Inaugurata recentemente a Palazzo Fulcis “Sebastiano Ricci. Rivali ed Eredi. Opere del Settecento della Fondazione Cariverona” che offre un’approfondita panoramica delle premesse, delle relazioni e dell’influenza svolta sia da Sebastiano Ricci – nella grande pittura di storia e religiosa – che dal nipote Marco nel paesaggio.

I due artisti bellunesi hanno avuto un ruolo primario non solo in Veneto e in Italia, ma in una dimensione europea, attestata anche dal cosmopolitismo dei loro committenti e dai loro numerosi viaggi.

Curata da Denis Ton, conservatore dei Musei Civici di Belluno, allestita al terzo piano della nobile dimora, capolavoro del Diciottesimo Secolo, la mostra è stata realizzata dai Musei Civici della città e dalla Fondazione Cariverona, dalle cui ricchissime Collezioni provengono le opere messe a confronto.

Sebastiano Ricci, che operò a Palazzo Fulcis e fu autore delle tre tele per il Camerino d’Ercole, è il nume tutelare della prestigiosa sede. I dipinti con la Caduta di Fetonte, Ercole al bivio ed Ercole e Onfale appartengono alla memoria visiva di gran parte degli studiosi e curatori d’arte antica a livello internazionale. Tale ciclo di dipinti è stato posto in dialogo con i grandi del Settecento.

Nelle cinque sezioni il percorso ideale intorno a Sebastiano Ricci, unisce opere di maestri che furono suoi rivali o che dalla sua opera ne furono direttamente influenzati, sia per la natura del suo linguaggio sia per esserne stati allievi.

Il Curatore, spiega: “Scegliendo le opere della Collezione Cariverona tra quelle realizzate negli anni di attività dei due maestri, viene dunque naturale identificare nelle tele di Andrea Celesti, Antonio Bellucci, Giovan Gioseffo Dal Sole, quegli elementi che costituirono le premesse su cui venne a costruirsi, tra libertà materica, accademismo di fine Seicento e cultura emiliana, il complesso retroterra culturale da cui prese le mosse la grande operazione condotta da Sebastiano”.

Sulla presenza di opere importanti di Jacopo Amigoni e, soprattutto, Antonio Pellegrini, Denis Ton sottolinea che consentono di ricostruire “un incontro fra le diverse tendenze operose al principio del Settecento. Ricci, Pellegrini e Amigoni sono da sempre, in particolare grazie alle ricostruzioni storiografiche di Rodolfo Pallucchini, riconosciuti come i protagonisti della trasformazione dell’arte veneziana ed europea, e talvolta furono diretti rivali non solo a Venezia, ma anche in Inghilterra”.

Invece, artisti come Francesco Fontebasso e Nicola Grassi, permettono “di allargare lo sguardo all’influenza esercitata da Ricci nei confronti di suoi allievi (il primo) o altri maestri coevi. Solo episodicamente Sebastiano fu attivo in un genere un tema come quello delle così dette ‘Teste di carattere’, figure ritratte al naturale e variamente interpretate da artisti grandemente ricercati dal mercato settecentesco quali Francesco Nogari e, con ancora più successo internazionale, Pietro Rotari. Il primo, in particolare, fece tesoro della grande lezione di libertà pittorica promossa dal pittore bellunese”.

Passando a Marco Ricci, il Curatore conclude focalizzando su come “l’influenza del nipote Marco non fu minore, per quanto riguarda la storia del paesaggio, talvolta operando in collaborazione con Sebastiano. Convocare l’importante paesaggio di Peruzzini e Magnasco, e le opere di Giuseppe Diziani e Antonio Zais significa rappresentare una parte significativa di questa storia e la particolare predisposizione di questo genere nell’arte del territorio”.

