Alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini settecentocinquanta metri quadrati di nuovi spazi espositivi, completamente restaurati e rinnovati, distribuiti in otto sale di diverse dimensioni, sono stati inaugurati in occasione di “Tempo Barocco”  a cura di Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori.

La mostra, e il catalogo edito da Officina Libraria, propongono di riappropriarsi della possibilità di usare il termine barocco per indicare la concezione di un sistema unitario delle arti e del loro potere empatico nei confronti dello spettatore, che vede la luce a Roma, nei primi decenni del Diciassettesimo secolo, quando Pietro da Cortona, nell’Allegoria della Divina Provvidenza, affrescata a Palazzo Barberini, portava a sintesi gli aspetti della sua estetica: teatralità, magniloquenza, meraviglia e rielaborazione libera e inventiva in chiave grandiosa e patetica del mito classico e delle opere d’arte antica.

Tale arte è caratterizzata dalla continua ricerca della più efficace resa del movimento nella raffigurazione di gesti e azioni ove, la pittura di scene mitologiche, così come quella di storia, si trasformano in rappresentazioni teatrali, ricche di pathos ed emotività; nella composizione della scena vengono rielaborati i temi derivati dal coevo dibattito attorno alle emozioni, alle espressioni e ai loro effetti sullo spettatore.

Filo conduttore di questa esplorazione, e centro del progetto di mostra, è il concetto di Tempo, indagato in tutte le sue forme e declinazioni – l’amore, le stagioni, la bellezza, l’azione – attraverso capolavori di artisti italiani e stranieri, per la maggior parte vissuti a Roma nel corso del Seicento.
Il concetto di tempo si lega alla meditazione sulle sorti umane, alla velocità del nostro passaggio sulla terra, alla caducità della bellezza e della gioventù, sottoposte al trascorrere inesorabile degli anni.

Anni, mesi, giorni, ore, sono i momenti del tempo con cui possiamo misurare la durata della vita e comprendere la sequenza degli eventi della storia individuale e universale. Nello stesso instante in cui gli esseri umani sembrano divorati dal tempo, trovano la forza di opporsi con ogni mezzo al suo dominio, interpretando i mutamenti, le stagioni dell’anno e della vita, opponendo fieramente al vecchio con la falce in mano la volatilità di Amore o l’energia irridente della Speranza.

Dominare il tempo è un’urgenza assillante della riflessione barocca, che accomuna poesia e scienza, e sollecita la progettazione di strumenti in grado di misurarlo sempre più precisamente. Anche gli artisti sono chiamati a rappresentare i vari aspetti del Tempo, nelle immagini o nella preziosa manifattura di orologi. Alcuni esemplari di questi oggetti, decorati talvolta da importanti pittori, sono infatti tra i protagonisti della mostra che presenta quaranta opere dei protagonisti della cultura barocca: da Pietro da Cortona a Gian Lorenzo Bernini, da Valentin de Boulogne a Nicolas Poussin, da Anton Van Dyck a Domenichino, da Andrea Sacchi a Guido Reni, solo per citarne alcuni.

Tutte le opere d’arte sono figlie della propria epoca, eppure ne sfidano incessantemente i confini e la mera contingenza. Le immagini sopravvivono al proprio tempo, e lasciano impronte profonde le cui tracce riaffiorano e tornano imprevedibilmente a rivivere, come in una seconda vita, in altri momenti, in altri contesti, sotto nuove forme e con nuovi significati. La storia dell’arte è la storia di una memoria visiva che ritorna.

Nessuno più dello studioso tedesco Aby Warburg (1866-1929) ha avuto un’acuta coscienza di questo accidentato destino storico delle immagini, e a quest’idea egli ha dedicato il suo più celebre e ambizioso progetto: l’Atlante figurato di Mnemosyne, intitolato non a caso alla dea greca della memoria e madre delle muse.
Le tavole illustrate di quest’opera lungimirante ma incompiuta documentano visivamente i tortuosi sentieri e i profondi legami che tessono insieme la storia delle immagini, delle loro segrete energie espressive, dei loro effetti di lunga durata su chi le guarda e su chi le ripensa.

Il tempo del Barocco non è dunque solo il tempo rappresentato nelle immagini, attraverso le figure del mito, della storia, dell’allegoria e del simbolo, ma è anche il tempo delle immagini, del loro lascito e della loro sopravvivenza, che non smette di trasformarsi ma continua a provocarci, a interrogarci, ancora oggi, di nuovo, a dispetto del tempo.


