“Dipingere non è un’operazione estetica:
è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione
fra questo mondo estraneo ed ostile e noi“
(Pablo Picasso)
Nel 1901 “Ruiz Picasso Pablo, noto come Picasso Pablo”, che aveva scelto Parigi per trascorrervi la vita, si trovò schedato dalla Polizia francese con il numero 74.664: l’ha scoperto l’approfondita ricerca negli archivi condotta da Annie Cohen-Solal, che ha portato alla luce una serie di documenti inediti, tracciando per la prima volta le tappe di un’odissea destinata a non approdare a una conclusione positiva, perché a “Ruiz Picasso Pablo” non verrà mai concessa la cittadinanza francese.

Il difficile rapporto dell’artista con la Francia è narrato dalla mostra “Picasso lo straniero” in corso presso il Palazzo Reale di Milano dal 20 settembre 2024 al 2 febbraio 2025, di cui Annie Cohen-Solal è la curatrice scientifica. Vi sono esposte oltre ottanta opere che comprendono dipinti, sculture, disegni, collage, fotografie e stampe provenienti dal MNPP (Musée National Picasso Paris), dal Musée National de l’Histoire de l’Immigration di Parigi e dalla Collection Musée Magnelli Musée de la Céramique di Vallauris.

Si tratta un progetto che suggerisce una serie di riflessioni sui temi dell’accoglienza, dell’immigrazione e della relazione con l’altro, seguendo la parabola esistenziale e artistica di Picasso, nell’intento di comprendere quanto la difficile condizione di immigrato abbia plasmato la sua identità. Spiega Annie Cohen-Solal: “Ho trovato documenti, impronte e fotografie che dimostrano come la polizia considerasse Picasso un alieno e un reietto“, tanto che “Per tutta la vita fu tenuto sotto controllo per tre motivi: non parlava francese e veniva trattato come uno straniero; era sospettato di essere anarchico perché aveva frequentato alcuni catalani e, infine, in quanto artista all’avanguardia, era stato rifiutato dall’Accademia di Belle Arti“.

Negli anni della prima guerra mondiale, che videro un accendersi dei nazionalismi in tutta Europa, il movimento cubista – con i suoi maggiori esponenti Pablo Picasso, Georges Braque e Juan Gris – veniva messo all’indice dagli ambienti ufficiali dell’arte francese. Il gallerista che rappresentava a Parigi gli artisti cubisti, Daniel-Henri Kahnweiler, tedesco di origine ebraica, era costretto a rifugiarsi in Svizzera, la sua Galleria veniva sequestrata e tutte le opere che conteneva espropriate e messe all’asta. Anche dopo la fine della guerra, negli anni Venti e Trenta, la potentissima Académie des Beaux-Arts, che caldeggiava il “buon gusto francese”, faceva sì che le opere di Picasso venissero sistematicamente rifiutate dalle collezioni nazionali, tanto che nel 1949 appartenevano a istituzioni pubbliche francesi due sole tele di Picasso, una delle quali – Femme lisant, del 1920 – era un dono dell’artista al Musée de Grenoble.

La curatrice della mostra milanese sottolinea che dal materiale consultato “emerge costantemente come Picasso patisse questo stato di vulnerabilità e precarietà perché sapeva che poteva essere espulso in ogni momento“, e solo grazie alla rete di amici influenti, collezionisti e acquirenti di cui seppe circondarsi, ebbe la possibilità di esporre nelle sedi più prestigiose e attraversare indenne le acque per lui tempestose di un Paese che ancora nel 1940 respingeva la sua richiesta di naturalizzazione.

Dopo aver trascorso alcuni anni a Vallauris, in Provenza, dove realizzò numerose opere di pittura e scultura e si appassionò alla ceramica e alla fotografia, nel 1955 Picasso lasciava definitivamente Parigi per stabilirsi a Mougins, anche questa una cittadina di quel Midi nel quale erano approdati prima di lui grandi maestri come Renoir, Cézanne e Matisse. Un ritorno alle origini, a quel mondo mediterraneo nel quale l’artista ritrovava le sue radici e che tanti motivi di ispirazione gli aveva offerto nel corso degli anni. Non più la capitale con le sue grandi gallerie d’arte e i circoli intellettuali alla moda, ma una realtà di provincia, con un ambiente ricco di attività creative, dove avevano i loro atelier fotografi, scultori, litografi e ceramisti.

Alcuni anni dopo il suo arrivo, Picasso acquistò il Mas Notre-Dame-de-Vie, un castello di stile provenzale nei pressi di Mougins, dove trascorse il resto della vita, realizzandovi oltre trecento opere. Nel 1908 il filosofo tedesco Georg Simmel, uno dei padri fondatori della moderna sociologia, aveva scritto: “Lo straniero impara l’arte di adattarsi in maniera più creativa anche se più dolorosa di chi si sente in diritto di appartenenza […]. Allo stesso tempo, lo straniero offre uno specchio alla società in cui si inserisce.“