Quando Palma Bucarelli, per tre decenni soprintendente della Gnam di Roma, iniziò e compì un percorso ad ostacoli che si concluse con la realizzazione di una collezione simbolo dell’arte italiana, riuscì in un’impresa eccezionale. Che l’Italia non fosse aperta al contemporaneo era un fatto assodato. Che ad una donna venisse lasciato campo libero per spendere soldi per acquistare “tele tagliate” o “bruciacchiate” era visto da molti come pura follia. Oggi sappiamo che la qualità delle ineguagliabili collezioni della Gnam ha rivestito un ruolo centrale nella costituzione del patrimonio artistico italiano moderno e contemporaneo, dove si possono ammirare gli artisti più rappresentativi che hanno animato una stagione senza precedenti nel panorama dell’arte moderna italiana.

Fino al 2 marzo è ancora possibile visitare a Torino, nelle sale Chiablese dei Musei Reali, la mostra 1950-1970. La grande arte italiana Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con settantanove opere che giungono da Roma, per la prima volta fuori dal museo di appartenenza. Un’occasione straordinaria per dare vita a un progetto critico ed espositivo dal forte rigore scientifico e presentare a un ampio pubblico le testimonianze artistiche di una stagione irripetibile dell’arte contemporanea italiana all’ombra della Mole.

“È un percorso intenso – dichiara Luca Massimo Barbero – e, in più sale, è un vero corpo a corpo fra i “nuovi maestri” dell’arte italiana del dopoguerra, della quale si esplorano qui le radici e, per la prima volta, è possibile confrontarli al di fuori della collezione della GNAM. Per l’arte italiana si tratta dei protagonisti germinali, oggi identificati come gli interpreti internazionali dell’allora contemporaneità.”
L’esposizione si snoda attraverso dodici sale dove vengono proposti confronti e dialoghi fra gli artisti che hanno animato il secondo dopoguerra italiano. Una delle sale più coinvolgenti è dedicata ai capolavori di Capogrossi, che dal 1948 abbracciò la pittura astratta, con la scoperta del suo caratteristico segno, definito variamente dalla critica “pettine” o “forchetta”, che modulò in infinite combinazioni. Nel 1958, per interessamento diretto di Palma Bucarelli, la GNAM acquistò Superfice 207 e, l’anno successivo, Superfice 335 – riunite entrambe in questa occasione – formando il primo nucleo di opere dell’artista nel museo romano che, accresciuto nel corso degli anni, è diventato una delle più significative raccolte di opere di Capogrossi.

Con la sezione sul tema della materia e dell’astrazione, troviamo in dialogo due Concetti Spaziali-Buchi di Lucio Fontana, con opere di Burri, ma anche di Mimmo Rotella e di Bice Lazzari. Sono opere che, pur nelle diverse declinazioni sia tecniche che materiche, ci proiettano nel clima culturale così fecondo che attraversava l’arte italiana. L’utilizzo di materiali non convenzionali, il riciclo, l’utilizzo dei cartelli pubblicitari, denotano il desiderio di rinascita e ricostruzione post-bellica.

Afro Basaldella e Pietro Dorazio, maestri dell’astrazione, sono protagonisti delle successive sezioni, che sottolineano l’internazionalità di questi protagonisti, la cui arte ebbe grande eco negli Stati Uniti. Proprio Afro nel 1950, infatti, si trovava a New York per collaborare con la Catherine Viviano Gallery, passando da una pittura neocubista a quella astratta proprio grazie all’incontro, negli USA, con l’Espressionismo astratto americano, dal quale apprese gli automatismi legati alla gestualità della pittura. Con Piero Dorazio incontriamo uno dei protagonisti più attivi all’interno del dibattito tra arte figurativa ed astratta, che dopo aver frequentato Guttuso diventerà uno dei firmatari del gruppo Forma1, il quale si proponeva di conciliare l’astrattismo con l’impegno politico attraverso una sintesi tra ricerca formale e valori sociali. L’obiettivo diverrà “educare l’uomo moderno, attraverso il mondo visivo dei suoi giorni, alla coscienza della sua natura nel proprio tempo”.

