C’era una volta un liberto di Antiochia, Amotan, che dopo l’affrancazione riesce ad accumulare un’immensa fortuna.
Poi c’era Apistos, una gigantesca nave che aveva il compito di trasportare in un tempio appositamente edificato dallo schiavo divenuto collezionista e dedicato al Dio Sole in oriente, l’intero tesoro accumulato.
Apistos affonda e consegna il proprio tesoro all’Oceano Indiano e così arriva Treasures from the Wreck of the Unbelievable.

Damien Hirst torna a mostrare attraverso “un tesoro incedibile” la propria arte dopo diversi anni di silenzio.
Straordinaria nelle dimensioni e nei propositi è arrivata – prima di tutti a Venezia- la sua mostra e il suo racconto, diventando protagonista della 57esima Biennale e occupando i 5.000 metri quadrati espositivi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, le due sedi veneziane della Pinault Collection, che per la prima volta sono entrambe affidate a un singolo artista.
Curato da Elena Geuna, quello di Hirst è di nuovo una enorme provocazione piena di bellezza.
Quello che si vede è, secondo quanto viene detto, il frutto di un ritrovamento avvenuto nel 2008, il risorgere di un tesoro ritenuto disperso per circa duemila anni che riaffiora e che si mette in mostra.

Progetto complesso e ambizioso, la cui realizzazione si dice sia durata diversi anni, oltre a essere la prima mostra di Hirst in Italia da quando il Museo Archeologico Nazionale di Napoli lo ospitò nel 2004, è la prima mostra per cui entrambi gli spazi della Fondazione Pinault sono stati concessi contemporaneamente a un unico artista.
Ancora parlando di prime volte è anche la prima mostra personale da molto tempo in cui Hirst presenta una nuova serie di opere: un lavoro costruito in dieci anni, tenuto segreto fino all’ultimo giorno, e composto da circa 200 “gioielli ritrovati” sul fondo del mare e ricoperti di coralli come se fossero da poco riemersi.

Sarà forse la scenografia mozzafiato, i quattro mesi di allestimento super top secret, i costi di produzione milionari o sarà per le opere esposte giganti e imponenti, i materiali preziosi, quell’odore di leggenda e mistero in una cornice (anzi due), ma tanta bellezza non lascia di certo indifferenti.
Non solo lo spazio scenico: tutte le creazioni sono realizzate in 3 edizioni, l’opera in stato incrostato, il tesoro restaurato e la copia moderna, perché se è vero che bisogno lasciarsi trasportare dal fascino del racconto di una nave affondata e riportata a galla duemila anni dopo, è anche vero che bisogna convincere chi ci ascolta di quanto belli e imponenti siano i tesori che la nave conteneva.
Attira come sempre e fa parlar di sé Damien Hirst: forse una storia tramandata da pirati che nella notte parlano di un tesoro disperso e ritrovato, forse la leggenda, forse la storia dello schiavo liberato che diventa collezionista, il mito di un tesoro che giace in un qualche abisso e che proprio lui, artista provocatore e bizzarro, noto al mondo intero per la sua ricchezza (in senso stretto), riesce a ritrovare.
Se di tesori voleva parlare è riuscito nell’intento: opere che colpiscono per preziosismo dei materiali, per le giade e i bronzi, per gli ori e i cristalli e anche per le dimensioni.
Versatile di certo, come sempre si è detto della sua arte e della sua personalità, Hirst ha riempito infatti le due sedi di giganti, statuette, cimeli, icone votive, reperti, monili.
Pietre preziose, oro a volontà, marmi pregiati. Numerose le figure come sfingi, buddha, draghi, demoni, personaggi dei fumetti, e serpenti, cani, teste di medusa, scimmie.
Palazzo Grassi è invaso da un Demon with the Bowl, una figura mostruosamente affascinante e senza testa, che con i suoi 18 metri di altezza riesce a confondere e stupire anche il più grande degli scettici.
Punta della Dogana ha al suo ingresso un enorme Warrior and the bear, i cui dettagli sono stati ottenuti con il metodo della fusione a cera persa, e che mette insieme ferocia e divinità e – anche qui – lascia imbambolati.

L’artista britannico, esagerato e mai negli schemi, ha portato in superficie un mondo dal fascino singolare, ha aperto il bauletto pieno d’oro e lo ha riversato come un gigante antidoto alla potenza nera del vaso di Pandora: il vaso di Amotan – che brillava nell’oceano per anni solitario – ci ha convinti tutti, ancora una volta, che l’arte è si racconto, ma anche fede nella bellezza, che Hirst ci ricorda, essere ovunque… anche sott’acqua.

 

Dettagli

(© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017) (© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017) (© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017) (© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017) (© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017)

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