Certo non posso mai dire ‘sto lavorando a questo’,
sì, lavoro anche a questo, ma nel frattempo
continuano dentro di me le risonanze di altri momenti,
di altri periodi che devo portare avanti.

(Remo Bianco)

Al Museo del Novecento di Milano, continua l’attività di ricerca sulla Seconda metà del Novecento focalizzando su alcuni dei protagonisti, ma con un’attenzione particolare a coloro che hanno lavorato, con felici esiti sperimentali, nel territorio milanese. Fino al prossimo 6 ottobre, promossa da Comune di Milano Cultura e realizzata dal Museo in collaborazione con la  Fondazione dedicata all’artista, è visitabile “Remo Bianco. Le impronte della memoria” curata da Lorella Giudici.

Oltre settanta oltre opere per ripercorrere le fasi della sua ricerca, i percorsi di vita e di lavoro intrecciati in un flusso di energia creativa esplorando proprio il tema della memoria, attraverso le sue opere, ma anche documentazione d’archivio: cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca. Presentare il lavoro di Bianco in maniera ragionata offre quindi l’opportunità di immergersi in alcuni dei milieu culturali più interessanti degli anni Cinquanta e Sessanta, guidati dal costante stimolo della sua mente ironica e indagatrice.
Si definiva ”Sono un ricercatore solitario” e questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’hanno reso un artista molto peculiare per i tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.

Come spiega la Curatrice nel suo saggio in catalogo edito da Silvana «Per tutta la vita Bianco ha frugato in quello che Proust aveva chiamato “l’immenso edificio del ricordo”, forse anche nell’estremo sforzo di dare una valida risposta all’eterno quesito: “Che cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto per sempre?”. Per Bianco di certo è qualcosa che non si può abbandonare, convinto com’è che la non reversibilità del tempo si possa raggiungere proprio nel pignorare quegli oggetti che hanno aiutato a viverlo, per poterlo permutare all’occorrenza in un affastellamento di attimi: “Ho più ricordi che se avessi mille anni”, scrive Baudelaire nello Spleen.»

Quindi le ansie di Bianco non riguardano il cosmo, ma più modestamente se stesso e più in generale l’uomo. Lorella Giudici, prosegue: «Hanno una dimensione domestica e personale, partono dalla piccole cose di tutti i giorni, dalle esperienze quotidiane, da realtà circoscritte, da prelievi minimi e richiudibili in un cassetto che, proprio per quel loro rivelare il lato commovente delle cose vissute, sono accessibili e condivisibili. “Ogni uomo è un grande artista e lo ignora. Basterebbe raccontasse la sua vita, con sincerità e coraggio”, ha appuntato Remo quando ha stilato l’ultimo bilancio della sua vita. E l’ironia è spesso la sua arma vincente. Tuttavia, una concezione tutta palazzeschiana della vita e un senso ludico del fare e del pensare (il medesimo che lo ha più volte spinto a dipingersi nei panni di un pagliaccio o a immaginare di sostituire il campanile di piazza San Marco a Venezia con una delle sue pagode) lo hanno fatto credere un eterno burlone. In parte forse è vero, tuttavia dietro all’effervescente creatività, alle capriole formali e linguistiche, all’aspetto divertito e canzonatorio di molti suoi cicli espressivi c’è sempre, in fondo, una nota malinconica e romantica, un leggero rammarico che nasce dalla lucida consapevolezza che gli fa dire: “Io non vorrei […] non concludere niente per aver cercato troppo, questo è il pericolo. Più che il pericolo, direi, la mia disposizione, il mio carattere, la mia natura”».

Evidenziando sulla sua produzione, le prime “Impronte”, calchi in gesso, cartone pressato o gomma – ricavate dai segni lasciati, a esempio, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi – sono databili a cavallo anni Quaranta e Cinquanta. Bianco, nel 1956, dichiarò di cercare di recuperare “le cose più umili che di solito vanno perdute”. Lo stesso anche per i “Sacchettini – Testimonianze” realizzati assemblando oggetti di poco valore – monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti – in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale. Identico periodo per le prime opere tridimensionali – i 3D – in materiale plastico trasparente o vetro e, successivamente, su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità.

La serie dei “Collages”, sviluppata nella seconda metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta, è frutto di un viaggio negli Stati Uniti. Bianco si basa su un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa. Al 1957 risalgono i primi Tableaux Dorés, che costituiscono uno dei cicli più noti dell’artista, oltre che il più duraturo. Lo sfondo bicolore, trattato a olio o a smalto, su cui sono disposte le foglie d’oro, presenta una parte bianca accostata a colori primari. Altri hanno lo sfondo monocromo o sono realizzati con paglia o stoffa.

A partire dal 1965 l’artista dà vita ad alcune opere racchiuse sotto la definizione di “Arte sovrastrutturale” che, mediante un atto di appropriazione artistica di oggetti, cose e persone, esprimono l’esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realtà. Ascrivibili a questa definizione sono le “Sculture neve”, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell’infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti: immobile sotto il manto bianco che la riveste, la composizione trasporta lo spettatore in una dimensione incantata e senza tempo.

Esposti per la prima volta nel 1974 i “Quadri parlanti”, tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore…” dove Bianco si autoritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità. L’inserimento della voce umana rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro. Il tema è il bisogno di dialogare con il pubblico, trasformando la tela non più nel teatro della rappresentazione, ma nel luogo dell’ascolto e, soprattutto, del ricordo, punto focale di gran parte del percorso dell’artista. 

