi di significati. La materia stessa della porcellana ha nella sua sostanza qualcosa di incredibile e magico, elegante e raffinato, che riesce a sollecitare, con la sua superficie brillante i nostri sensi. Inoltre, il gusto colto e l’arguto senso artistico del marchese Carlo, lo portò a realizzare qualcosa che mai prima era stato pensato: monumentali figure di porcellana, sculture eccezionali per tecnica e dimensioni.
Il marchese Ginori raccolse sistematicamente le forme presenti nelle botteghe appartenute agli scultori del tardo Rinascimento e del Barocco, servendosene per creare la sua grande scultura in porcellana. Contemporaneamente egli acquistava modelli dagli ateliers degli scultori fiorentini del tempo, o commissionava repliche dalle più celebri statue antiche. Grazie ad una raffinata perizia, nelle fornaci di Doccia furono realizzate queste monumentali figure.
La collezione di modelli, ampliata dagli eredi di Carlo, è oggi divisa tra la Manifattura Richard Ginori e il Museo adiacente alla fabbrica, purtroppo chiuso dal maggio 2014. Quest’insieme di modelli e di porcellane, conservate nel museo, costituisce un nucleo di fondamentale importanza per la storia della scultura; e per questo motivo le porcellane in mostra dialogano perfettamente con le opere del Bargello e con le altre sculture concesse in prestito da istituzioni nazionali, straniere e da privati, alcune esposte in Italia per la prima volta.

Con un percorso diviso in sei sezioni tematiche, in cui si ripercorre la trasformazione di una invenzione scultorea in una porcellana, si può cogliere perfettamente la maestria degli artigiani di Doccia in competizione con i grandi scultori del Manierismo e del Barocco fiorentino. Del resto, il marchese Carlo, dopo cinque anni di messa a punto tecnica, prima di produrre scelse di affidarsi ad un vero scultore, Gaspero Bruschi, allievo di Girolamo Ticciati, avvezzo alla scultura monumentale. Il secondo, ma non meno importante passo fatto dal Ginori, fu quello di acquistare molte delle forme plasmate dall’ultimo grande scultore fiorentino, amato dai Medici, Massimiliano Soldani Benzi, scomparso qualche anno prima. Nella prima sezione possiamo così ammirare la stupenda Venere in bronzo, copia a grandezza naturale della Venere Medici della Tribuna degli Uffizi, realizzata proprio da quest’ultimo ed eccezionalmente rientrata in Italia dal Liechtenstein, antica commissione del principe di questo piccolo stato europeo del 1695 e realizzata nel 1702. Accanto ad essa troviamo la traduzione in porcellana della Venere, probabilmente realizzata dal Bruschi a partire dal modello del Soldani Benzi e datata probabilmente al 1747-48. La statua di porcellana, alta 132 centimetri, è composta da 6 porzioni assemblate mediante gesso e dissimulate in corrispondenza delle giunture dalla presenza di drappeggi e monili.

Altro stupendo esempio di questa arte nuova è Il Tempietto, sofisticatissimo per tecnica e ingegno e unico per dimensioni, che rappresenta non solo le ambizioni artistiche, ma anche quelle politiche del fondatore della Manifattura. Capolavoro del primo periodo della manifattura, il tempietto fu un regalo che il marchese Carlo Ginori volle lasciare all’Accademia Etrusca di Cortona, di cui era membro illustre tanto da essere designato come “Rex Artium”.
L’opera è un compendio dell’arte scultorea fiorentina e i medaglioni che la decorano riuniscono i ritratti delle personalità della dinastia medicea: 73 medaglie in porcellana bianca su fondo azzurro che riproducono la serie medicea dei ritratti dinastici. Mancano all’appello 3 medaglie, mentre tre soggetti sono effigiati due volte. La celebrazione dinastica dei Medici va poi a confluire nell’esaltazione dei nuovi sovrani d’Asburgo, che sono effigiati in un ritratto congiunto. Restaurato in occasione di questa mostra, il Tempietto torna a Firenze per la prima volta dal 1757.

Ad esso sono affiancati il bronzetto e la cera del Mercurio di Giambologna, rispettivamente nella collezione del Bargello e in quella del Museo Ginori, che ispirarono il Mercurio che corona il Tempietto di Gaspare Bruschi. Realizzato interamente in porcellana, è impostato su un’architettura leggera ma dall’apparato decorativo fastoso, con virtù cardinali riconoscibili dai loro attributi, tratte da Giovan Battista Foggini, così come le tre Parche e la personificazione del Tempo, del quale la manifattura possedeva i modelli in cera. Sulla sommità si libra la figura di Mercurio, con in mano il medaglione raffigurante Francesco Stefano e Maria Teresa d’Austria, traduzione in porcellana di quello del Giambologna, conosciuto in più versioni, una delle quali al Bargello.

