«Se l’albero potesse muoversi, e avesse piedi ed ali
non penerebbe segato, né soffrirebbe ferite d’accetta

E se il sole non viaggiasse con piedi e ali ogni notte
come potrebbe illuminarsi il mondo all’au
rora?

Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso,
come miniera di rubini sii aperto all’influsso dei raggi del sole.
»
(Rumi, XIII secolo)

Al Museo d’Arte Orientale di Torino, prosegue fino al 30 giugno, “Safar: viaggio in medio oriente. Vite appese a un filo” una selezione scatti, esposti per la prima volta, realizzati da Farian Sabahi.

Un sacerdote cristiano a Mosul, un ragazzo sulle gradinate del teatro romano di Palmira, una donna in rosso con una tanica d’acqua sul capo nel villaggio ebraico di Beit Boss in Yemen, un giovane contadino nei campi sulla strada tra il Libano e la Siria, un locale di Aleppo con la foto di Hafez al-Assad, un pescatore sul Caspio, una sala da biliardo in Azerbaigian. Attorno un flusso di voci che si fa tappeto sonoro. Persone incontrate dal Libano all’Uzbekista il febbraio 1998 e la primavera 2005.

In persiano e in arabo, Safar vuole dire viaggio. Una parola che in sé racchiude i molteplici significati della mostra: racconta i viaggi di Farian Sabahi, le Terre e le persone ritratte e al contempo esorta il visitatore a compiere un viaggio doppio, geografico ed emotivo.

Così, i versi del poeta di lingua persiana di Rumi – Jalāl ad-Dīn Muḥammad Balkhī (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273), ālim, teologo musulmano sunnita, poeta mistico, fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti” (Mevlevi) considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana – ricamati dalla giovane artista Ivana Sfredda accolgono il visitatore: «Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso, versi volti ad evocare l’importanza del viaggio e dell’apertura alle culture altre nel processo di crescita personale

La giornalista e studiosa Farian Sabahi ci restituisce un mondo visto e immortalato poco prima e immediatamente dopo che alcuni di questi Paesi fossero stravolti dagli eventi, anche dove la guerra non si è combattuta, dove però permangono le cicatrici dei vecchi conflitti o dove il progresso si contrappone forte e arrogante agli aspetti più tradizionali del vivere quotidiano.

E’ indubbio come, osservando alcuni di questi scatti in Iraq, in Yemen o in Siria, pervada immediatamente il ricordo di quei tempi ormai perduti e, infatti, nella prefazione del catalogo Alberto Negri, scrive: “Ha ragione Farian Sabahi quando rimpiange l’epoca in cui attraversare il Medio Oriente era un viaggio, anche un’avventura, ma non una sfida contro la morte. Ci si poteva perdere ore e giorni in un bazar, davanti a rovine immaginifiche di civiltà scomparse, persino la dimensione del tempo veniva scandita diversamente da mezzi di trasporto come i cavalli, i cammelli o vecchie corriere così lente ad arrampicarsi sulle montagne del Kurdistan che non perdevi neppure un fotogramma del paesaggio.”

La restituzione di questo sentire è data dall’installazione site specific, il cubo nero diventa uno spazio atemporale in cui le fotografie si alternano come i ricordi di vecchi viaggi, dove è difficile distinguere un prima da un poi.

Le fotografie, realizzate originariamente in diapo cento asa Fuji sensia a colori e stampate per la mostra su carta museale opaca, sono presentate senza cornici, senza stretti confini, ma appese a un filo da pesca per tonni per evocare la precarietà della vita in Medio Oriente, appesa appunto a un filo. Un filo trasparente e invisibile, ma molto resistente che rappresenta il contesto all’interno del quale le vite sono imprigionate spesso a causa di dittature e conflitti. Il filo da pesca evoca anche la morte, le vite appese, imprigionate e poi negate, come dice Farian Sabahi “il filo da pesca ricorda il Mediterraneo e le tante vittime di questi anni”.

Arabo, persiano, italiano, francese e inglese sono le lingue che animano il tappeto sonoro. Le voci che abbracciano il visitatore e lo traghettano “dentro” la storia sono dello scrittore turco e Nobel per la Lettaratura Orhan Pamuk, di Padre Paolo dell’Oglio, del poeta siriano Adonis, di un pescatore sul Tigri, dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, di un omosessuale a Dubai, dell’ex presidente iraniano Muhammad Khatami, dell’architetto Darab Diba, del filosofo Dariush Shayegan, dell’avvocata e attivista pachistana BilqisTahira, dello storico azerbaigiano Altay Geyushev, dell’artista e gallerista azerbaigiana Aida Mahmudova, di Pierpaolo Pasolini, dell’attivista yemenita insignita del Nobel per la Pace Tawakkol Karman, della scrittrice iraniana Azar Nafisi.

A congedare il visitatore ancora dei versi di Rumi nei quali il viaggio è un’esperienza che porta alla conoscenza e, nel nostro caso, al rifiuto del dualismo tra Occidente e Oriente, a decidere di non dichiararsi appartenenti a un mondo o all’altro. 

«Io non sono dell’Est né dell’Ovest.
Ho riposto la dualità
e visto i due mondi come uno.»

Didascalie immagini della mostra
Safar: viaggio in medio oriente.
Vite appese a un filo. Fotografie di Farian Sabahi
© Farian Sabahi 1998-2005
courtesy l’artista

 

Dove e quando

Evento: MAO Museo d’Arte Orientale – via San Domenico, 11 – Torino
  • Fino al: – 30 June, 2019