“Alle Onde dell’oceano la canoa antepone la prua;
Alle Onde della vita l’uomo antepone il suo coraggio.
“
(Proverbio māori)

Le grandi migrazioni umane hanno sempre seguito il sole puntando la prua verso l’aurora, lo è stato anche, circa sessantamila anni fa, per la colonizzazione delle terre emerse in Australia e Nuova Guinea. I lapita e, successivamente, i polinesiani, andarono verso nuove spiagge più lontane seguendo la “Croce del Sud” e affinando straordinarie tecniche di navigazione. Per noi occidentali tutto ciò è rimasto sconosciuto fino a pochi secoli fa e, quando se ne iniziò a parlare, avvenne mitizzando l’Eden, il Paradiso, le isole dell’amore in realtà dominante soprattutto culturalmente. Solo in anni recenti nel mondo occidentale, e in Europa, si è cominciato a guardare con occhi non viziati da pregiudizi quelle culture lontanissime di popolazioni spesso sopraffatte e di cui sono state cancellate, volutamente o per supponenza, memoria e saperi. 

Chi si interessa alla cultura dell’area oceanica conosce l’importanza del lavoro del professor Steven Hooper, direttore del Sainsbury Research Unit per le Arti dell’Africa, Oceania e delle Americhe presso l’Università dell’East Anglia nel Regno Unito. Attraverso le sue ricerche sul campo, le mostre progettate e le pubblicazioni avviate, apporta un contributo inestimabile, a volte anche pionieristico, alla conoscenza dei mondi del Pacifico.

Dalle molteplici fascinazioni e fuori dagli stereotipi, “Power and Prestige. Simboli del comando in Oceania” da lui curata – copromossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue con il Musée du quai Branly di Parigi, il museo con la più vasta collezione di arte etnografica del mondo che la ospiterà in seconda sede – rappresenta il “potere” nelle civiltà oceaniche riunendo a Venezia, per la prima volta in Europa, centoventisei bastoni provenienti da quell’universo del Pacifico, mazze con diverse funzioni realizzate nel Diciottesimo e Diciannovesimo secolo.

In corso fino al 13 marzo 2022 a Palazzo Franchetti, con ben ventitré prestiti dal British Museum, senza temere il superlativo, si può affermare come l’evento espositivo assuma portata storica per la qualità e la diversità dei pezzi presentati, ciascuno dei quali possiede una specificità di utilizzo e una originalità formale in cui il gesto dell’artigiano che ha lavorato il legno, la pietra o le ossa di cetaceo si fa arte.
L’inverosimile bellezza degli oggetti valorizzati dalla costruzione scenografica dell’allestimento esalta l’elemento storico, lo sforzo intrapreso per affrancare tali bastoni dalla loro sola connotazione guerresca, secondo la deformazione percettiva propria delle letture occidentali.
In questo modo il visitatore può apprezzare tali capolavori nella pienezza e scoprendone il rapporto con il sacro, con il potere, con la dimensione rituale, con la bellezza. Una mostra da gustare senza fretta e con il telefono silenziato per porre la massima attenzione ai dettagli, la prima interamente dedicata a manufatti sui quali getta nuova luce.

Gli abitanti del Pacifico avevano sviluppato tecniche, usi e forme d’arte originali che si erano evolute o modificate nei territori oceanici in base ai diversi contesti e alla storia di ognuno. I bastoni del comando – solitamente classificati come armi primitive anche se in molti casi mai utilizzati come tali – erano espressione di una creatività nota quando, tra Sette e Ottocento, le spedizioni del Vecchio Continente iniziarono a giungere con frequenza in quelle terre, prima che i missionari e le amministrazioni coloniali ne scoraggiassero la produzione.
Oggetti di curiosità e ammirazione, di studio e di collezionismo, vennero portati in Occidente da avventurieri, ricercatori, commercianti, missionari e ufficiali coloniali. Eppure, proprio perché a lungo considerati strumenti cruenti di selvaggi, furono costretti a un ruolo minore nei musei e nelle esposizioni.

