“E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”
(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe)
Erede del vedutismo settecentesco, i cui più illustri rappresentanti furono i veneziani Antonio Canal (Canaletto) e il nipote Bernardo Bellotto, agli inizi dell’Ottocento la pittura di paesaggio in Italia appariva per lo più cristallizzata in stereotipi improntati alla piacevolezza che il mercato – i ricchi europei che giungevano a Napoli e dintorni nel corso del Grand Tour attraverso le città d’arte – richiedeva a questo genere di espressione figurativa: vi abbondavano i cieli smaltati e le chiome dei pini ordinate e pettinate con cura a incorniciare rovine romane adagiate su verdi distese erbose. Una ventata di novità la portò l’arrivo a Napoli dell’olandese Anton van Pitloo, che introduceva l’immediatezza del linguaggio romantico con gli effetti luministici tanto apprezzati dagli amanti del pittoresco. Con il suo allievo Giacinto Gigante, che ne fu l’esponente principale, nasceva la cosiddetta Scuola di Posillipo: nelle liriche visioni di paesaggi costieri, spesso colti dall’alto, e nell’attenta resa delle condizioni atmosferiche, si avvertono gli echi dei grandi paesaggisti europei, come Turner e Corot.

Da qui prende le mosse il percorso della mostra Viaggio in Italia. I paesaggi dell’Ottocento dai Macchiaioli ai Simbolisti che il MaRT di Rovereto ospita fino al 26 agosto prossimo: un viaggio attraverso la penisola e attraverso il XIX secolo, intrecciando tempo e spazio, risalendo dalla pittura di ambiente napoletano dei primi decenni per giungere agli inizi Novecento con le sperimentazioni divisioniste condotte in Piemonte da Giuseppe Pellizza da Volpedo. Un percorso tortuoso, attraverso scuole regionali che rispecchiano le diverse e articolate realtà, prima di tutto culturali, di un paese ancora diviso in numerosi stati, ciascuno con una sua peculiare e autonoma vita artistica.

Eppure, aleggiava sotto traccia uno “spirito del tempo” condiviso da esperienze e culture diverse. Con un percorso analogo a quello della Scuola di Posillipo, il bellunese Ippolito Caffi, formatosi in ambito veneziano, si distacca ben presto dagli stereotipi del vedutismo, immergendosi nel clima romantico: nella Festa notturna a San Pietro di Castello una luna sulfurea si affaccia tra le nubi, creando un’inquietante atmosfera da romanzo “gotico” – un genere letterario nato dalla passione per l’orrido che furoreggiò in epoca romantica.

A partire dagli anni Cinquanta, lo sguardo degli artisti si posa sulla realtà di una natura che non è solo paesaggio da ammirare in senso estetizzante, ma anche paesaggio umano, terra da cui trarre il sostentamento quotidiano con il duro lavoro dei campi, terra matrigna che ricorda all’uomo la propria fragilità con la potenza distruttrice delle eruzioni vulcaniche e delle scosse sismiche. Si fanno interpreti di questa visione della natura improntata al realismo, i pittori che aderiscono alla Scuola di Resina – dal nome della località nei pressi di Ercolano dove si recavano a dipingere – fondata nel 1865 dal fiorentino Adriano Cecioni e dal pugliese Giuseppe De Nittis, non ancora ventenne.

La sua pittura, dallo stile essenziale espresso con un linguaggio sintetico, lo mette in sintonia con l’ambiente artistico fiorentino, dove De Nittis soggiorna nel corso del 1866 prima di trasferirsi definitivamente a Parigi l’anno seguente: nella capitale francese entrerà a far parte della cerchia degli impressionisti e diverrà un pittore di successo apprezzato dall’alta società. A Firenze De Nittis frequenta il gruppo dei Macchiaioli, di cui facevano parte pittori e scultori uniti dal comune intento programmatico di rifiutare il linguaggio e le tematiche auliche e altisonanti dell’accademismo a favore di una presa netta e immediata della realtà, colta nei suoi aspetti più semplici e modesti.

La parabola creativa di De Nittis tocca ora uno dei momenti più felici con La traversata degli Appennini – Ricordo, in cui l’artista fa propria la poetica macchiaiola: i pochi elementi apparentemente banali, la strada fangosa con i solchi tracciati dalle ruote dei carri, un passante infreddolito – quasi un’ombra indistinta – lungo il muro a sinistra, l’albero scheletrito, tutto crea quell’inafferrabile e indefinibile sentimento di malinconica nostalgia che percorre tanta pittura macchiaiola e che De Nittis, forse proprio perché arrivato da un mondo e da una formazione diversi, ha saputo cogliere così bene.

Il “piccolo mondo antico” dei dintorni di Firenze, con “gli orti e le case coloniche di quella campagna umile e modesta che fiancheggiava l’Arno, detta Pergentina”, come lo descrive Silvestro Lega, che del gruppo dei Macchiaioli fece parte, è allo stesso tempo sfondo e protagonista di tante opere di questo circolo di artisti: nella domestica semplicità dei soggetti prescelti trovano materiale adatto per quell’indagine su luci e volumi – e sulle reciproche influenze che questi esercitano – alla quale si dedicano con studio appassionato.

