Di notte la Luna illumina
un Sole oscuro.
E volano Aureole
ad accendere il giorno

Prima della breve sera
torneremo alle armi
Saremo in Terra in Sole in Aria.
Poi col suonatore di fiori. Forse.

N.Y. 6/1981

Tra Feltri e Assiomi, Città e Territorio è Solo… Agnetti.

Vincenzo Agnetti al centro del nuovo appuntamento di Solo, il ciclo espositivo ideato dal direttore artistico Sergio Risaliti (Museo Novecento di  Firenze), che si focalizza di volta in volta sul ritratto di un grande maestro del XX secolo e che questa volta è dedicato a lui.

Agnetti, tra i principali esponenti dell’arte concettuale, ideatore e creatore di una ricerca fondata sul linguaggio, attraverso la quale sviluppa la sua intima e geniale riflessione sul rapporto tra tempo e spazio, sulla comunicazione e sulla critica politico-sociale.
Il suo fare ironico e idilliaco – alla base di una poetica che lo ha sempre caratterizzato e che lo ha reso unico – lo ha trasformato in precursore e testimone di una forma d’arte che, se inizialmente vista come nuova e provocatoria, è diventata poi la “sua” legge:  quella cifra stilistica che lo ha accompagnato nella vita di artista e non solo.
Curata da Giovanni Iovane, fino al 4 luglio, una mostra interamente dedicata ad Agnetti, ai suoi messaggi complessi in parole semplici, alle sue linee geometriche che ben circondano aree ma aprono infiniti spazi, all’artista che ha fatto di feltri e assiomi la sua voce.

Ermetici oracoli o solo associazioni pungenti e improvvise, aforismi incisi su una lastra di bachelite nera, spesso ricavati dai suoi libri o quaderni di appunti: dai più famosi (ma non in mostra) “Chi entra esce”, “Chi esce entra”, “In principio era la negazione”, “Io che andrò oltre” e così via. Di quelle parole mescolate ha fatto l’immagine di una pungente riflessione intellettuale, degna di un visionario di altri tempi.
Con Castellani e Manzoni condivide ideali e progetti, inizia la propria attività espositiva nel 1967 con una personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Nel 1971 espone alla Galleria Blu di Milano una serie di feltri e di bacheliti e inaugura un ricco filone della sua attività creativa.
Le opere in mostra a Firenze costituiscono un nucleo significativo di questa tipologia di lavori: pannelli incisi a fuoco o dipinti con colore, raffiguranti ritratti e paesaggi basati su ridondanze letterarie, lastre di bachelite incise e trattate con colori ad acqua o nitro, in cui diagrammi e frasi esprimono assiomi, tautologie, contraddizioni, paradossi.
Questa esposizione presenta tematiche essenziali all’interno della sua esperienza artistica: ecco al centro della scena i concetti di “città” e “territorio”, fondamentali per la comprensione del percorso espositivo su Agnetti, che indaga i due concetti attraverso opere in cui l’idea e l’immagine della città e del territorio si coniugano con la storia etimologica delle parole.

Si legge dalle parole del curatore, Giovanni Iovane, un volere più ampio e un invito al pubblico, specie a quello fiorentino: “Una straordinaria capacità analitica e naturalmente artistica fa sì che la città e il territorio di Vincenzo Agnetti siano sempre contemporanei e aiutino lo spettatore di Firenze a ripensare la propria città con profondità e sorpresa ben oltre delle mere illustrazioni.”
Quella “Città” che deriva dal latino civitas significa “insieme di cittadini” divenendo, nel tempo, “aggregato di abitazioni”; quel “Territorio” che rimanda invece alla terra ma possiede anche un carattere negativo dettato dalle misurazioni, dalla suddivisione e soprattutto dalla definizione dei confini, all’origine di conflitti e abusi d’identità.
Le immagini di città e territorio di Vincenzo Agnetti, sempre moderne, aiutano così lo spettatore a ripensare la propria città, presentandosi con un approccio apparentemente assurdo che unisce la memoria all’oblio, come una originale archeologia del sapere.

