Quante canzoni sono state dedicate ai grandi ciclisti del passato, come Coppi – pedala pedala – da parte di Gino Paoli; o Vai Girardengo vai grande campione, fra le frasi scritte da De Gregori. E ancora Quanta strada nei miei sandali / Quanta ne avrà fatta Bartali, nei versi di Paolo Conte!

La bicicletta è stata un’invenzione che ha veramente cambiato la società e che, prima di essere strumento sportivo per i professionisti sulle strade dei Giri d’Italia o dei Tour di Francia, è stata il simbolo della libertà e dell’emancipazione.

Oggi possiamo conoscere la grande epopea della bicicletta attraverso il racconto proposto al Museo Nazionale Collezione Salce in Santa Margherita a Treviso, grazie anche ai preziosi manifesti patrimonio della Collezione Salce. Il museo conserva la più ampia raccolta di grafica pubblicitaria esistente in Italia, donata allo Stato italiano dal trevigiano Ferdinando Salce (1877-1962). La Collezione consta di circa venticinquemila affiches che Salce raccolse durante tutta la sua esistenza, dal 1895, quando appena diciottenne acquistò Incandescenza a gas brevetto Auer di Giovanni Maria Mataloni, fino al 1962, anno della sua morte. La ricchissima raccolta offre uno spaccato molto interessante e variegato della società, della cultura e delle realtà imprenditoriali della prima metà del ‘900, spaziando da manifesti pubblicitari di prodotti industriali, spesso opera dei maggiori artisti di grafica del tempo, alle locandine di cinema, da pubblicità per località turistiche a promozioni di eventi culturali e sportivi, e a molto altro.

A firmare le affiches, che la curatrice Elisabetta Pasqualin ha selezionato per questa ricca esposizione, sono artisti come Dudovich, Mazza, Malerba, Ballerio, Villa, Alberto Martini, Codognato, Boccasile, ovvero molti tra i maggiori protagonisti della storia dell’illustrazione e dell’arte italiana del secolo passato. Inoltre, in mostra ci sono anche alcune delle storiche biciclette della Pinarello che hanno portato alla vittoria campioni del ciclismo mondiale di ieri e di oggi, da Coppi a Bartali, da Indurain all’iridato Filippo Ganna. Vere perle per chi ama questo sport leggendario.

Come ci ricorda la curatrice, “la bicicletta fa parte del patrimonio culturale del nostro Paese. La storia di questo mezzo è un racconto di eroi che contribuiscono a creare quell’identità nazionale che si esalta nelle imprese di campioni come Girardengo, Coppi e Bartali. Le grandi corse a tappe, prima tra tutte il Giro d’Italia, sono state un collante che ha unito il Paese, mostrandone le bellezze mentre si raccontavano le gesta dei corridori. Gli italiani imparano la geografia leggendo i nomi dei luoghi attraversati dalla corsa, nascono giochi per bambini ispirati al Giro. Nessuno sfugge al fascino di questa manifestazione, nemmeno scrittori importanti come Buzzati, Gatto, Pratolini, Campanile e Anna Maria Ortese, che al seguito del Giro d’Italia ci regalano un racconto che non è mai solo sportivo. È il racconto di un Paese in movimento”.

Le sezioni principali del percorso espositivo sono due: da una parte lo sport e l’agonismo, con i suoi protagonisti, le produzioni, i marchi e l’esposizione di pezzi storici della collezione Pinarello.

Dall’altra, vivace ed intrigante, dedicata agli aspetti sociali: le donne, il costume, i viaggi, il turismo. Questa sezione, dedicata alla società e alla socialità, abbraccia un arco temporale che va dalla fine dell’800 agli anni ’40 del Novecento. I manifesti, colorati e accattivanti, raccontano la novità che questo mezzo impersonava, ma anche le sfide future che proponeva. Bicicletta diviene sinonimo di libertà, di movimento in autonomia, che diverrà un movimento turistico tutto nuovo, con una socializzazione diversa.

Il capitolo femminile è sicuramente il più interessante, e la cartellonistica dell’epoca ne è un testimone attento. La bicicletta sconvolge l’ordine sociale fra Ottocento e Novecento. “E una donna che va in bicicletta dimostra non solo di poter fare a meno di un uomo per muoversi, ma anche di saper manovrare un mezzo meccanico. Elemento questo non trascurabile, considerando che la guida in generale era cosa da uomini.

Scopriamo così che il mondo maschile fu da subito molto unito nel condannare l’uso della bici per le donne, arrivando a sostenere che causava sterilità oltre ad un’altra incredibile serie di patologie. La condanna morale era pronta: andare in bicicletta era assolutamente sconveniente per una ragazza di sani principi e le avrebbe tolto grazia e femminilità, rendendo il suo corpo troppo mascolino. Ovviamente ancor meno poteva essere vista una donna come una ciclista sportiva a fianco degli uomini. “Le prime cicliste furono etichettate con appellativi come matta, stravagante, indecente, diavolo in gonnella. Qualcuno usò addirittura il termine «ripugnante» e altri le definirono «il terzo sesso». Una donna che andava in bicicletta non era socialmente accettabile. Passi l’uso moderato, la passeggiata ciclistica insieme al marito o ad altri maschi di famiglia. Ma lo sport ciclistico no.