Cresciuto e formatosi come pittore tra Venezia e Napoli, Giuseppe Abbati fu uno dei più attivi e convinti membri del gruppo dei Macchiaioli, del quale fece parte dal suo arrivo a Firenze nel 1860 fino al 1868, anno della sua prematura scomparsa. Fu un periodo di intensa attività e di riflessione sulla pittura, e la sua dichiarata convinzione che l’arte è “il prodotto di una personalità, è il vero visto attraverso un temperamento”, trova una perfetta rispondenza nella Finestra aperta: un piccolo dipinto dal soggetto apparentemente insignificante, che racchiude in sé tutto un mondo, toccandone l’intima essenza, con un’intensità e una pienezza che non ritroveremo più fino alle nature morte morandiane.

Negli anni Sessanta l’ambiente artistico fiorentino attrasse anche un pittore di formazione ed esperienze completamente diverse, l’emiliano Antonio Fontanesi: ospite per un periodo dell’amico pittore Cristiano Banti, nel suo studio dipinse una serie di vedute della campagna fiorentina, ispirate alle tele di Turner e Constable che aveva ammirato in un soggiorno londinese. Fontanesi aveva iniziato a dipingere in Svizzera, esule per il suo impegno come garibaldino, e si era poi trasferito in Francia: qui nella pittura di paesaggio dettava legge la scuola di Barbizon, con i suggestivi effetti luministici che animavano di mutevoli riflessi e vibrazioni le superfici, alleggerendo i volumi. Nel 1869 Fontanesi si stabilisce a Torino, chiamato dall’Accademia Albertina, che gli affida la Cattedra di Pittura di Paesaggio, appena istituita. Dei paesaggi di Fontanesi presentati all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880, lo scrittore Carlo Borghi individua e apprezza la capacità di trasmettere quel “sentimento della natura” che la pittura di paesaggio aveva più o meno dichiaratamente cercato di esprimere per tutto il secolo: “L’arte per bocca sua non dice soltanto quel che del vero si vede, ma anche quello che dinanzi al vero si sente”.

Una visione che impronta l’opera di Giovanni Segantini: nelle sue tele la grandiosità dei paesaggi alpini, trasformata in materia vibrante dalla tecnica che distribuisce i colori in sottili filamenti giustapponendoli, assume un senso simbolico e quasi mistico, diviene lo scenario sul cui sfondo i valori assoluti dell’esistenza umana vengono distillati nella loro nuda e ineluttabile semplicità.

Alla fine del secolo, la tecnica divisionista, che nasceva da presupposti scientifici basati sullo studio dei fenomeni ottici, diviene lo strumento per una trasfigurazione del paesaggio in senso simbolico e intimista: il Paesaggio di Gaetano Previati, che conclude il percorso della mostra e che appartiene ormai agli inizi del Novecento, appare una sorta di visione onirica, nella quale, sullo sfondo di un tramonto rosseggiante, gigantesche chiome di alberi occupano quasi tutta la superficie pittorica – una presenza che assume toni minacciosi, confinando in un angolo la fila di buoi che attraversa un guado, e che appare schiacciata dalla sovrastante presenza arborea. Scriveva Previati nel suo trattato Della Pittura. Tecnica ed Arte (Fratelli Bocca Editori, Torino, 1913): “il paesaggio offre tanto partito all’arte moderna da potersi dire la sorgente maggiore d’ispirazione del pittore moderno, sorgente inesausta e tanto benefica che bastò il ritorno ad essa di alcuni pittori nei primordi del secolo XIX perché tutta l’arte si venisse rigenerando da quel bagno di luce”.
Didascalie immagini
- Giacinto Gigante (Napoli, 1806 – 1876), Burrasca nel Golfo di Amalfi, 1837
Courtesy Società di Belle Arti, Viareggio - Ippolito Caffi (Belluno, 1809 – Lissa, Croazia, 1866), Festa notturna a San Pietro di Castello, 1841 – Musei Civici di Belluno
- Giuseppe De Nittis (Barletta, 1846 – Saint-Germain-en-Laye, 1884), L’eruzione del Vesuvio, 1872 – Collezione privata
- Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze, 1908), Buoi e bifolco in riva all’Arno (Buoi in riva all’Arno o Bovi sul greto dell’Arno), 1864 – Raccolte Frugone, Genova
- Giuseppe De Nittis (Barletta, 1846 – Saint-Germain-en-Laye, 1884), La traversata degli Appennini – Ricordo, 1867 – Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
- Silvestro Lega (Modigliana, Forlì-Cesena, 1826 – Firenze, 1895), Villa Batelli lungo l’Affrico, 1863 – Istituto Matteucci, Viareggio
- Giuseppe Abbati (Napoli, 1836 – Firenze, 1868), La finestra, 1865-1866 – Gallerie degli Uffizi, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze
- Antonio Fontanesi (Reggio Emilia, 1818 – Torino, 1882), Il vespero, 1859 – Collezione privata
- Giovanni Segantini (Arco, Trento, 1858 – Schafberg, Svizzera, 1899), Paesaggio sul Maloja, 1895 – Galleria d’Arte Moderna, Milano
- Gaetano Previati (Ferrara, 1852 – Lavagna, Genova, 1920), Paesaggio, 1910-1912 – Museo dell’Ottocento, Ferrara
IN COPERTINA
Giovanni Fattori, Buoi e bifolco in riva all’Arno (Buoi in riva all’Arno o Bovi sul greto dell’Arno), 1864 – Raccolte Frugone, Genova
[particolare]
Orari:
Mar-Dom 10-18
Venerdì 10-21
Lunedì chiuso
Dove e quando
Evento: Viaggio in Italia I paesaggi dell’Ottocento dai Macchiaioli ai Simbolisti
- Fino al: – 26 August, 2018
- Sito web