Focalizzando sulla stupefacente bellezza scultorea dei bastoni del comando dell’Oceania e, sfidando gli atteggiamenti convenzionali, la mostra li colloca così dove meritano, tra le opere d’arte complesse, rappresentazioni di divinità, status symbol, pregiati oggetti di scambio, accessori per le esibizioni e, talvolta, anche strumenti di combattimento.
Opere connesse al potere umano e a quello divino.

Accompagnata da un prezioso catalogo edito da Skira, “Power & Prestige” è stata anche l’occasione per il primo studio sistematico di questi materiali del Pacifico – nelle Figi, Tonga, Tahiti, Nuova Guinea, Isola di Pasqua e altre isole – espressioni d’arte, usi radicati da rispettare e, come per chi scrive, per ricordare autentiche emozioni vissute in quelle terre oltre un quarto di secolo fa. Realtà e oggetti che hanno suscitato l’ammirazione di celebri artisti del Novecento come Alberto Giacometti, Henry Moore e Constantin Brancusi, ma poi velocemente dimenticati o poco indagati dagli stessi musei proprietari.

Inoltre, la Fondazione Ligabue propone, in collaborazione con Macacotour, un vasto programma di attività per coinvolgere attivamente bambini, scuole e famiglie alla scoperta della mostra.

Dettagli

Didascalia immagini

scatti all’interno della mostra
foto © 2021 Cinzia Colzi
(in esclusiva per questo articolo)

 

In copertina

un paticolare di: Ùu
bastone di comando bifronte
Isole Marchesi
Fine XVIII – inizio XIX secolo
Legno; L. 140 cm
Venezia, Collezione Ligabue.
© photos by Hughes Dubois