Eppure, Edoardo Bianchi in persona realizzò una bicicletta per la regina Margherita di Savoia; e la nobildonna Franca Florio alla fine dell’Ottocento organizzò al Velodromo Trinacria di Palermo una delle prime corse per sole donne, tutte aristocratiche.

Era però più in linea con il pensiero dell’epoca una Lina Cavalieri, donna di spettacolo, che si esibiva in pista davanti ad un pubblico maschile pagante per vederla andare su questo nuovo marchingegno. La donna comune, però, dovrà attendere la seconda guerra mondiale per togliere dalla mente degli Italiani l’immagine moralmente sconveniente dell’uso di questa “diavoleria” da parte femminile. Questo duplice atteggiamento nei confronti della donna è reso perfettamente dalla cartellonistica dell’epoca, come possiamo constatare in mostra. Da un lato si evocano immagini di donne bellissime su bicicletta, composte ed elegantemente vestite, dall’altro donne che attirano l’attenzione del pubblico presentandosi in abiti succinti o comunque scandalosi per l’epoca.

Le prime pioniere del ciclismo sono state derise e ostacolate, ma hanno incredibilmente e caparbiamente continuato a pedalare. Come non ricordare Alfonsina Strada, che porterà a termine nel 1924 il Giro d’Italia, arrivando ultima ma lasciando sessanta corridori uomini dopo di lei che si erano ritirati! E ancora Olivia Grande, che il 12 ottobre 1937, a soli diciassette anni, stabilisce a Milano il record dell’ora su pista. Un vero femminismo militante.

Successivamente, con le staffette partigiane e l’uso fondamentale che le donne hanno potuto fare della bicicletta per andare a lavoro nei terribili anni fra guerra e ricostruzione, le considerazioni moraleggianti hanno finalmente preso altre vie.

La bicicletta diviene il mezzo di trasporto funzionale alla ricostruzione del Paese. “Così, lavata via questa patina di ottusità, il ciclismo femminile conosce, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, un nuovo slancio. C’è una data che fa da spartiacque tra una fase pionieristica e una in cui si gettano le basi per l’organizzazione di un settore ciclistico femminile. É il 1962, quando l’Unione Velocipedistica Italiana, riconosce il ciclismo femminile a livello agonistico.

Non è quindi fuori luogo dire che l’invenzione della bicicletta è stata una vera rivoluzione. Libertà e velocità sono le due parole che la caratterizzano. Se per la donna diventerà un mezzo per affrancarsi dal ruolo subordinato, anche per il turismo è stata un’invenzione fondamentale. Il turismo moderno nasce “attorno agli anni Ottanta del XIX secolo in contemporanea proprio alla standardizzazione della safety-bike – cioè della bicicletta con due ruote della stessa dimensione e quindi molto più stabile e sicura rispetto al biciclo o velocipede – perché consentiva al tourista, al routier (scritto così alla francese), la massima libertà di movimento.” Nel 1894 nasce il Touring Club Ciclistico Italiano – capostipite è stato l’inglese Cyclists’ Touring Club – che aveva proprio come sua ragione sociale il favorire la conoscenza del territorio ai primi ciclisti-viaggiatori, tramite la produzione di una cartografica dettagliata e la realizzazione di specifiche guide e fascicoli contenenti le informazioni indispensabili per tracciare viaggi ciclistici in sicurezza.

Le campagne pubblicitarie divengono sempre più importanti, visto che l’industria della produzione della bicicletta diverrà il volano di tutta l’industria meccanica leggera e le sue principali componenti saranno applicate successivamente ad altre invenzioni, come l’automobile, la motocicletta, la macchina da scrivere e la macchina da cucire.

Le grandi aziende diventate note per la produzione di automobili (Peugeot, Bianchi, Opel) iniziarono col creare biciclette, specializzandosi solo dopo nella fabbricazione di auto. Ecco perché importanti artisti verranno assoldati per creare affiche molto stimolanti e accattivanti, che costituirono degli esempi da imitare, entrando a buon diritto nella storia della pubblicità. Alcuni straordinari esempi sono presenti in questa invitante e fresca esposizione. La mostra Ruota a Ruota – Storie di biciclette, manifesti e campioni sarà aperta fino al 2 ottobre 2022.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Achille Luciano Mauzan per Maga, Atala, 1919-23
  2. Emilio Malerba, Cicli Stucchi, 1902-04
  3. Aldo Mazza, Atala, 1912 ca.
  4. Osvaldo Ballerio, Biciclette marca Milano, 1905-15
  5. Aleardo Villa, La Bicicletta, 1900-06
  6. Plinio Codognato, L’Jtala, 1922-30
  7. Plinio Codognato, Bianchi, 1911-20
  8. Aurelio Craffonara, Pneus Pirelli, 1925-35
  9. Mauro Bazzi, Tubolari Pirelli, 1938

In copertina un particolare di
Veratti, Stadio quotidiano degli sportivi, 1948

 

Dove e quando

Evento: Ruota a ruota. Storie di biciclette, manifesti e campioni

Indirizzo: Santa Margherita - Museo Nazionale Collezione Salce - Via Reggimento Italia Libera - Treviso
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Fino al: 02 Ottobre, 2022