Consigliamo di soggiornare a Belluno almeno una notte perché la mostra è anche occasione per scoprire, o riscoprire, il “contenitore” che la accoglie. Infatti, Palazzo Fulcis e le collezioni museali che in esso sono esposte dal 2017 (anno in cui l’edificio integralmente restaurato, venne concesso in comodato dalla Fondazione Cariverona, che ne è proprietaria, al Comune di Belluno per accogliervi il patrimonio storico artistico della città).
DIDASCALIE IMMAGINI
- Sebastiano Ricci, Caduta di Fetonte, olio su tela 377×277
- Sebastiano Ricci, Ercole al bivio, olio su tela, 181×257 cm
- Sebastiano Ricci, Ercole e Onfale, olio su tela, 181×257
- Antonio Bellucci, Vocazione di Santa Rosalia, 1706, olio su tela, 164×127 cm
- Giovan Gioseffo Dal Sole, Maddalena penitente, 1697 ca., olio su tela, 117×101 cm
- Jacopo Amigoni, Venere e Amore, 1739-40 ca., olio su tela, 47,6×69 cm
- Giuseppe Nogari, Autunno, 1740 ca., olio su tela, 40×33 cm
- Pietro Antonio Rotari, Giovane donna in abito grigio-azzurro con orecchino di perla a pendente e cappello nero, 1756-62 ca., olio su tela, 44,7×34,9 cm
- Antonio Diziani, Paesaggio con viandanti, 1770-75 ca., olio su tela, 50,5×62,5 cm
In copertina un particolare di:
Sebastiano Ricci, Ercole al bivio
Le sezioni della mostra
(testi a cura di Denis Ton)
- 1 – Introduzione
Dopo l’apertura, nel gennaio del 2017, di Palazzo Fulcis, un edificio settecentesco tra le più belle residenze private della Terraferma veneta, divenuto sede delle raccolte d’arte dei Musei Civici di Belluno, lo spazio é venuto a caratterizzarsi, anche per le numerose opere qui conservate, quando non pensate per lo stesso palazzo, come luogo di osservazione privilegiato per la conoscenza della pittura di Sebastiano e Marco Ricci. Il percorso si arricchisce ora temporaneamente con alcune opere del Settecento di proprietà di Fondazione Cariverona, protagonista decisiva nella realizzazione del nuovo museo e proprietaria dell’edificio che lo ospita. Le opere convocate in mostra, alcune delle quali per la prima volta esposte al pubblico, documentano efficacemente la produzione di molti dei maestri più importanti attivi tra la fine del Seicento e il Settecento in Veneto. Esporle ora a Palazzo Fulcis le illumina di un nuovo senso e, al contempo, arricchisce e amplia il percorso museale, consentendo di riflettere nuovamente al ruolo svolto da Sebastiano e Marco Ricci – un po’ i numi tutelari dei Musei Civici di Belluno – per la creazione di un’arte di dimensione europea, completamente nuova rispetto alle premesse della loro formazione tardoseicentesca.
Rivali ed eredi, si è pensato di intitolare questa antologia di questa piccola galleria settecentesca (trascelti tra le oltre novecento opere di una collezione che va dal Quattrocento ai giorni nostri), alludendo dunque al fatto che rispetto alla lezione riccesca un po’ tutti si troveranno a fare i conti, sia traendone insegnamento sia cercando di emularla o superarla, a tal punto che è forzatura solo apparente tentare una rilettura di buona parte della storia dell’arte veneta del Settecento attraverso una prospettiva che vede proprio i due maestri bellunesi al centro, come i soli di un sistema di pianeti orbitanti a differenti distanze. Ecco dunque perché le opere veronesi scelte per essere esposte a Belluno sono immaginate, idealmente ma anche fisicamente, intorno a Sebastiano Ricci, che ‘ingombra’ gli spazi vicini con le sue storie d’Ercole (Ercole al bivio, Ercole ed Onfale) e soprattutto la vertiginosa Caduta di Fetonte - 2 – Tra disegno e colore: Bellucci e Pellegrini.
Sebastiano Ricci, che fu allievo del pittore di origine milanese, Federico Cervelli, ebbe una formazione molto legata alla cultura artistica seicentesca, secolo in cui a Venezia si potevano vedere “tante maniere quante erano quelli che dipingevano” (A.M. Zanetti). Tra i suoi conterranei veneti più interessanti, vi fu indubbiamente Andrea Celesti. L’Adorazione dei pastori esposta in mostra, dell’ultimo decennio del Seicento, documenta il suo linguaggio ancora perfettamente integrato a una concezione barocca dell’arte, tanto per l’effetto visionario e finanche allucinato delle sue ricerche luministiche, quanto per gli accumuli materici e la ricchezza di impasto. Sul fronte opposto, più legato al disegno e a risalti volumetrici, si muove Antonio Bellucci: la sua Vocazione di Santa Rosalia (che vide riflessa nello specchio l’immagine di Cristo Crocifisso, mentre era intenta ad adornarsi, decidendo di abbandonare i fasti della vita mondana) venne inviata nel 1706 al collezionista lucchese Stefano Conti. Vi si rintraccia quel “buon uso delle grandi ombre, senza perdere la vaghezza delle pitture” che lo fece pittore particolarmente ammirato, anche da coloro che collezionavano opere di gusto emiliano, come quelle, ricercate anche a Venezia, di Giovanni Gioseffo Del Sole, nitide e splendenti come la Maddalena qui esposta, realizzata verosimilmente per la famiglia Giusti del Giardino durante il suo soggiorno veronese alla fine del Seicento.
