“Amalassunta è la Luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco”
(Osvaldo Licini)

Con queste parole il pittore Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado 1894 – 1958) svelava la misteriosa identità delle sue Amalassunte, le eteree protagoniste di una serie di tele dipinte negli anni Quaranta e presentate al pubblico per la prima volta alla Biennale veneziana del 1950. In quell’occasione, l’artista marchigiano allineò nello spazio a sua disposizione ben nove versioni di questo soggetto – iniziando con la piccola Amalassunta Luna del 1946 – nelle quali il poetico personaggio femminile si libra nel cielo assumendo varie e sfuggenti forme.

Sullo sfondo di un intenso blu, suggestivo d’incommensurabili spazi siderali, o immerse nello splendore di un giallo squillante che fa da barriera e allo stesso tempo si apre verso una dimensione infinita come nei fondi oro dei mosaici bizantini e delle pale trecentesche, le Amalassunte galleggiano nel nulla, spesso sorvolando colli dai profili pieni e dolci, suggestivi di morbide carnalità.

Sono i colli marchigiani del “natio borgo selvaggio” di Monte Vidon Corrado, una manciata di chilometri a sud di quell’”ermo colle” recanatese dove al riparo di una modesta e domestica siepe si spalancavano alla mente di Giacomo Leopardi gli “interminati spazi” e i “sovrumani silenzi” de L’infinito. Soggetto amato da Licini fin dalle sue prime prove pittoriche, il paesaggio marchigiano compare ripetutamente nei dipinti degli anni Venti scostandosi a volte dalla presa sulla realtà, come nel Paesaggio fantastico (il capro), per introdurre uno di quegli elementi mitico-favolistici che popoleranno le tele più tarde del maestro.

Formatosi nell’ambiente artistico bolognese degli anni precedenti la prima guerra mondiale, dove all’incontro con i fermenti futuristi che rappresentavano la punta d’avanguardia del momento unì l’amicizia con Giorgio Morandi, Licini sentì presto il desiderio di ampliare i suoi orizzonti: nell’autunno del 1917, in occasione del primo soggiorno parigino – ne seguiranno altri durante gli anni Venti – conobbe e frequentò Modigliani, del quale ricorderà che “aveva l’aria di un poeta e di un teppista insieme: qualcosa di tragico e fatale”; dell’incontro con Modigliani, oltre all’ammirazione condivisa per il linguaggio figurativo di Cézanne, che entrambi consideravano maestro e capostipite dell’arte contemporanea, resta traccia nella sintesi sublimata delle forme che impronta i Nudi dipinti da Licini negli anni Venti.

Nel 1935, in uno dei suoi viaggi a Parigi – momenti di evasione dall’ambiente artistico italiano, sempre più dominato dalla retorica di un realismo favorito dal regime fascista – Licini visitò lo studio di Wassily Kandinsky, esule dalla Germania nazista dopo la forzata chiusura del Bauhaus (la scuola di architettura, arte e design fondata da Walter Gropius); in questo periodo Licini guarda all’esperienza del Bauhaus – dove oltre a Kandinsky anche Paul Klee era stato uno dei docenti – e alle scarne essenzialità del Neopurismo, proprio quando le opere di arte astratta vengono etichettate come “Arte degenerata” e rimosse dai musei tedeschi.

Ben consapevole del valore polemico assunto dalla sua posizione, Licini invia nel 1935 “tre quadri irrazionali alla Quadriennale, con tutta la responsabilità che questa eresia comporta”; fu soprattutto Bilico, con la sua nuda, essenziale semplicità geometrica, a suscitare scandalo in un momento e in una sede – la Quadriennale Romana era la vetrina ufficiale dell’arte italiana del tempo – in cui l’opera appariva in fortissimo il contrasto con la monumentalità roboante gradita al regime.

Più che il rigore geometrico di Klee, è il lirismo di Kandinsky con la sua concezione dello “spirituale nell’arte”, ad apparire consonante con le atmosfere in cui si muove la pittura di Licini, che ne farà oggetto di meditazione e rielaborazione durante gli anni della seconda guerra mondiale, trascorsi nel paese natale. In questo tempo appartato e silenzioso, vissuto restando lontano da tutto, prendono forma le figure poetiche delle serie dedicate all’Olandese volante, all’Angelo ribelle e alle Amalassunte; una chiave espressiva lieve e a tratti ironica, coerente con la definizione che l’artista aveva dato di sé in anni giovanili, “errante, erotico, eretico”, con quel gusto per i giochi di parole che accompagnerà tutta la sua parabola esistenziale e creativa.

