Fino a domenica 11 ottobre 2026, il MA*GA di Gallarate ricorda Paolo Scheggi analizzando particolari aspetti della sua ricerca, come la creazione di ambienti vivibili e percorribili dal pubblico. Una mostra realizzata in stretto dialogo con l’Associazione Paolo Scheggi celebrando l’ingresso di opere dell’artista nella collezione permanente del Museo, ottenute grazie alla vincita del bando indetto dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Gli ambienti di Paolo Scheggi (1940-1971), uno dei protagonisti internazionali delle indagini sperimentali degli anni Sessanta, erede dello Spazialismo e tra i fondatori della pittura monocroma e oggettuale, sono al centro della monografica Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971. Dalla collaborazione con l’Associazione Paolo Scheggi provengono le opere e i documenti letterari, iconografici e maquette, dell’evento espositivo curato da Ilaria Bignotti ed Emma Zanella con l’assistenza di Camilla Remondina, che propone un corpus di sessanta opere rivolgendosi a un aspetto preciso e fondamentale della ricerca di Scheggi, ovvero l’integrazione plastica all’architettura, declinatasi in progetti di ambienti vivibili e percorribili realizzati tra il 1964 e il 1971, anno della sua scomparsa, alcuni dei quali ricostruiti dall’Archivio Paolo Scheggi. La mostra celebra l’ingresso nelle collezioni permanenti del MA*GA dell’opera Struttura modulare (1967) composta da tre fogli di legno dipinto, sovrapposti e fustellati, attraversata da due file ordinate di aperture circolari perfette che creano giochi di ombra e luce.

Il percorso espositivo inizia con la maquette dell’opera Compositore cromo-spaziale (1964) – esposta alla Triennale di Milano del 1964 e dedicata al tema del Tempo Libero, nella sezione dedicata nata dalla collaborazione con Bruno Munari e Marcello Piccardo – un progetto che già palesava la vocazione di Scheggi ai temi della percezione e dell’esperienza del fruitore nello spazio dove l’opera si estende in ambiente percorribile, temi che alla fine degli anni Sessanta assumeranno connotazioni concettuali e performative.
L’Intercamera plastica (1966-1967) – il primo vero ambiente esposto alla Galleria del Naviglio di Milano nel gennaio del 1967 – è qui documentato, oltre che dalla maquette, anche dalle fotografie di Ugo Mulas e di Ada Ardessi, testimonianze essenziali per restituire l’esperienza immersiva e fenomenologica offerta dall’artista al fruitore.

Il dialogo tra superficie e volume si fa serrato nella sezione dedicata alla Struttura modulare (1967), nuova acquisizione per le collezioni permanenti del MA*GA, e all’Intersuperficie (1966) in un confronto che esplora la tensione tra il pieno della materia e il vuoto dell’ombra. Attraverso opere come il Compositore spaziale (1967) emerge il progressivo tendere di Scheggi verso l’assolutezza dei solidi euclidei, simboli di una purezza geometrica estrema.

Il culmine del percorso è rappresentato dalla ricostruzione storica e filologica di due ambienti imponenti, andati dispersi dopo la loro esposizione storica in mostre importanti quali Vitalità del Negativo (1970) e la Biennale di Venezia (1972) da oggi nuovamente accessibili al pubblico: la Piramide della Metafisica e la Tomba della Geometria. Presentate originariamente tra il 1970 e il 1972, queste opere ambientali segnano il passaggio di Scheggi verso un’indagine metafisica e politico-ideologica.
Tra queste due opere si snodano le sei sculture che compongono l’installazione dei 6profetiper6geometrie (1971), l’ultimo lavoro di Scheggi che lo considerava un testamento spirituale capace di unire il rigore della geometria con il messaggio metafisico.