Titolo evento

Palazzo Barberini – via delle Quattro Fontane, 13 – Roma
Data fine:03 October, 2021


Dettagli

Didascalie immagini

  1. Pietro da Cortona (Cortona, 1598 – Roma, 1669), scuola di
    Trionfo della Divina Provvidenza, post 1639
    olio su tela, 168 x 113 cm
    Gallerie Nazionali di Arte Antica, Roma © (MiC) – Bibliotheca Hertziana, Istituto Max Planck per la storia dell’arte/Enrico Fontolan
  2. Erasmus Pirenbrunner, attr. (Augusta, att. 1580 – 1590)
    Automa in forma di elefante, 1580-1590 circa
    bronzo dorato e policromo, h 41 cm
    Giordano Art Collections. © Guillaume Benoit
  3. Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642)
    Le quattro stagioni, 1617-1620
    olio su tela, 175 x 230 cm
    Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte © su concessione del Ministero della Cultura – Museo e Real Bosco di Capodimonte
  4. Antoon Van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641)
    Il tempo taglia le ali all’Amore, 1627 circa
    olio su tela, 187 x 120,5 cm
    Parigi, Institut de France. Musée Jacquemart-André © Christophe Recour
  5. Simon Vouet (Parigi, 1590 – 1649)
    Il Tempo sconfitto dalla Speranza e dalla Bellezza, 1627
    olio su tela, 107 x 142 cm
    Madrid, Museo Nacional del Prado © Photographic Archive. Museo Nacional del Prado. Madrid
  6. Valentin de Boulogne (Coulommiers, 1591 – Roma, 1632)
    Le quattro età dell’uomo, 1629 circa
    olio su tela, 96,5 x 134 cm
    © The National Gallery, Londra. Presented by the 2nd Viscount Bearsted through the Art Fund, 1938
  7. Nicolas Poussin (Les Andelys, 1594 – Roma, 1665)
    Elio e Fetonte con Saturno e le Quattro Stagioni, 1635
    olio su tela, 122 x 153 cm
    Berlino, Staatliche Museen zu Berlin
    Foto Jörg P. Anders. Berlino, Gemaeldegalerie – Staatliche Museen zu Berlin. © 2021. Foto Scala, Firenze/bpk, Bildagentur fuer Kunst, Kultur und Geschichte, Berlin
  8. Guido Cagnacci (Santarcangelo di Romagna, 1601 – Vienna, 1663)
    Allegoria del Tempo (o della vita umana), 1650 circa
    olio su tela, 118,2×95,3 cm
    Lampronti Gallery

In copertina uno scatto in una sala espositiva
foto © Alberto Novelli 

SEZIONI DELLA MOSTRA

  • Sezione I
    IL MITO DEL TEMPO
    Nella mitologia greca la divinità del tempo è Chronos, figlio di Gea (dea della Terra) e di Urano (signore del Cielo). Secondo alcune leggende, egli regnò nella prima età felice dell’umanità e fu sovrano delle Isole dei Beati.
    Assimilato alla figura di Saturno dalla tradizione latina e rinascimentale, il repertorio mitologico lo dipinge generalmente come un vecchio alato e severo, con una falce in mano, con la quale egli miete inesorabilmente le vite degli uomini. Alla sua figura, però, è spesso associata anche l’allegoria della Verità, rappresentata come una donna nuda, giovane e sensuale, svelata dal gesto dell’antico dio, che alla fine la rivela al mondo.
    La dimensione mitica del tempo viene evocata dagli artisti attraverso metafore derivate dalla filosofia e dalla poesia greche e latine. Una delle più famose è la rappresentazione delle età dell’uomo, talvolta appena dissimulata in una scena di vita quotidiana, in cui appaiono raffigurate insieme le diverse fasi dell’esistenza e le loro caratteristiche fisiche e morali.
    Ma il vero antagonista del Tempo non è solo l’ossessione dell’uomo di misurarlo e controllarlo attraverso strumenti meccanici – come gli orologi – bensì un’altra figura anch’essa alata e armata di arco e frecce, altrettanto capace di cambiare la vita degli uomini: il giovane e trionfante Cupido, dio dell’Amore.
     
  • Sezione II.
    IL TEMPO E L’AMORE
    La potente invenzione dell’Amore Vincitore, celebre dipinto eseguito da Caravaggio per il marchese Vincenzo Giustiniani nel 1602 e oggi conservato alla Gemäldegalerie di Berlino, fu una delle composizioni più spesso reinterpretate dagli artisti del Seicento. La rappresentazione di Cupido sorridente e trionfante sugli strumenti dell’arte e del potere – secondo il classico adagio Amor vincit omnia – ebbe un notevole successo tra i pittori dell’epoca, che lo replicarono il più delle volte sulla base di descrizioni letterarie, senza poter studiare il dipinto del maestro.
    Il soggetto, tratto dalla poesia antica e dai repertori iconografici in uso tra gli artisti del Cinquecento e del Seicento, divenne frequente soprattutto nelle composizioni realizzate da pittori toscani ed emiliani nel XVII secolo. Caratteristica particolare di questi dipinti è lo sfoggio di virtuosismo tecnico nella raffigurazione di vere e proprie nature morte, straordinariamente realistiche, in cui gli strumenti del potere e del sapere, delle arti e delle scienze: libri, armi, tavolozze, clessidre, soggiacciono alla forza dell’Amore che sempre sconfigge il tempo.
     