Per meglio approfondire il percorso espositivo, il catalogo è corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un’interessante intervista a Marina Abramović, del 2012, riguardo al lavoro di Remo Bianco conosciuto nel 1977.  

Didascalie immagini opere Remo Bianco

  1. Remo Bianco di fronte alla Galleria del Naviglio di Milano in occasione della sua mostra personale del 1965.
  2. 3D – Senza titolo, 1954
    Legno sagomato, laccato e sovrapposto
    cm 62,4 x 62,2 cm
    Collezione privatA
  3. Pagoda,1959
    Tecnica mista su tela su legno sagomato
    cm 270 x 50 x 40
    Collezione privata
  4. Sacchettini – Senza titolo,1956
    Sacchettini di plastica con all’interno vari oggetti, fissati su tavola
    cm 102, 3 x 82,3
    Collezione privata
  5. Impronta,1964
    Gomma
    cm 68 x 107,7
    Collezione Privata
  6. Sculture neve – Aerei, 1965
    Tecnica: due aerei in plastica e neve artificiale in teca di plexiglas
    Misure: (teca) h 20,5 x 20,8 x 20,8 cm
    Collezione privata
  7. 3D –  Senza titolo, 1970 c.
    cm 43,4 x 43,4 x 6
    L’opera è composta da 3 strati sagomati, 2 in plexiglas e l’ultimo in legno
    Collezione privata
  8. Remo Bianco con un’Impronta appena creata, 1963 ca.

In copertina un particolare di
Tableau doré – Senza titolo,1957
Trittico. Tecnica mista e foglia d’oro su tela
Cm 65 x 117
Museo del 900, Milano

NOTA BIOGRAFICA
Remo Bianco (Milano, 1922 – 1988) frequenta i corsi serali di disegno dell’Accademia di Brera e lì, nel 1939, incontra Filippo de Pisis, che considererà sempre come un maestro. Dal 1948 inizia a sperimentare le opere 3D dipingendo su lastre di vetro. Nello stesso periodo prende il via la ricerca improntale. Si avvicina poi al movimento Nucleare a allo Spazialismo di Lucio Fontana e nel 1953 espone per la prima volta i 3D alla Galleria Montenapoleone di Milano, presentati da un testo di Fontana.
Grazie a una borsa di studio nel 1955 parte per gli Stati Uniti e a New York conosce l’action painting di Jackson Pollock, la cui influenza si rivelerà fondamentale nello sviluppo della serie dei Collages, che inizia proprio dal 1955. Nel 1956 scrive il Manifesto dell’Arte Improntale, cui è legata la produzione dei Sacchettini-Testimonianze e delle Impronte e l’anno successivo elabora il fortunato ciclo dei Tableaux Dorés.
Intraprende numerosi viaggi in Europa e nel Vicino Oriente, le cui suggestioni sono particolarmente visibili nei Tableaux dorés e nelle Pagode, che realizza al ritorno dalla Persia nel 1961 per la mostra Ricordi di un viaggio in oriente al Lido di Venezia.
Nel 1964 insieme alle opere improntali presenta al Cavallino le Sculture Viventi, donne esposte come sculture insieme a oggetti Pop. L’anno successivo è la volta dei 3D opachi, costruiti con lamine sovrapposte di legno intagliato e dipinto. A Carrara redige il Manifesto della Sovrastruttura iniziando il nuovo ciclo di cui fanno parte le Sculture Neve, le Sculture Calde, le Trafitture, le Appropriazioni, le Occasioni perdute e le Bandiere. Tutta la sua ricerca si sposta sempre più nella sfera del concettuale e si fa ancora più ricca di sperimentazioni. Nel 1969 presenta a Stoccolma e a Milano l’Arte Chimica, che stava sperimentando dai primi anni ’60. Instancabile come sempre, nel 1970 inizia il nuovo periodo Sadico-mistico-elementare, a cui appartengono i cicli dell’Arte Sadica e dell’Arte Elementare. Dal 1972 la sua arte sconfina sempre di più nella performance. È il caso di Idee per una scala, installazione autobiografica presentata alla Galleria del Naviglio e dello spettacolo-performance Sadico mistico elementare al Teatro Angelicum di Milano.
Sono del 1972 anche una serie di Appropriazioni di Venezia, realizzate installando una Pagoda al neon e metallo in punti strategici della città, e una serie di fotomontaggi in cui la Pagoda prende il posto del Campanile di San Marco di Venezia, divenendo una delle sue Occasioni perdute.
Nel 1974 espone i Quadri Parlanti insieme al progetto Cimitero vivente alla Galleria Bon à Tirer di Milano e consolida i rapporti con Parigi, in particolare con il critico Pierre Restany, l’artista Raymond Hains e la Galerie Lara Vincy dove espone i cicli de La Gioia di vivere (1979) e delle Bandiere (1987). Gli ultimi anni li dedica all’Arte Elementare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Orari
lunedì dalle ore 14.30 alle ore 19.30
martedì, mercoledì, venerdì e domenica
dalle 9.30 alle 19.30
giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora
prima della chiusura

 

Dove e quando

Evento: Museo del Novecento – Milano
  • Fino al: – 06 October, 2019