Alla Kunsthaus di Merano prosegue, fino a lunedì 25 maggio, la prima personale italiana dedicata a René Francisco (Holguín,1960), figura centrale dell’arte contemporanea cubana, con una grande retrospettiva che pone al centro dell’esposizione il tema della “complicità”, considerata forma di intesa profonda, non gerarchica, che attraversa le relazioni sociali, politiche, educative e affettive che hanno definito la pratica dell’artista: collaborazione, partecipazione, amicizia, pedagogia critica, attivazione comunitaria. Pertanto, Cómplice indaga ricerca e sperimentazione, tra installazioni su larga scala, film, disegno, pittura ed esperimenti. Nelle sue opere, l’artista affronta temi sociali e politici, come la spersonalizzazione dell’individuo nella società e la critica al consumismo, unendo un approccio concettuale all’impegno sociale. Nella pratica, quindi, l’arte non è intesa solo come un mezzo espressivo, ma anche strumento attivo per cercare un cambiamento nelle realtà sociali e politiche. La mostra affronta aspetti e tematiche che connotano la ricerca, la pratica scultorea, le opere concettuali e l’approccio educativo, sempre nella prospettiva della “complicità” applicata come principio guida nella costruzione di relazioni collaborative tra artisti, opere e pubblico.

L’universo creativo di René Francisco ebbe inizio in un momento cruciale per Cuba e segnato da due eventi: la tensione per la crisi economica (a seguito dell crollo dell’Unione Sovietica che aveva garantito all’isola caraibica un fondamentale supporto) e l’emersione della Bienal de La Habana, con la sua vocazione tricontinentale e anticoloniale, che offrì nuova vitalità e visibilità alla scena artistica.
Il percorso si apre con la grande opera Cobijo (2025), una scultura alta quattro metri per accogliere i visitatori con le braccia aperte e collocata nello spazio centrale della Kunsthaus. L’opera riprende un’iconografia spesso adottata per l’Alma Mater (divenuta, dal Medioevo, un epiteto per le Università) e la figura rappresenta l’ambiguo spazio dell’insegnamento e della conoscenza – forgiato come universalista e paternalista dalla sua matrice imperialista – a cui viene opposta un’idea di “pedagogia trasformativa” tipica delle tradizioni di Abya Yala (le Americhe in chiave decoloniale). In linea con l’approccio portato avanti dal programma curatoriale ideato da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi The Invention of Europe, di cui questa mostra chiude la seconda annualità, la pratica di Francisco decostruisce narrazioni identitarie monolitiche di matrice europea e coloniale, calandole in una visione pluralista.

Nella serie Transformer (2024), composta da sculture, video e disegni, l’artista esamina la dualità e le contraddizioni del presente, tra utilità e minaccia, gioia e violenza, vita quotidiana e guerra. A ispirare concettualmente l’opera è il meccanismo a vite per fissare gli ombrelloni nella sabbia, oggetto familiare e apparentemente banale, qui estraniato dal suo contesto e trasformato in una metafora complessa. Come ricordato dall’artista stesso, l’opera trae ispirazione da momenti di vita quotidiana: «di giorno sei in spiaggia con i bambini [che giocano con gli ombrelloni come se fossero razzi], e la sera guardi le notizie e ti trovi di fronte all’orrore».
Le opere al secondo piano si concentrano sulla pratica concettuale, esaminando il tema dell’arte su commissione. Fin dalla fine degli anni Ottanta, Francisco ha incoraggiato i propri studenti a riflettere sul modo in cui, una committenza, possa trasformarsi da procedura puramente commerciale a un processo di decisione artistica consapevole. A esempio, Píntame una naturaleza muerta (2009) nasce dalla relazione con la madre, che per diversi anni, gli aveva chiesto di dipingerle una natura morta, ritenendo che questo fosse uno dei “compiti” degli artisti. Dopo aver rifiutato per molto tempo – considerando la richiesta incompatibile con un approccio concettuale e antifigurativo – l’artista è tornato sui suoi passi, alla luce di una nuova considerazione dello status dell’arte come strumento democratico al servizio della società.
In Píntame una Santa Barbara (2025) e Píntame un San Lázaro (2025) il tema della commissione è riproposto in una declinazione differente. Le due figure di santi, fortemente venerati a Cuba e di cui spesso vengono commissionate rappresentazioni, aprono una riflessione sui rapporti tra religione, colonialismo e vita quotidiana. I loro molteplici significati – tra cui autoaffermazione, speranza e sopravvivenza – sono l’esito di processi di ibridazione e sincretismo tra cattolicesimo, di imposizione coloniale, e la complessità delle religioni di ascendenza indigena e afro-discendente.

La mostra dedica ampio spazio alla documentazione delle azioni sociali, progetti che mostrano l’incontro tra arte e vita quotidiana. Trilogía de Romerillo (2003-2008) racconta una serie di interventi realizzati nell’omonimo quartiere dell’Avana volti a migliorare le condizioni di vita degli abitanti, con un impatto tangibile sulla loro quotidianità. Tra questi, il video A la ca(sz)a de Rosa racconta il percorso che ha portato alla ristrutturazione della casa fatiscente di una donna del quartiere, selezionata attraverso un sondaggio dagli stessi abitanti che hanno partecipato attivamente anche ai lavori.
Il terzo piano è introdotto dalla trascrizione del Manifesto Ocasional (1990), in cui è enunciato l’approccio teorico del collettivo DUPP – Desde una pragmática pedagógica, fondato su un’idea di arte come esperienza comune tra artista, spettatore e istituzione e come confronto con problemi operativi concreti. Nel manifesto ritorna il concetto di “complicità”, inteso come momento fondativo della creazione artistica. Dipinti preistorici anonimi come quelli della grotta di Altamira sono proposti come esempio di un’origine relazionale dell’immagine, in cui l’opera prende forma da una collaborazione e non dall’affermazione di un singolo autore. Il collettivo venne fondato nel 1989 dall’artista e dai suoi studenti dell’Istituto Superiore d’Arte di Cuba (ISA), un ambiente multidisciplinare e sperimentale in cui si erano formati artisti e artiste provenienti da tutto il Sud Globale, in una visione dell’arte come strumento della rivoluzione. Accogliendo questa eredità, il DUPP si confronta con un nuovo contesto segnato dalla fine della divisione bipolare del mondo, dalle metamorfosi dell’anticastrismo e dall’ingerenza crescente del capitalismo statunitense.

A partire da un’idea di pedagogia collettivista, anti-gerarchica, contraria all’autorevolezza del docente e dalla passività dei discenti, Francisco spingeva studentesse e studenti a uscire dalle aule e integrare la produzione artistica col contesto sociopolitico, essendo “presenti” in una Cuba in vorticosa transizione. L’arte assumeva una dimensione “riparativa”, come concreto intervento materiale su case private, edifici comuni e spazi pubblici.
Opere come La Silla (2026 [1990]) e Aula a la intemperie (2011), prototipi di sedie realizzate in legno e con tubi idrici, sono oggetti simbolici che rappresentano questa nuova forma di apprendimento collettivo.
Completano il progetto espositivo – oltre a un ricco calendario di visite guidate e appuntamenti didattici – una proiezione, una serata musicale e un intervento partecipativo.