Il “cardine della mostra”, come dichiara il co-curatore Barbero, si ha nel confronto tra due protagonisti indiscussi: Lucio Fontana e Alberto Burri; undici emblematiche opere entrano in dialogo anche con accostamenti arditi ma intriganti.
È molto interessante vedere, nelle successive sezioni, due figure di artiste sotto i riflettori. Con Giosetta Fioroni troviamo il boom economico, la dolce vita e le colossali produzioni di Cinecittà quali soggetti prediletti. Questo grande giacimento di immagini tratte o trovate nel contesto culturale che ci circonda erano in quegli anni i nuovi media e l’attualità filtrata dalla televisione, dal cinema, dai rotocalchi e dai quotidiani. Sono i nuovi sistemi di comunicazione, che andarono a definire una ‘nuova mitologia’, che modificò radicalmente gli immaginari collettivi, con una pratica pittorica che incorporava fotografia e attualità.

Una intera sezione è dedicata a Carla Accardi, dove le opere raccontano un ampio arco temporale che va dai suoi inizi, incentrati sulla riduzione cromatica, fino a giungere all’automatismo del segno che si auto-genera. Una vicenda personale incentrata sull’impegno politico, una militanza di sinistra in anni in cui il PCI dichiarava la sua avversione per l’astrattismo che veniva percepito come elitario. Sarà tra le fondatrici, assieme a Elvira Banotti e Carla Lonzi, del gruppo Rivolta Femminile, tra i primi collettivi femministi organizzati e coordinati in Italia. Un’artista che negli ultimi anni è stata celebrata con grandi mostre che ne hanno affermato la centralità artistica e sociale.

I dialoghi artistici proseguono con Franco Angeli a confronto Piero Manzoni, Mario Schifano e Pino Pascali e poi una sezione dedicata a Pistoletto, figura legata intimamente nelle sue vicende espositive e artistiche alla città di Torino. Nativo di Biella, è universalmente conosciuto per i suoi Quadri specchianti.
L’origine di queste opere risale ai tempi in cui l’artista, durante la seconda metà degli anni Cinquanta, ancora aiutava il padre nella sua attività di restauro e sperimentava varie tecniche pittoriche.

Impegnato a produrre una serie di autoritratti a cui, insistentemente, cercava di dare uno sfondo anonimo e uniforme, nel 1961, dopo aver steso sulla tela uno spesso strato di vernice sotto ad uno sfondo nero, si accorse di come esso riflettesse l’ambiente circostante anziché risultare opaco. Fu così che Pistoletto avviò una riflessione sulla differenza tra l’immagine immutabile della rappresentazione pittorica e quella, invece, in costante mutamento che apparteneva alla realtà. “La conclusione” – spiega l’artista stesso – “è stata la sovrapposizione del quadro allo specchio: la pittura si sovrappone e aderisce all’immagine della realtà […] l’invadenza fisica del quadro nell’ambiente del reale, portando con sé le rappresentazioni dello specchio, mi permette di introdurmi tra gli elementi scomposti della figurazione”.
Sono qui esposti due fondamentali ‘pezzi’ della serie dei Quadri specchianti, fra cui ha una peculiarità in più I visitatori, entrato nelle collezioni della GNAM nel 1969, ideato espressamente per gli spazi della galleria romana.
Corredata da un interessante e ben scritto catalogo a cura di Renata Cristina Mazzantini e Luca Massimo Barbero, la mostra, oltre a sottolineare il trentennale rapporto che la soprintendente Palma Bucarelli ebbe con un gruppo eccezionale di artisti, mette in risalto la ricchezza delle collezioni del museo romano ed esalta i ventuno artisti più rappresentativi che hanno animato una stagione unica, visto da alcuni critici come un secondo Rinascimento, nel panorama dell’arte moderna italiana.