Vero rivale di Sebastiano Ricci, fu Antonio Pellegrini, giunto peraltro in Inghilterra nel 1708 assieme al nipote di questi, Marco. Quando costui vi condurrà lo zio a Londra, nel 1712, Antonio non esiterà a definirlo come suo “persecutore”. Il grande Ritratto di dama con ancelle della collezione di Fondazione Cariverona, che per la prima volta si presenta al pubblico dopo l’importante intervento conservativo a cui è stato sottoposto, appartenne verosimilmente a una seconda fase inglese, risalente al 1719. E’ un saggio che ci consente di apprezzare quella scomposizione delle pennellate, e quella maniera libera, quasi impalpabile, che egli realizza nei primi decenni del secolo, cui si accompagna, nella definizione attenta del volto della donna, una stesura più accurata memore dei pastelli della cognata Rosalba Carriera. La sua lezione, al pari di quella di Sebastiano, fu decisiva per la trasformazione della pittura veneta ed europea del Settecento. - 3 – Teste di fantasia: Nogari e Rotari
Sebastiano Ricci si cimentò frequentemente nelle copie di teste dai capolavori, in particolare le celebri “Cene” di Paolo Veronese, ma rimase per lo più estraneo a un fenomeno che, nell’ambito del collezionismo ‘borghese’, prese sempre più piede a partire dagli anni trenta del Settecento: le teste di fantasia o teste di carattere, genere in cui eccelleva, come disegnatore, un altro rivale di Ricci, Giambattista Piazzetta. Tra gli artisti maggiormente di successo nel genere era invece un artista capace di fondere spunti dal veronese Antonio Balestra (un paladino del disegno e di solidi impianti plastici, all’opposto della visione riccesca), Jacopo Amigoni e lo stesso Sebastiano: Giuseppe Nogari. Le Stagioni qui esposte sono probabilmente una delle prime prove del genere, negli anni trenta del secolo, e ammantano di un tema allegorico volti ripresi dal vero. Vi si rintraccia già la sua tipica maniera “tenera, pastosa, vaga e naturale”, che lo rendeva apprezzato dai suoi contemporanei, ma ancora debitrice, per certa nervosità del segno e mobilità della pennellata, al magistero dell’artista bellunese.
Decisamente diverso ciò che propone l’artista veronese Pietro Antonio Rotari, un altro allievo diretto di Antonio Balestra, che si specializzò nel genere, riscontrando un notevole successo a Vienna, Dresda e soprattutto Pietroburgo (1756-62), periodo in cui ottenne i favori di Caterina II e a cui possono essere fatte risalire, anche per il particolare abbigliamento dei suoi protagonisti, le tele di Fondazione Cariverona qui esposte, quattro di un nucleo complessivo di otto. Sono volti che talvolta interrogano direttamente lo spettatore, cercando di incrociarne lo sguardo, e talora invece sembrano attratti da qualcosa che accade al di fuori della scena, eventi solo interiori che generano un sospiro, un sussulto appena percettibile, tracciando il riflesso di un pensiero malinconico, e cercando di stilare una sorta di geografia delle emozioni umane. La resa mimetica esattissima, una stesura pittorica estremamente accurata è agli antipodi rispetto all’ostentazione del segno proprio della linea riccesca e rococò. - 4 – Una terza via: Jacopo Amigoni
Tradizionalmente associato alla triade, insieme a Ricci e Pellegrini, che ha trasformato la pittura veneta del Settecento, Jacopo Amigoni è stato un altro artista viaggiatore, attivo in Inghilterra, in Germania, in Spagna, dove terminerà la propria vita: un pittore assai più giovane degli altri due e interessato a realizzare un’arte del tutto differente, abile anche nella ritrattistica, e fautore di una maniera che ricerca effetti simili a quelli del pastello, avvolgendo le forme di una sfolgorante luminosità e “lasciando in gustosa dubbiezza i contorni” (Antonio Maria Zanetti). Le sue figure sono avvolte come da una leggera bruma, che conferisce ai soggetti, spesso a carattere mitologico, un tratto di indeterminatezza senza tempo che le proietta nella dimensione del sogno e della fiaba. I protagonisti dei suoi soggetti sono sovente creature addormentate: Veneri, pastori, eroi del mito, sorpresi nell’abbandono del sonno, e ancor meglio di un abbraccio d’amore. La tela con Venere e Amore della collezione di Fondazione Cariverona (ca 1740), è la perfetta sintesi della sua poetica e del suo stile, dove la pennellata ha la capacità di accarezzare le forme e la tecnica non è costruita per accostamenti di colore ma per successive e delicate velature. - 5 – Allievi ed eredi