Alcune curiosità delle opere in mostra

  • ’akatara
    lancia con grande lama dentellata
    Isole Cook centrali, Atiu, Aitutaki, Mitiaro, Mauke (?)
    Fine XVIII – inizio XIX secolo / Legno; L. 282 cm
    Londra, British Museum
    Tra le lance più lunghe giunte fino a noi dalle isole Cook, questo splendido esemplare appartiene a una tipologia chiamata ’akatara in base alle ricerche condotte da Te Rangi Hīroa nelle isole Cook tra gli anni venti e trenta del Novecento. Ricavato dal durissimo legno di toa (Casuarina equisetifolia), di uncolore naturale tra il rossastro e il marrone, è stato scurito con olio di noce di bankul e sottoposto a lucidatura. È caratterizzato da una dentellatura molto regolare della grande lama e da un terminale a punta dell’asta a tripla V. Il colletto è costituito da una fascetta che blocca piccole sporgenze triangolari sia sopra che sotto. La punta della lama presenta un motivo a zigzag simile a quello trovato sulle estremità dei manici di ventagli delle isole Cook centrali. Ciò fasupporre che sia questo il luogo di origine di questi manufatti, e non Raratonga secondo l’ipotesi di Te Rangi Hīroa.
  • Rapa
    bastone da danza bifronte
    Rapa Nui/Isola di Pasqua
    Prima metà XIX secolo / Legno; L. 81 cm
    Roma, SS.CC.
    Affini agli ’ao ma più corti, i rapa sono diventati un apprezzato simbolo della creatività artistica degli abitanti di Rapa Nui. La figura umana è schematizzata in due lame spatoliformi: quella superiore rappresenta una testa con sopracciglia ad arco, naso e orecchini, mentre quella inferiore forma un corpo con un lungo pene. Non si sa molto circa l’utilizzo o il significato esatto di questi manufatti ,anche se nel Novecento Katherine Routledge e Alfred Métraux riferirono che si trattava di importanti strumenti per la danza utilizzati in occasioni rituali. La maggior parte degli esemplari oggi conservati in musei e collezioni fu presumibilmente scambiata negli anni sessanta dell’Ottocento con membri della missione cattolica e viaggiatori a bordo di navi come la HMS Topaze. Questo periodo, traumatico per i rapanui, fu segnato da un drammatico crollo demografico causato dalle malattie infettive introdotte dai mercanti di schiavi peruviani.
  • Koka
    bastone da danza
    Papua Nuova Guinea,
    Bougainville, Buin
    Seconda metà XIX secolo / Legno, pigmento; L. 99,6 cm
    Londra, British Museum
    Questo scudo-bastone proveniente da Bougainville, nella provincia delle Salomone del Nord in Papua Nuova Guinea, si differenzia in maniera netta dai bastoni da combattimento di quest’isola ma in realtà era usato per mettere inscena un conflitto mitologico tra corpi celesti. Rappresentava la luna crescente o koka che combatteva con il sole contro la stella del mattino. È decorato in maniera simile su entrambi i lati. Alcune foto pubblicate da Thurnwald mostrano uomini che brandiscono questi oggetti come farebbero danzando in una festa pubblica detta unu, in cui si celebra il rito di passaggio all’età adulta di giovani ragazzi e la loro ammissione in una società in cui la vendetta e il sangue giocano un ruolo importante. Il bastone della luna veniva tenuto non impugnando quello che si direbbe un manico, bensì infilando il pollice nel foro circolare situato in corrispondenza del punto di equilibrio nel bordo superiore. Questo esemplare fu raccolto a Buin dal contrammiraglio G. Hand nel 1889,una ventina d’anni prima che Thurnwald visitasse Bougainville nel 1908/1909.È probabile che queste danze pubbliche siano cessate non molto tempo dopo.
  • “Dio-bastone”
    Isole Cook, Mangaia
    Fine XVIII – inizio XIX secolo
    Legno, fibra di cocco, capelli; L. 91,4 cm
    Londra, British Museum
    Questo dio-bastone è uno dei manufatti sopravvissuti tra quelli che furono sottratti dalla Casa di Dio nazionale Te-Kai’ara dell’isola Mangaia durante un episodio iconoclastico di conversione nel 1826-1827 e consegnati al pastore Davida (in origine provenienti da Taha’a, nelle isole della Società). Le immagini divine, che si dice siano state intagliate da Rori, un antico ta’unga (maestro intagliatore), furono profanate lacerando il tessuto di corteccia che le avvolgeva. Successivamente furono affidate ai missionari John Williams e George Platt. La testa a sezione rettangolare è intagliata a formare una serie di scanalature verticali, quattro sui lati lunghi e due su quelli brevi, ognuna traforata con motivi ad arco che in origine dovevano essere decorati di piume. Te Rangi Hīroa fornisce disegni esaustivi di questa e altre immagini divine. Sulle scanalature si osservano motivi a doppia K, tipici dello stile con cui nell’isola Mangaia si intagliavano le figure schematiche. Sull’asta c’è ancora il rivestimento di fibra dicocco con nappine sempre in fibra per le piume, oggi perdute. Una spessa corda di capelli, forse ottenuti con il taglio sacrificale che accompagnava i rituali di lutto, è avvolta intorno alla parte inferiore dell’asta.
  • Kiakia
    bastone da difesa
    Isole Salomone, Makira
    Seconda metà XIX secolo / Legno; L. 132 cm