Quando nel 1958, in occasione della XXIX Biennale di Venezia, Licini fu insignito – primo artista italiano – del Gran Premio per la Pittura, la sua luce stava per spegnersi. Oggi, è ancora Venezia che celebra, a sessanta anni dal conferimento del premio e dalla sua scomparsa, uno dei maestri più originali del Novecento italiano, dedicandogli la rassegna monografica OSVALDO LICINI. Che un vento di follia totale mi sollevi in corso fino al 14 gennaio 2019 presso la Collezione Guggenheim; oltre cento opere ripercorrono quaranta anni di attività di un artista che fu attento testimone e interprete degli sviluppi e mutamenti intercorsi nel panorama artistico italiano ed europeo tra le due guerre senza mai aderire a movimenti o gruppi, e che forse ci ha lasciato nei pochi versi di una poesia la chiave di lettura della sua opera: “Chi cerca suole mai trovar certezza / Io cerco spesso senza mai trovarla / una certezza dove poter gettare / tutte le forze d’una mia lontana / miracolosa vita forse sognata / forse trascorsa un poco troppo / col cuore nella mano / col cuore e col pensiero nella mano …”

Sono soprattutto le Amalassunte, danzanti, eteree, sospese in un cielo vuoto, a venirci incontro dalle pareti delle sale, emergendo dai rutilanti colori puri degli sfondi piatti; quelle che il critico Giuseppe Marchiori – l’amico al quale il pittore aveva affidato il disvelamento della loro identità lunare – definisce come “astri dalle forme bizzarre, in viaggio per cieli assurdi, sopra il profilo dei colli a forma di seno, dai quali si leva, con le dita aperte, la mano magica col cuore disegnato sul palmo, o la mano col pollice e l’indice nel gesto malizioso di premere o di offrire un cuore amoroso”.

Dopo Amalassunta “perdutamente inabissata tra un seno e l’altro come ogni donna”, saranno gli Angeli ribelli, comparsi per la prima volta nel 1951, i compagni di strada degli ultimi anni di Licini, che scrive a Corrado Levi nella primavera del ’58 “adesso, io, me ne vado un po’ svolazzando per conto mio, nei cieli della fantasia: ribelle, con la coda, insomma, e qualche volta mi diverto a morderla, questa coda!”.

Tra gli Angeli, protagonisti della Biennale del 1958, risalta l’Angelo ribelle con cuore rosso, personaggio al quale Marchiori attribuisce il senso di una sintesi definitiva: “Questo per Licini, è uno spazio vasto, come la cappella Sistina. Infatti l’angelo è un personaggio da giudizio finale, incombente e solenne, malgrado i segni calligrafici, che sembrano quasi un ironico commento a quell’incedere maestoso. Finalmente con l’arrivo di quest’angelo dominatore, il cuore è tornato al suo posto, dopo tante peregrinazioni simboliche.”

Didascalie immagini

  1. Osvaldo Licini, Amalassunta n.1, 1949, Collezione Maramotti, Reggio Emilia
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  2. Osvaldo Licini, Paesaggio marchigiano (Il trogolo), 1928 (ripreso nel 1942), Collezione Silvia Poli Licini 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  3. Osvaldo Licini, Paesaggio fantastico (Il capro), 1927, Collezione privata 
    (foto Sergio Martucci) 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  4. Osvaldo Licini, Il nudo, 1925, Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno 
    (foto Domenico Oddi) 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  5. Osvaldo Licini, L’Incostante, 1932, Galleria Tega, Milano (
    foto François Fernandez) 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  6. Osvaldo Licini, Il bilico, 1932, Collezione privata 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  7. Osvaldo Licini, Amalassunta occhio giallo, 1950, Collezione Augusto e Francesca Giovanardi 
    (foto Alvise Aspesi) 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018
  8. Osvaldo Licini, Amalassunte su fondo rosso esposte nella mostra presso la Collezione Guggenheim a Venezia
    (foto Matteo de Fina)
  9. Osvaldo Licini,Angeli primo amore, 1955, Collezione privata
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018 
  10. Osvaldo Licini, Angelo ribelle con cuore rosso, 1953, Collezione privata 
    © Osvaldo Licini, by SIAE 2018 

IN COPERTINA
Osvaldo Licini, Amalassunte su fondo blu esposte nella mostra presso la Collezione Guggenheim a Venezia
(foto Matteo de Fina)
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