Il lascito di Sebastiano Ricci per la pittura veneta del XVIII secolo è, per molti versi, incalcolabile. Non solo per gli artisti che a lui furono più prossimi, ma anche per artisti di grande personalità come Giambattista Tiepolo, che fu il grande genio del secolo, o come Giambattista Piazzetta che intorno al 1735 intraprese una stagione pittorica che i contemporanei chiamarono del “lume solivo”.
Tra i suoi allievi diretti, i più dotati furono senza dubbio: Gaspare Diziani, bellunese come Sebastiano, di cui il visitatore di Palazzo Fulcis può ammirare una tela con Annunciazione nel percorso permanente del museo (sala 18); e Francesco Fontebasso, veneziano, anch’egli grande decoratore, frescante e disegnatore prolifico. Se la sua Annunciazione di Fondazione Cariverona qui esposta rivela quella sua maniera diligente di lumeggiature e il tipico tono domestico del racconto, il Convito di Antonio e Cleopatra, preparatorio per un grande dipinto del 1745-50 circa ora conservato presso il Museo Civico di Palazzo Madama a Torino (ma forse proveniente da Ca’ Zenobio a Venezia), mostra una tecnica tutta colpeggiata propria dei suoi bozzetti preparatori, secondo quel gusto, che celebra l’improvvisazione e la scintilla delle prime idee, nato proprio grazie a Sebastiano Ricci, che soleva considerare queste invenzioni i “veri originali” della sua produzione. L’ostentazione per l’elemento creativo di queste opere contagia anche lo stile delle commissioni religiose o quadri da stanza per commissioni private. Buoni esempi in tal senso sono Il contadino e il satiro di Ricci (opera di Fondazione Cariverona in deposito a Palazzo Fulcis, sala 17) e Giacobbe spartisce il gregge di Labano (1732-35) di Nicola Grassi, un artista friulano attivo anche a Venezia che da Ricci trasse più di qualche spunto per la sua materia guizzante e mobile come una fiamma. Già ritenuto un bozzetto preparatorio per un’opera di dimensioni maggiori, l’opera in questione è probabilmente nata come quadro autonomo per il collezionismo privato. - 6 – Una nuova stagione del paesaggio
Marco Ricci, il nipote del grande Sebastiano impresse al genere del paesaggio la stessa svolta che lo zio stava realizzando nel campo della pittura decorativa e di storia. Una vicenda, quella del paesaggio, in cui gli artisti bellunesi, sino all’Ottocento e a Caffi, daranno un contributo significativo (si vedano, nelle gallerie del museo, le sale 16 e 20). Tra gli eredi diretti può essere annoverato Antonio Diziani, uno dei figli di Gaspare che intraprese la carriera di pittore: con alti orizzonti a inquadrare la massima porzione di paesaggio possibile, e figurine recitanti e sempre in azione, con una pennellata frammentata, caratterizzata da una certa “violenza cromatica” e un “andamento tra il realistico e il picaresco” (Rodolfo Pallucchini), Antonio declina fino alla fine del secolo soggetti della tradizione riccesca, arricchendola di un tratto caustico di ironia e umorismo, rintracciabile anche ne Il paesaggio con viandanti qui esposto (circa 1770-1775).
Il punto di incontro tra paesaggio e nuovo stile pittorico, è però rappresentato, assai prima, da un pittore genovese, Alessandro Magnasco, con cui Sebastiano e poi Marco – che vi collaborò direttamente – furono in contatto personale, prima a Milano e poi a Firenze. La ripresa animata, turbolenta, secondo una concezione drammatica e ’sublime’ tipicamente barocca, del Paesaggio con pellegrino e lavandaie, della fine del secondo decennio del Settecento, frutto della collaborazione con l’anconetano Anton Francesco Peruzzini, è arricchita dalle figurine del genovese Magnasco: sono apparizioni fantasmatiche, condotte con una pennellata spezzata e svirgolata, carica di colore, che ostenta il virtuosismo della materia.
Il paesaggio ‘atmosferico’ di Marco Ricci, ben rappresentato dalle caratteristiche tempere su pelle di capretto, di cui i Musei Civici di Belluno possiedono tre mirabili prove, indica una stagione ben differente, che fa tesoro della libertà pittorica di quel precedente, ma ambienta le proprie riprese in piena luce, dove un sole batte a segnare ombre meridiane. Il migliore eredi di questa tradizione fu probabilmente un altro maestro nativo dell’area bellunese, Giuseppe Zais: i suoi paesaggi, come quelli qui esposti del quarto decennio del secolo, sono la sintesi della visione della natura ‘atmosferica’ di Ricci, e quella ‘arcadica’ idealizzata del toscano Francesco Zuccarelli, lo specialista più apprezzato intorno alla metà del
Dove e quando
Evento: Palazzo Fulcis Museo Civico – Via Roma – Belluno
- Fino al: – 22 September, 2019