“Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; /
soli eravamo e sanza alcun sospetto“.
– Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, V, 127-129 –
Quando Dante, giunto nel II Cerchio dell’Inferno dove scontano la loro pena i lussuriosi, immagina il momento in cui Paolo e Francesca sono irresistibilmente travolti dalla passione, attribuisce alla lettura del libro che narra l’amore di Lancillotto per Ginevra – “galeotto fu il libro e chi lo scrisse” – la scintilla che accende il fuoco inarrestabile e nefasto di un amore proibito. Il ciclo di cinque romanzi dedicati alle gesta dei Cavalieri della Tavola Rotonda alla corte di Re Artù fu elaborato dal poeta e letterato Chrétien de Troyes nel corso della prima metà del secolo XII, riunendo varie leggende nate in terra di Bretagna, che si arricchivano nel tempo di episodi e personaggi: tra questi spicca la figura Lancelot du lac, la cui storia era ormai ampiamente diffusa all’epoca di Dante.

La fortuna di un’epopea che rappresentava e interpretava gli ideali cavallereschi era destinata a durare per lunghissimo tempo – se pensiamo al successo del genere fantasy si può dire che non è mai tramontata – e fino a quando la struttura della società rimase quella a carattere feudale propria del Medioevo, la corte arturiana di Camelot fu considerata dalla classe dominante il modello di riferimento, in una sorta di narcisistica autocelebrazione.

Il linguaggio figurativo nel quale si espresse la cosiddetta civiltà cortese è quello del gotico, che nelle sue forme più tarde – il “gotico internazionale” o “fiorito” – esaltava gli aspetti decorativi della rappresentazione fino a farne un elemento portante dell’espressione artistica. Uno stile che in Italia dette vita a opere di grande qualità, protraendosi fino alla metà del Quattrocento – soprattutto fra Lombardia e Veneto – e di cui fu il maggior esponente Antonio di Puccio Pisano, detto Pisanello, nato a Pisa verso la fine del XIV secolo e trasferitosi a Verona con la madre nei primi anni di vita.

Le sue figure raffinate ed eleganti, tracciate e racchiuse da quella linea fluida che costituisce una delle sigle stilistiche distintive dell’artista, appaiono sulla scena di rappresentazioni fascinose e favolistiche, che immergono nella stessa atmosfera di trasognata irrealtà temi e soggetti di carattere sia profano che sacro. Elemento distintivo della pittura di Pisanello è anche l’attenzione ai dettagli nella descrizione degli elementi naturali, presente già in un dipinto giovanile come la Madonna con il Bambino – detta Madonna della Quaglia – e che rimarrà una costante in tutta la sua produzione. E quando, tra il 1430 e il 1431, Pisanello sarà chiamato a Roma per completare gli affreschi di San Giovanni in Laterano dopo la morte di Gentile da Fabriano, l’incontro con il nuovo, rivoluzionario, linguaggio di Donatello e Masolino non influenzerà la sua maniera, quello stile inconfondibile che decreterà la sua fortuna sia come pittore che come medaglista.

Amatissimo e ricercato dalle corti dell’Italia settentrionale, negli anni più intensi della sua attività l’artista viaggia tra Pavia, dove nel 1424 affresca il castello dei Visconti, Ferrara alla corte degli Estensi, Milano presso gli Sforza e infine Mantova, dove inizia la sua più imponente e incompiuta opera, il ciclo con le Storie di re Artù per una sala del Palazzo Ducale, residenza dei Gonzaga. L’incarico gli venne quasi certamente affidato da Gian Francesco Gonzaga, primo marchese di Mantova, titolo che l’imperatore Sigismondo gli conferì nel 1433; l’evento fu celebrato con una medaglia commemorativa realizzata su disegno dello stesso Pisanello. Uomo d’arme – Gian Francesco fu comandante dell’esercito della Repubblica di Venezia e il primo della serie di condottieri che fecero la fortuna della famiglia Gonzaga – la sua biblioteca, come risulta da un elenco redatto nel 1407, comprendeva ben cinquanta codici di argomento cavalleresco, tematica certamente coerente con la sua biografia.

Il grande ambiente della Sala del Pisanello è situato al primo piano di un edificio tardogotico che fa parte del complesso del Palazzo Ducale, e fu ripetutamente modificato nel corso dei secoli; nel Settecento prese il nome di Sala dei Principi da un fregio affrescato con i ritratti dei Gonzaga che lo decorava, e infine negli anni Sessanta del Novecento la rimozione del fregio riportò alla luce l’opera di Pisanello, tornata visibile dopo oltre cinque secoli. Gli affreschi rappresentano un episodio del ciclo arturiano, che vede come protagonista Bohort, cugino di Lancillotto: vi viene descritto il momento iniziale del torneo organizzato dal re Brangoire, che ha riunito alla sua corte cento cavalieri, il più valoroso dei quali potrà sposare sua figlia. Bohort viene dichiarato campione della giornata e il re offre agli ospiti un sontuoso banchetto, allestito sotto un grande padiglione.

Degli affreschi rimasti incompiuti sopravvivono le sinopie e parte della decorazione pittorica su tre lati della sala, mentre l’identificazione delle pitture murali di Pisanello con questo episodio è certa: i nomi dei cavalieri che compaiono sulle sinopie seguono esattamente la sequenza in cui i personaggi sono presentati nel romanzo. La grande sinopia della scena del Torneo è esposta nell’attigua Sala dei Papi.

Per celebrare i cinquanta anni dalla prima esposizione degli affreschi staccati, avvenuta nel 1972, è stata realizzata la mostra Pisanello. Il tumulto del mondo, in corso dal 7 ottobre 2022 all’8 gennaio 2023, che presenta un allestimento delle due sale completamente ridisegnato: il nuovo impianto d’illuminazione rende maggiormente leggibili gli affreschi e le sinopie, mentre il percorso di visita si avvale oggi di una pedana rialzata che permette di apprezzare più da vicino i dettagli delle pitture murali. Nelle due sale sono esposti materiali documentari relativi al ciclo pittorico e alle operazioni di strappo seguite alla scoperta degli affreschi.

In contemporanea, nell’Appartamento di Santa Croce al piano terreno del Palazzo Ducale viene presentato un nucleo di opere che illustrano la cultura artistica a Mantova nella prima metà del Quattrocento: sculture, dipinti e codici miniati testimoniano come in questi anni alla corte dei Gonzaga il gusto si rivolga progressivamente verso un linguaggio figurativo propriamente rinascimentale, finché nel 1460 Ludovico II Gonzaga nominerà pittore di corte Andrea Mantegna, affidandogli alcuni anni dopo la decorazione della “Camera Picta”, destinata a divenire universalmente nota come “Camera degli Sposi”.