Come scriveva in De Utopia:
Immagino, anzi, mi illudo di immaginare, quindi progetto; una città sollevata dopo lunghe sollevazioni politiche; una città dimenticata a memoria insieme ai libri che non consultiamo più; una città strutturata ascensionalmente senza basi e senza cieli; con case senza pareti, ma protette, identificate solo come non-luogo: dove però tutto sia luogo, cioè inesistente ma persistente nel concetto di sono in tutti i luoghi.
Una città della felicità perché ormai gli abitanti hanno assimilato tutti i doveri, compreso il dovere del dovere.
E il luogo, non più luogo, fa parte dell’evento cioè del tempo; fa parte insomma di una specie di spazio misurato a secondi. Tutto senza operazioni mentali, senza calcolo come ormai ci capita con l’ascoltazione dell’aria, della terra, della vita.
Di una morte vinta forse? Una città che, nonostante il caro impossibile assurdo, già si avvicina, per esempio, ai progetti dei centri di villeggiatura di Paul Maymont e a tutte le topologie dell’ottimo: clima, suoni, odori, trasporti, alimentazione, ecc.
Tutte opere degli anni Settanta (dal 1971 al 1977) che testimoniano perfettamente come Agnetti intendesse queste due tipologie di opere come oggetto di una originale ricerca artistica che si fonda su un atto linguistico in cui elementi essenziali e caratterizzanti sono i procedimenti della sottrazione e della commutazione.

Lui stesso parlava dell’arte come una forma alta di ricerca: “Da un presupposto teorico costruisco un discorso di due o più cartelle scritte. Poi per mezzo di una decantazione logica sintetizzo in assioma tutto il contenuto emerso.”
In questo percorso, che non è solo concettuale, assume importanza l’effetto e la condizione dell’atto performativo. Come notava Marco Meneguzzo – studioso dell’opera dell’artista – la “scrittura” di Agnetti è paragonabile alla “scrittura scenica” praticata da Carmelo Bene. Tempo e arte, memoria e storia, sono condizioni generali sottomesse a una riflessione – o meglio – a una precisa prospettiva culturale: “La cultura è l’apprendimento del dimenticare” (Vincenzo Agnetti).

In Agnetti, l’idea e l’immagine di città e di territorio si coniuga linguisticamente con la storia etimologica di queste parole (ma anche di questi luoghi) in cui l’insieme dei cittadini lascia il posto per metonimia a un aggregato di abitazioni così come la nozione e il concetto di territorio, nel tempo, abbia generato conflitti e abusi d’identità – spiega il curatore Giovanni Iovane -. Una straordinaria capacità analitica e naturalmente artistica fa sì che la città e il territorio di Vincenzo Agnetti sia sempre contemporanea e aiuti lo spettatore di Firenze a ripensare la propria città con profondità e sorpresa ben oltre delle mere illustrazioni”.

“… la letteratura, la poesia, non sono più davvero un mistero eleusino, o un segreto della natura, o un privilegio culturale dei sentimenti borghesi, ma una struttura logica dell’irrazionale, una vera dialettica sociale delle sconvenienze linguistiche: ancora e sempre, insomma, utopia.”

Senza troppo mistero, allora – come lui stesso scriveva – dietro quelle parole apparentemente insensate e dietro quelle linee definite, dovremmo riuscire a scorgere tutti, quel non so che di utopistico che l’arte dovrebbe riuscire a regalarci.
Così come ha fatto Agnetti.

Didascalie immagini

  1. Vincenzo Agnetti. Immagine da Archivio Vincenzo Agnetti
  2. Opera in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti
  3. Opere in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti
  4. Vincenzo Agnetti. Ritratto di Dio – Immagine da Archivio Vincenzo Agnetti
  5. Opera in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti
  6. Opera in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti
  7. Vincenzo Agnetti. Immagine da Archivio Vincenzo Agnetti
  8. Opera in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti

IN COPERTINA
Opere in mostra al Museo del Novecento, Firenze – Solo Vincenzo Agnetti

Dove e quando

Evento: Solo – Vincenzo Agnetti