    Parigi, Musée du quai Branly-Jacques Chirac
    Il kiakia (lingua arosi) è un bastone da difesa, probabilmente considerato una specie di pwauaata, che era tipico di Makira, ma usato anche nel sud di Malaita. Il nome alternativo, roromaraugi, sembra essere stato adottato dagli stranieri a partire dagli anni settanta del Novecento. Come il pwauaata, poteva servire per deviare le zagaglie ma era più pesante, mentre lo sperone sul retro della lama poteva essere impiegato per colpire. Di forma comune, presentava sempre una figurina all’estremità inferiore dell’asta e una testa di serpente alla base della nervatura centrale della lama. La figurina può essere identificata come uno spirito per via dei capelli legati e della coda, come in altri oggetti intagliati che rappresentavano uno spirito. I serpenti occupavano un posto speciale nella cosmologia di Makira, che comprende leggende su una antenata serpente fondatrice.
  • Patu parāoa
    clava ornata da due uccelli
    Aotearoa Nuova Zelanda
    XVIII secolo / Osso di balena; L. 50 cm
    Cambridge, Museum of Archaeology and Anthropology University
    Questa patu parāoa di dimensioni eccezionalmente grandi si contraddistingue per il manico sormontato da due uccelli contrapposti simili a pappagalli. La maggior parte degli altri esemplari è più semplice e presenta un pomo con rilievi trasversali come quelli della clava patu ōnewa. Precedenti del tipo con coppia di uccelli uguali sono associati all’Isola del Sud, anche se uno splendido esemplare fu rinvenuto nel 1861 sul campo di battaglia di Taranaki, nell’Isoladel Nord. Gli uccelli incapaci di volare, dai grandi moa ai pappagallini, furono un’importante fonte di sostentamento per i primi polinesiani che si stabilirono in Nuova Zelanda. Le balene non venivano cacciate, ma gli esemplari spiaggiati fornivano ossa (parāoa, termine che indica anche il capodoglio) e denti, utilizzati per manufatti di valore. I fabbricanti di bastoni māori privilegiavano il ramo (l’ampia zona piatta nella parte posteriore della mandibola) per la sua solidità e leggerezza. Il peso e le notevoli dimensioni di questa clava fanno dubitare della sua efficacia come arma da combattimento a una mano. L’estremo grado di rifinitura suggerisce invece che si trattasse di un esemplare di particolare pregio ideato per incarnare e simboleggiare autorità e prestigio.
  • Cali
    bastone di comando a sperone
    Figi
    Inizio XIX secolo
    Legno; L. 106 cm
    Venezia, Collezione Ligabue
    Questo elegante bastone di comando è collegato ad altri manufatti simili per forma, probabilmente opera di un maestro intagliatore che riuscì a ottenere un perfetto controllo delle superfici concave e convesse che confluivano le une nelle altre. Lo sperone rivolto verso l’alto è stupendamente modellato e su entrambi i lati l’ampia “gola” è intagliata con finissimi tratteggi incrociati. Un manufatto simile fu recuperato da Julius Brenchley alle Figi nel 1865 e altri esemplari sono conservati nei musei di Exeter, Birmingham e Hobart. I cali sono presenti in molte collezioni, alcune con cavità nella lama, ma questo esemplare sembra far parte di un gruppo a sé, che forse ne includeva dieci, chiamato bure, commissionati da un capo per un uso locale o per essere donati negli scambi cerimoniali. Cali e sali potrebbero essere nomi regionali per lo stesso tipo di oggetto (Paul Geraghty, comunicazione personale), ma il barone von Hügel attribuiva questi nomi a manufatti che si distinguevano rispettivamente per le decorazioni a tratteggio incrociato e motivi di forma circolare.
  • “Spada cerimoniale”
    Micronesia, Palau
    Seconda metà XVIII secolo
    Legno, conchiglie, gomma; / L. 81 cm
    Londra, British Museum
    Il resoconto di George Keate del soggiorno forzato di Henry Wilson e del suo equipaggio nelle isole Palau nel 1783 è stato criticato per aver fornito una versione romanzata dei rapporti tra i britannici e il capo di Koror, l’ibedul. Va ricordato, tuttavia, che Keate si basò sui documenti di Wilson e quindi le sue descrizioni di particolari avvenimenti possono essere considerate attendibili. Tra questi, la celebrazione nel corso della quale questa spada fu donata a Wilson, dopo che il britannico aveva fornito un aiuto decisivo all’ibedul nell’attacco sferrato contro i vicini rivali. A “Emungs”, probabilmente Imeong nell’isola di Babeldaob, un capo alleato di cui non si specifica il nome regalò a Wilson “una spada fatta con un legno molto duro e curiosamente intarsiata con conchiglie”.  La relativa illustrazione mostra la testa d’uccello con becco appuntito e indica una dimensione di due piedi e dieci pollici (86 cm), e dunque il becco dev’essere stato danneggiato e tagliato. L’estremità superiore e i lati sono intarsiati con conchiglie di due tonalità diverse; il legno è tinto di rosso. Le spade di questo genere, che sembrano combinare elementi locali con altri del Sudest asiatico odelle Filippine, erano prestigiosi simboli di autorità. Keate ne descrive un’altra in uso al fratello dell’ibedul (scheda di Steven Hooper)