  • Sezione III
    IL TEMPO TRA CALCOLO E ALLEGORIA
    La figura alata del Tempo compare talvolta rappresentata insieme ad alcune allegorie femminili. Da una parte troviamo infatti il vecchio Saturno accanto alle personificazioni delle Ore e delle Stagioni, che incarnano lo scorrere e il ricorrere ineluttabile del tempo naturale, ciclico e misurabile; dall’altra, il terribile dio divoratore d’ogni cosa deve però misurarsi con le immagini sensuali della Verità, della Bellezza e della Speranza, che ne sfidano il dominio. Attraverso l’arte, l’uomo barocco spera – o s’illude – di poter domare il tempo, cercando di cogliere l’attimo dell’Occasione fortunata o contemplando i riflessi mondani di un’incorruttibile Eternità.
    Queste immagini allegoriche femminili, a volte alleate a volte antagoniste del Tempo, divengono protagoniste delle decorazioni delle dimore aristocratiche e delle rappresentazioni trionfali, spesso realizzate attraverso mirabili apparati, sontuosi ma effimeri – amara ironia – intesi a celebrare nel bene e nel male, tra incertezza e auspicio, l’ossessione del tempo.
    Dipinti, affreschi, specchi e orologi scandiscono, non solo simbolicamente, la vita quotidiana del palazzo, in una sorta di rito collettivo che aspira a esorcizzare lo spettro della finitezza.
     
  • Sezione IV
    IL TEMPO VANITAS
    Con il termine vanitas si indicano quelle immagini – spesso dipinti di natura morta – nelle quali la muta e immobile presenza degli oggetti ricorda la caducità e la corruzione cui sono soggette le cose terrene. Teschi, clessidre, orologi, strumenti musicali, candele, frutti bacati e fiori appassiti mettono in scena il silenzioso dramma della provvisorietà della bellezza e della fragilità della vita naturale e umana.
    Ma gli orologi non sono solo raffigurati in queste composizioni dipinte. Essi stessi divengono vere e proprie opere d’arte, che incarnano la corsa inarrestabile degli istanti fuggenti: le loro elaborate decorazioni traducono in eloquenza allegorica l’irreversibile movimento meccanico degli ingranaggi.
    La precarietà dell’esistenza mortale assume allora l’accento di un monito religioso. Il libro biblico dell’Ecclesiaste si apre con le parole famose: Vanitas vanitatum et omnia vanitas (Vanità delle vanità, tutto è vanità), che risuonano ancora per tutto il Seicento. Filippo Neri, il fondatore della Congregazione dell’Oratorio e canonizzato da papa Gregorio XV nel 1622, ispira la sua predicazione a questo tema biblico, che coglie anche il senso ultimo di tanta pittura del tempo. I versi di un suo componimento avvertono ancora una volta: «Se starai con tutti gli agi, / Nelle Ville, e ne’ Palagi, / Alla morte, che sarà? / Ogni cosa è vanità.»
     
  • Sezione V
    FERMARE IL TEMPO, COGLIERE L’AZIONE
    Le arti figurative non si limitano a evocare o esorcizzare l’incombere del tempo, ma si sforzano anche di afferrarlo, fissarlo e bloccarlo attraverso la più efficace rappresentazione dell’azione, dei movimenti e dei gesti. La pittura gareggia col teatro coinvolgendo lo spettatore nel dramma dei personaggi rappresentati, nel subitaneo trascorre delle loro emozioni, dei loro moti improvvisi. E i pittori si industriano per raffigurare i propri soggetti nel momento culminante dell’azione, contrapponendo in drammatico equilibrio stasi e movimento. La massima aspirazione dell’artista è infatti fermare il tempo e congelare la scena in un istante immobile che dura e non passa, e resta sempre realmente presente nello sguardo dello spettatore di ogni tempo.
    Nell’Idea del pittore (1664), Giovan Pietro Bellori afferma espressamente: «Dobbiamo di più considerare che essendo la pittura rappresentazione d’umana azione, deve insieme il pittore ritenere nella mente gli esempi degli affetti, che cadono sotto esse azioni […] Li quali moti deono molto più restare impressi nell’animo dell’artefice con la continua contemplazione della Natura, essendo impossibile ch’egli la ritragga con la mano del naturale, se prima non li averà formati nella fantasia: ed a questo è necessaria grandissima attenzione; poiché mai si veggono li moti dell’anima, se non per transito e per alcuni subiti momenti». In pittura, il tempo delle immagini è anche il tempo dell’immaginazione.