Passando alla seconda sala si possono ammirare le due grandi e complesse Pietà in bronzo e in porcellana. Nel 1708 il Soldani Benzi realizzò il modello del grande Compianto sul Cristo morto di cui si conoscono molte versioni. Carlo Ginori ne acquistò le forme in gesso, alcune delle quali sono esposte in mostra, che vennero impiegate per la versione in porcellana che il Marchese Ginori donò all’influente cardinale Neri Corsini nel 1745 circa, il quale lo conservava nella sua camera d’udienza del palazzo Corsini alla Lungara. Il restauro eseguito nel 2009 ha rivelato che il gruppo venne realizzato in 59 parti di porcellana, cotte separatamente e poi assemblate dai maestri della Manifattura di Sesto Fiorentino.
La traduzione in porcellana è di una bellezza e raffinatezza straordinaria, tanto che l’espressività dei volti sembra quasi più intensa del prototipo di bronzo.
La conclusione della mostra conquista l’attenzione e ci introduce nel clima della Villa Le Corti presso Doccia, dove il marchese aveva allestito la sua galleria. Qui, infatti, era stato allestito il magnifico Camino monumentale in porcellana, opera singolarissima nel suo genere, da attribuire a Gasparo Bruschi, capo modellatore a Doccia, e al quadraturista e scenografo Domenico Stagi.

È un trionfo di perizia tecnica e di ricercatezza ornamentale, composto da tre elementi principali: il focolare, una specchiera rettangolare incorniciata da volute e un fastigio di carattere rococò. Il focolare è quasi interamente rivestito di mattonelle, dette ambrogette, in buona parte olandesi ma alcune di manifattura Ginori, arrivate a Doccia nel 1754, e che raffigurano deliziose scene campestri e vedute di paesi nella tipica monocromia azzurra della città di Delft. Lo specchio poggia su un architrave composto da ghirlande ed è sorretto lateralmente da due figure di telamoni dalla muscolatura vigorosa. Il fastigio superiore è decorato con le traduzioni in porcellana di opere di scultori illustri: il bassorilievo ovale con “putti che stillano i fiori”, tratto da un bronzo di Massimiliano Soldani Benzi, e le riduzioni dell’Aurora e del Crepuscolo scolpite da Michelangelo per la tomba di Lorenzo de’ Medici nelle Cappelle Medicee.

Le porcellane tratte da Michelangelo sono qui messe a dialogare con le terrecotte realizzate dal Tribolo di proprietà del museo del Bargello e si possono notare le differenze. Quelle in porcellana del Bruschi hanno una maggiore definizione di alcuni dettagli e una diversa disposizione delle membra, forse perché subordinate ad una visione dal basso verso l’alto, tanto che appaiono curvate verso l’esterno.
Il catalogo della mostra, denso di novità, è pubblicato in italiano e in inglese dalla casa editrice Mandragora ed è corredato da interessanti saggi scritti in modo coinvolgente, e ripercorrono le ragioni artistiche e politiche, attraverso contributi incentrati sulle opere esposte, inserendo la produzione scultorea in porcellana della Ginori nel più ampio panorama culturale artistico e politico del tempo, presentando importanti novità attributive.

Seguono i contributi di specialisti del settore della lavorazione della porcellana che ripercorrono la storia della Manifattura, presentando opere inedite ed evidenziando la singolarità tecnica delle invenzioni del marchese Carlo Ginori, la cui vastità d’interessi culturali spaziava “dalla matematica all’antiquaria, ma con una particolare predilezione per pittura, scultura e architettura.”
Per salvare questo patrimonio che ci è stato lasciato da personalità di così grande levatura intellettuale, merita ricordare che i curatori e gli autori hanno lavorato gratuitamente a questo progetto, “come forma di contributo personale alla salvezza del museo Ginori.

Dettagli

Curatori: 
Tomaso Montanari e Dimitrios Zikos
con la collaborazione di
Cristiano Giometti e Marino Marini

Catalogo Mandragora
Autori dei saggi:
Cristiano Giometti
Cristina Gnoni Mavarelli
Alvar Gonzalez-Palacios
Marino Marini
Cristina Maritano
Tomaso Montanari
Dimitrios Zikos

Autori delle schede:
Daniele Lauri
Maria Persona
Dimitrios Zikos

Dove e quando

Evento: La fabbrica della bellezza La manifattura Ginori e il suo popolo di statue

Indirizzo:
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Fino al: 02 Ottobre, 2017